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LA LEBBRA di Iannozzi Giuseppe – Cap. XVIII

Creato il 12 marzo 2011 da Iannozzigiuseppe @iannozzi

Cap. XVIII

LA LEBBRA di Iannozzi Giuseppe – Cap. XVIII
Una agitazione inconsueta si manifestò di punto in bianco in ospedale. Un viavai di infermieri più o meno allarmati e di medici dai volti tirati che a denti stretti ripetevano, “Questa proprio non ci voleva!”. Era accaduto un pasticciaccio e, poco ma sicuro, questa volta sarebbe caduta almeno una testa se non due, di quelle che contano.
Dalla Chiesa era più che mai esagitato. Aveva fatto di tutto perché sull’Ospedale M. non si incentrasse l’attenzione dell’opinione pubblica, e in meno d’un niente il disastro gli era stato servito su un piatto d’argento. Non che la colpa fosse sua, però i giornali non avrebbero risparmiato illazioni inventando di sana pianta chiacchiere su un po’ tutti per riempire le colonne dei quotidiani. E non era da escludere che un qualche zelante cronista scavasse nel passato dell’Ospedale riuscendo forse anche a tirare fuori imbarazzanti scheletri dagli armadi. Bisognava muoversi coi piedi di piombo e far finta di niente, lasciare che la patata bollente se la lavorassero quelli del reparto oncologico.
Dalla Chiesa, pur sudando in maniera vistosa, andava ripetendosi che non gli sarebbero state fatte domande e che nessuno si sarebbe preso la briga di rompergli i coglioni. Lui con quel cazzo di suicidio non c’entrava affatto. Che ne poteva lui se quello aveva deciso di farla finita? Certo avrebbe potuto scegliere un modo meno eclatante per suicidarsi, ma è raro, se non impossibile, che un aspirante suicida decida di tirar le cuoia senza avere il suo dannato quarto d’ora di celebrità postuma. Un sessantenne, un certo Raffaele Tosto con un tumore alla prostata, si era buttato giù da una finestra dell’ultimo piano. Un volo giù in picchiata che era terminato quattro piani più sotto, sul piazzale di cemento di fronte alle cucine.
Lino si era tirato sù in piedi. Il pandemonio a correre di corridoio in corridoio aveva svegliato più d’un paziente e messo sull’allarme più d’un capoccia. Gli fu sufficiente ascoltare i discorsi di due infermieri eccitati per sapere morte e miracoli del suicida. A quanto si diceva questo Raffaele non aveva retto e si era buttato giù dalla finestra. Il corpo l’avrebbero raccolto con il cucchiaino, pareva difatti che fosse molto mal messo dopo l’impatto con il cemento. Era caduto ma non come fa un corpo di solito, finendo di piatto sul duro come un angelo caduto. Per chissà quale caso del destino Raffaele aveva baciato le nere labbra della morte spaccandosi la testa in maniera sconcia. Da quel che raccontavano le cicale dell’ospedale il tizio aveva sparso sostanziosi pezzetti di materia grigia a destra e a manca. Qualcuno diceva che per spaccarsi a quel modo doveva essere stato aiutato dal Diavolo nel suo infausto proposito.
Lino si trovò ad un passo dal macello insieme ad altri curiosi, che avevano stretto un cerchio intorno al cadavere. Un necroforo nerboruto, che pareva uscito da un tristo circo di freak, gridò eccitato d’averlo preso per la coda il diavolo. Reggeva in mano un sasso bello grosso legato a una corda insanguinata. Il suicida s’era legato il peso al collo prima di buttarsi. Voleva essere sicuro di morire sul colpo! Era una ipotesi, ma non si escludeva che avendo deciso di farla finita desiderasse lasciare di sé un cadavere storpiato per benino. L’agenzia di pompe funebri per prendersi il disturbo di ricomporre il cadavere nella bara avrebbe avuto più d’un grattacapo, poco ma sicuro. Una infermiera assicurava ai presenti che quel Raffaele ce l’aveva a morte contro le pompe funebri e il racket da loro operato per accaparrarsi quanti più cadaveri possibile.
Lino tossì non troppo vivacemente, ma si risolse a rientrare in camera, quando all’improvviso una voce femminile lo stoppò a metà strada. Si voltò nella sua direzione: era un’infermiera, giovane e carina, una brunetta ancora inesperta. Glielo si leggeva in faccia che aveva preso servizio da poco e che la morte le faceva una paura boia. Non doveva aver ancora preso confidenza con la nera signora. Lino notò che tremava come una foglia, ma non per via del freddo che era smorzato uguale a quello di certe giornate d’una primavera incipiente. La giovane fece due rapidi passi e lo raggiunse. Lui non sapeva che pensare. Non la conosceva, mai vista in vita sua e però lei lo aveva chiamato gridandogli di aspettarla.

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