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Trent’anni

Da Nicola Mente

giovani e lavoro«Ebbene sì, ho trent’anni». Avere trent’anni da circa quattro anni, o cinque. Non è un periodo ben definito. Certo, nei ricordi capita di sfogliare le istantanee del compleanno, dell’ufficialità anagrafica, delle pacche sulle spalle e delle parole buttate al vento. Riecheggiano frasi prestampate, come «Benvenuto nel club», o «Non sei più un ragazzino», con la cassa di risonanza portata da quel numero così perfetto da importi la perfezione di maturità, a costo di tener premuto l’acceleratore (senza mollarlo neanche in curva). Il trentenne, che sia ventottenne o trentaquattrenne, rimane sempre un trentenne, che è condizione psicologica e morale, che è passaggio delicato.

A trent’anni si entra nelle indagini Istat, a trent’anni si provano emozioni simili a quelle che riempiono gli attimi prima della partenza, con saluti bagnati, abbracci calorosi, e fiduciose promesse mancate. A trent’anni si soffre come adolescenti: la differenza sta solo nella maggiore capacità di gestire la tempesta emotiva propria del quattordicenne (forse è per questo che l’acne non sembra lasciare definitivamente il passo).

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Essere trentenni nel momento in cui tutto precipita, tutto cambia, tutto è quasi autenticamente falso, senza più nascondersi con presunzione dietro false credenze, e decrepiti dogmi. Essere trentenni mentre si stira una camicia pulita alle undici di sera, con il coinquilino abruzzese che ride davanti a Youtube, in cucina. Guardare e scegliere l’abito, l’unico, con cui presentarsi a consegnare curricula, la camicia di forza per il mondo che conta, la casacca da prima squadra (dove si fa sul serio, in confronto alle categorie giovanili). Confezionare una realtà che straborda di punti interrogativi, e che non è così incazzata come le varie poste del cuore indette da Repubblica & Co. vogliono farci credere.

I giornali riempiono le pagine di giovani madri precarie, di ricercatori sottopagati, di prototipi stretti e politicizzati in cui non tutti i trentenni contano di rientrare. I sermoni d’accusa e toni da apocalisse, nel mondo reale, fanno spesso spazio a malinconia remissiva, che non lesina sogghigni d’amarezza. L’indignazione, merce fresca per il quotidiano o per il rotocalco, è in realtà scaduta da tempo. Il trentenne è trentenne per un lustro, ed è certamente il personaggio dell’anno da almeno un decennio, nel nuovo mondo dagli orizzonti sbiaditi.

Il trentenne è l’esponente di una generazione stropicciata dai cambiamenti, cristallizzata nelle angosce, oppressa dall’esubero di provvisorio, ove “provvisorio” è diventato sinonimo di definitivo. Il provvisorio che, diciamo la verità, fa bene alla pelle, e stimola la mente. In mezzo a tanta precarietà, ci si sente eternamente giovani, e non si capisce più se esserlo al cento per cento e senza remore, oppure sforzarsi di diventare adulti, senza capire bene i parametri della differenza, e senza che nessuno s’interessi nel fartela comprendere.

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Il ritmo del mondo si alza, e non aspetta la flemma rubiconda dello pseudo-giovane, che ciondola tra fanciullezza e prime (mancate) responsabilità. Non si va più in guerra come un tempo, perché ormai la vita da trincea la impone il quotidiano incedere degli eventi: le speranze si nascondono, le macerie tutt’intorno ostacolano il selciato, la competizione aumenta. Il ricercatore precario, la giovane ragazza madre, il genietto universitario non giustamente riconosciuto, per il “normotrentenne” non rappresentano la prassi. Il trentenne della porta accanto, quello che non scrive lettere e non rilascia interviste, guarda a questi modelli con un po’ d’invidia, e non si riconosce: “almeno lui è ricercatore, almeno lei ha un figlio”, pensa.

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E allora ti capita di stare lì, con la tua maglietta dei Clash, ad osservare il tuo abito steso sul letto, quell’abito comprato “per l’occasione” e ora ramoscello a cui aggrapparsi per scappare dal fiume in piena dei punti interrogativi, strumento scomodo ma necessario per ritagliarsi il proprio spazio in questo universo ribollente. Il bamboccione, lo sfigato, il piatto preferito dove sputare e dove all’occorrenza mangiare, l’inerme ospite indesiderato che sta sempre in prossimità della cerchia muraria, deve costantemente ricercare una fede, ogni giorno. La fede nei genitori e nelle parole di conforto, la fede in un colloquio fissato in mattinata, la fede in un abito stirato e profumato, da sfoggiare ad una segretaria che a malapena si ricorderà come eri vestito.

Guardi quell’abito, e immagini la sera del giorno dopo, quando rincaserai esausto dal tour d’accettazione, e quello scintillante completo a cui hai dedicato tempo e passione si trasformerà in costume pagliaccesco, improvvisamente inadatto alla montagna di esigenze che la società (senza troppo badare alle eventuali e relative risposte) continua a creare e sparare in aria. Vestito troppo stretto, quello,  per sentirsi liberi di esprimersi, creare, disfare, o semplicemente per rimanere fermi a riflettere sul da farsi. Tra abiti stretti e strade sterrate, la missione del trentenne appare assai gravosa: lottare per essere ciò che non sarebbe mai voluto diventare, aspettando il momento in cui la sveglia interromperà questo incubo ibrido e senza tempo. Con il terrore suadente di aprire gli occhi quando serviranno soltanto per guardare indietro.

 

(Pubblicato sul “Fondo Magazine” del 15 marzo 2012)


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