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A Panagulis. A Pier Paolo Pasolini, a cura di Andrea Berlendis

Creato il 27 settembre 2012 da Conflittiestrategie

Panagulis

di Pier Paolo Pasolini

Questa volta no. Non deve succedere.

Siamo sopravvissuti ormai tante volte a cose simili.

Ma eravamo ragazzi: il diavolo ci tentava.

Essere dalla parte degli uccisi significava sperare.

Una fucilazione aumentava la vitalità: si cantava.

I martiri erano comodi: il PCI non era in crisi.

La garrota e il cappio erano buoni argomenti

dovuti alla stupidità del nemico.

Ma ora non siamo più ragazzi.

L’URSS è uno stato piccolo-borghese.

Non ci sono più speranze; non ci sono buone ragioni per sopravvivere.

L’avere ragione non rende più innocentemente ricattatori.

Non vogliamo fare alcun uso della morte di Panagulis.

Vogliamo che Panagulis non muoia, come il ragazzo Meneceo.

Gli Dei dicono che occorre un sacrificio umano

per la buona riuscita di qualcosa che riguarda l’intera città?

E il ragazzo indicato per il sacrificio, lo accetta?

Niente affatto, niente affatto. L’Inferno non è reale.

Tu, Meneceo, resterai qui con noi. La tua sete di morte

non deve essere accontentata. I tiranni non dovranno commettere

questo errore, e noi non dobbiamo sfruttarlo.

Dobbiamo piangere la tua morte prima che tu muoia.

Perché? Perché i duemila veri comunisti impiccati a Praga

non hanno più nulla da dire: e quindi nessuno ne dice nulla.

Perché Panagulis non vale sei milioni di Ebrei

del cui silenzio tutti approfittiamo per non parlarne.

E’ andata a finire che il ragazzo Meneceo è morto;

Tebe ha vinto; e al potere è restato chi c’era.

Siamo impotenti, è vero. Ma le parole valgono pure qualcosa.

Se tu morirai, noi ammazzeremo. Sceglieremo una vittoria significativa:

che non vuole morire, conoscendo la dolcezza di prima della rivoluzione!

Non ci limiteremo ai digiuni come Danilo Dolci.

Sono passati i tempi dei bivacchi coi morti o dei digiuni.

Se non nei fatti, almeno nelle intenzioni, è l’ora della violenza.

Della violenza, aggiungo, senza speranza, arida, impaziente.

Ci hanno deluso tutti: chi ha torto e chi ha ragione.

Tuttavia siamo con chi ha ragione: ma senza illuderci.

Amici che non sventolate bandiere, ma siete diventati seri

come gente che rimugina senza dolore l’idea del suicidio,

non ci sono argomenti: l’unico argomento

è negli occhi neri di Panagulis, che rinuncia alla vita.[1]

A Pier Paolo Pasolini

di Alessandro Panagulis

Voce umana 

vestita di bellezza 

era quella che ci davi 

Umana e bella 

anche se duramente accusava 

Amore semplice umano 

la tua vita 

Amore e paura per l’Uomo 

per il progresso fede 

e lo sviluppo insopportabile per te 

 

V’erano momenti in cui ascoltando 

le parole scorrere dalle tue labbra 

riudivo i versi di Rimbaud 

“Sono nato troppo presto o troppo tardi? 

Cosa sto a fare qui? 

Ah, tutti voi, 

pregate Iddio per l’infelice” 

 

No Pier Paolo 

non sei nato né presto né tardi 

ma peccato che tu sia partito 

mentre la verità si combatte 

mentre tanti si scontrano 

senza sapere perché 

senza sapere dove vanno 

 

Mentre le religioni cambiano faccia 

e le ideologie diventano religioni 

e molti vestono i paraocchi di nuovo 

tu non dovevi andare via.[2]



[1] La poesia fu pubblicata per la prima volta in “Il Tempo” del 30 novembre 1968, con notevoli varianti e intitolata Panagulis: questa volta no. Ora è in ‘Trasumanar e organizzar’ (pubblicato da Garzanti nel 1971).

[2] La poesia fu scritta nel dicembre1975, ed già pubblicata nel n. 7 della rivista letteraria «Salvo imprevisti»  1975. Ora è contenuta nel volume AA.VV., Dedicato a Pier Paolo Pasolini, Gammalibri, Milano 1976.


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