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Afghanistan, verso la vittoria del fronte insurrezionale?

Creato il 27 ottobre 2015 da Bloglobal @bloglobal_opi

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di Claudio Bertolotti

La chiusura della missione ISAF a guida NATO, formalmente archiviata il 31 dicembre 2014, ha portato alla conclusione di quella che è stata la più duratura operazione di combattimento condotta dagli Stati Uniti e dall’Alleanza Atlantica. Tuttavia l’impegno sul campo di battaglia al fianco delle istituzioni afghane continua: da un lato la nuova missione “train, advise e assist” della NATO, la Resolute Support, dall’altro l’operazione di combattimento statunitense che ha sostituito la storica Enduring Freedom con la nuova operazione di contro-terrorismo Vigilant Sentinel. Ben lungi dal dirsi conclusa continua dunque la guerra.

Ma a quasi un anno dalla conclusione di ISAF e dall’inizio della Resolute Support, sono aumentati gli attacchi e le azioni dei gruppi di opposizione armata insurrezionali ai danni delle forze di sicurezza straniere e afghane; in particolare l’esercito, la polizia e le istituzioni afghane sono sempre più in balia di un’ondata di violenza caratterizzata dalla comparsa di nuovi attori e da una forte quanto preoccupante instabilità politica.

Il governo bicefalo guidato dalla diarchia Ashraf Ghani-Abdullah Abdullah – il primo Presidente e il secondo CEO (Chief Executive Officer), incarico quest’ultimo non previsto dall’ordinamento costituzionale afghano – è all’origine dell’impasse politica che non è in grado di dare una risposta concreta ed efficace (ammesso che ve ne possa essere una) alla significativa instabilità e insicurezza del Paese.

La caduta di Kunduz è la dimostrazione della capacità politico-operativa dei Talebani – Lo scorso 28 settembre, i Talebani hanno conquistato temporaneamente la città settentrionale di Kunduz – quinta più grande città dell’Afghanistan e capitale provinciale – cacciando le forze di sicurezza nazionali, occupando gli edifici del governo locale, le infrastrutture militari e della polizia, e liberando i detenuti dal carcere.

Questo grave quanto emblematico episodio, che va a sommarsi al processo di espansione insurrezionale (leggasi conquista territoriale) nel sud e nell’est del Paese è indiscutibilmente il più grande successo ottenuto dai Talebani in oltre 14 anni di guerra di resistenza: una dimostrazione efficace di capacità tattica e mediatica (dei Talebani e più in generale dei gruppi di opposizione armata insurrezionali) e al tempo stesso di incapacità operativa e strategica delle forze di sicurezza afghane (non in grado di garantire un livello minimo di sicurezza nonostante gli sforzi fatti dalla Coalizione e un impegno finanziario di oltre quattro miliardi di dollari da parte della Comunità internazionale per la formazione dello strumento militare afghano).

I soldati di Kabul mancano di capacità fondamentali: quella operativa, quella di intelligence, di coordinamento sul campo di battaglia, di supporto aereo e logistico – oltre il 60% delle unità dell’esercito non è in grado di operare autonomamente senza il supporto delle forze di sicurezza straniere; e tale supporto è venuto a mancare con la chiusura della missione ISAF. Una situazione per la quale l’amministrazione statunitense sta tentando di porre rimedio rallentando il processo di disimpegno delle proprie truppe dal teatro operativo.

Un’inadeguatezza militare che segue quella della politica, a causa dell’incapacità di realizzare una strategia efficace e definita.

E oggi i Talebani, dopo aver imposto il proprio ruolo di primo piano nel sud e nell’est del Paese – e più recentemente al nord con la presa di Kunduz – si muovono su due binari paralleli:

  1. il campo di battaglia propriamente detto, dimostrando di poter colpire obiettivi altamente simbolici (come la presa di una grande città o la condotta di attacchi spettacolari) e remunerativi dal punto di vista dell’immagine (come l’ampia diffusione mediatica della notizia e delle immagini tendono a dimostrare);
  2. il fronte politico-diplomatico che li potrebbe condurre verso un tavolo negoziale favorevole a un opzione di power-sharing che porterebbe a una spartizione de facto del paese.

Dunque, cosa rappresenta la battaglia di Kunduz oggi? In estrema sintesi:

-   è il più grande successo militare ottenuto dai Talebani in 14 anni;

-   evidenzia l’inadeguatezza delle forze di sicurezza afghane;

-   complica il ritiro delle truppe statunitensi e della NATO in Afghanistan, che verranno mantenute al livello attuale sino a tutto il 2016;

-   conferma la necessità di inclusione dei Talebani nel processo politico e negoziale;

-      è una fonte di forte imbarazzo per il governo di Kabul e per la Coalizione internazionale.

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Attacchi da aprile 2015 – Fonte: The Institute for the Study of War

Sviluppi nel breve periodo e possibili fattori dinamizzanti – Di fatto, oggi i Talebani sono in grado di operare, pur non avendo capacità di controllo permanente del territorio, in circa l’80% del Paese; il che equivale a tutta l’area extra-urbana dell’Afghanistan. Le azioni offensive e spettacolari dimostrano una capacità operativa che è frutto di un approccio e una visione strategici ben definiti.

Si tratta di sviluppi recenti che si inseriscono in un più ampio scenario e che andranno a influire sulle scelte strategiche statunitensi in termini di permanenza delle truppe sul suolo afghano nel breve-medio periodo.

E difatti, gli Stati Uniti – e di conseguenza anche l’Italia con i suoi 750 militari – sono al momento impegnati nella ri-pianificazione dell’entità e del ruolo delle truppe sul terreno; una revisione dei tempi del disimpegno afghano che prevedrebbe il mantenimento dell’attuale livello operativo – circa 10.000 truppe statunitensi, alle quali si sommano quelle della NATO – che si sviluppa nelle due differenti missioni (Resolute Support e Vigilant Sentinel). In estrema sintesi è valutata come probabile una stabilizzazione quantitativa sul livello attuale fino a tutto il 2016 (circa 15.000/18.000 unità, 25/30.000 considerando anche la componente dei contractor).

Le dinamiche del fronte insurrezionale: Talebani&Co. vs IS&Co – Vi però è un’incognita che deve essere opportunamente valutata: il processo di frammentazione interna al fronte insurrezionale conseguente alla morte del mullah Omar. Riuscirà la nuova leadership Talebani, identificata nel mullah Mansour, a unire le diverse fazioni createsi con la scomparsa dello storico leader? Non è cosa facile, e a trarne vantaggio è un nuovo attore che ha fatto la sua comparsa (da poco meno di un anno) in Afghanistan: lo Stato Islamico (IS/DAESH).

La lotta per il potere sta logorando la già scarsa unità di un fronte insurrezionale che si trova a dover bilanciare le ambizioni individuali, gli interessi dei gruppi di combattenti e quelle dinamiche tribali sinora contenute grazie al ruolo unificatore, ormai venuto meno, del mullah Omar.

Dinamiche, quelle indicate, i cui effetti ancora non sono definiti ma che avranno un impatto significativo sulla sicurezza regionale e che potranno accelerare una crisi interna al movimento taliban, che porterebbe verso una polarizzazione: da una parte la componente propensa ad aderire al processo di riconciliazione e, dall’altra, le fazioni (la cui entità potrebbe essere significativa) che potrebbero contribuire a sostenere il piano di espansione di IS/DAESH anche in Af-Pak; uno sviluppo del fronte insurrezionale che preoccupa poiché IS/DAESH è oggi, sul piano sostanziale, una minaccia ben più preoccupante di quanto non lo siano stati sinora i taliban, o la stessa al-Qaeda.

Nel complesso delle dinamiche regionali, il governo afghano potrebbe (dovrebbe) cogliere l’occasione per stabilire un rapporto diretto con i Talebani, dividendo il fronte tra chi vuole essere parte del processo di riconciliazione da quelli che invece intendono continuare a combattere. Ma al momento tale iniziativa è assente e il governo afghano, bloccato da una inefficace con-divisione del potere, non pare aver colto l’occasione data dalle difficoltà dei Talebani. Il risultato è che l’IS/DAESH è divenuto una valida alternativa, seducente e determinata.

In tale siffatto contesto si inseriscono le dinamiche delle relazioni internazionali e della geopolitica i cui ritmi si muovono seguendo le spinte della realpolitik: il crescente protagonismo di Mosca nel vecchio “Grande-Medioriente” potrebbe indurre la Coalizione a guida statunitense a valutare come opportuna una significativa e continua presenza in forze – con particolare riferimento alle basi strategiche (Bagram in primis) – anche in funzione di contenimento delle ambizioni russe.

* Claudio Bertolotti, è Laureato in Storia contemporanea, specializzato in Sociologia dell’Islam, e dottore di ricerca in Sociologia e Scienza Politica. Analista strategico indipendente e docente di ‘Analisi d’area’, è stato capo sezione contro-intelligence e sicurezza di ISAF in Afghanistan e ha introdotto il nuovo metodo di ‘triplice lettura alla minaccia asimmetrica’ e il concetto di ‘nuovo terrorismo insurrezionale’ (NIT, New Insurrectional Terrorism). Autore di numerosi articoli e saggi, è membro dell’Italian Team for Security, Terroristic Issues & Managing Emergencies (Itstime) ed è il ricercatore per l’Italia alla ‘5+5 Defense iniziative 2015′ dell’Euro-Maghreb Centre for Research and Strategic Studies (CEMRES).

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