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alessia e michela orlando: VIAGGI E COMPLOTTI-LA CAROVANA ZANARDELLI

Da Gurufranc

alessia e michela orlando: VIAGGI E COMPLOTTI-LA CAROVANA ZANARDELLI

alessia e michela orlando: VIAGGI E COMPLOTTI-LA CAROVANA ZANARDELLI

Nella sala un gruppo di musicanti si era disposto intorno al tavolo e aveva cominciato un repertorio di melodie con arpe e violini.

«È il destino dei viggianesi» spiegò il cavalier Negrofante all'orecchio di Zanardelli, sperando nella sorpresa. «Suonano nostalgie di anime sparpagliate per il mondo».

Pag.60

LA CAROVANA ZANARDELLI

Giuseppe Lupo

romanzo Marsilio

 

 

La porta principale attraverso cui entriamo nel libro è la copertina. Anzi: la sovraccoperta. È festosa, anche al tatto. È un particolare di Girotondo, di Franz Borghese. Poteva trovarsi un soggetto diverso e ancor più in sintonia con il titolo? Crediamo che chiunque li veda, sovraccoperta e titolo, dica NO. 

Sono 219 pagine rutilanti; tantissimi personaggi, inevitabili, potenti e perfettamente messi a  fuoco; sottili ironie; sogni e bisogni; attese e delusioni: un velo intessuto di nostalgie, che ti riporta indietro nel tempo e ti lascia le stesse sensazioni legate ai tuoi primi anni di vita. È un materiale che ritrovi dentro, nel tuo profondo, sulla superficie e dentro la pelle. È tutto incarnato, incancellabile. Anche la delusione.

LA SECONDA DI COPERTINA

Nel settembre del 1902 il Presidente del Consiglio Giuseppe Zanardelli parte da Roma per un avventuroso viaggio in Basilicata. A capo di un corteo di politici, giornalisti, medici, orchestrali e maggiordomi, visita paesi e contrade in miseria, recita discorsi, stringe la mano di sottoprefetti, sindaci, galantuomini e gente comune, andando così incontro a un'inaspettata popolarità. Lo statista diventa eroe leggendario di un mondo decrepito e visionario, abituato a patire le ingiustizie della storia, ma desideroso di mostrare un volto festoso e scanzonato.

E mentre la carovana si inerpica a bordo di treni e diligenze sui monti di una Lucania che attende il suo passaggio a suon di bande e fuochi pirotecnici, pronta ad affrontare con entusiasmo l'avventura della modernità, un fotografo raccoglie con la sua arte magica pericolosi segnali di complotto: l'intrusione di misteriosi turisti inglesi, le esibizioni di un enigmatico funambolo americano, le ambigue manovre di un'associazione anarchica e di un produttore di liquori che si contorna di insospettabili spioni.

Tra epopea storica e picaresca, Giuseppe Lupo dà vita a un romanzo dove verità e finzione si mescolano e la Grande Storia si intreccia alle sorti degli umili. Seguendo le cadenze dell'epica e della cronaca, racconta un evento cruciale per il destino del Mezzogiorno, rappresentato non soltanto come luogo di dolore, ma palcoscenico di sogni, tragicomico orizzonte di contraddizioni, scenario di velleitari progetti e scontri drammatici.

L'AUTORE

Giuseppe Lupo (Atella, 1963), narratore e saggista, insegna letteratura contemporanea all'Università Cattolica, sede di Brescia. Con Marsilio ha pubblicato i romanzi L'americano di Celenne (2000), con cui ha vinto il Premio Berto, il Premio Mondello, il Festival du premier roman, e Ballo ad Agropinto (2004). Tra i saggi, ricordiamo Sinisgalli e la cultura utopica degli anni Trenta (Premio Basilicata), Poesia come pittura. De Libero e la cultura romana, Le utopie della ragione. Raffaele Crovi intellettuale e scrittore, e l'antologia Il secolo dei manifesti. Programmi delle riviste del Novecento. Ha contribuito alla realizzazione della Storia dei «Gettoni» di Elio Vittorini. Collabora a «Il Mattino», «Poesia», «l'immaginazione».

I PROTAGONISTI LA STORIA L'EPILOGO

Lo statista proviene dalla visita in Campania e, malgrado l'ufficialità e i brindisi spontaneamente calorosi, sta per essere soverchiato dalla vita reale. Appaiono i problemi: abiti consunti, visi arsi dal sole come la terra, la dura vita quotidiana dei Lucani. Sono i prigionieri del demone della fantasia, ovvero della entità che Leonardo Sinisgalli, il poeta contemporaneo di Montemurro (Pz), nato nel 1908 e morto nel 1981, chiamò il demone dell'insoddisfazione,. È un popolo: che l'esattezza ha spinto alle soglie dell'insensatezza.

Lupo utilizza i documenti tratti dall'Archivio di Stato e crea un magma straordinario condito con ironia, favole, fatti veri. Nasce, così, una nuova struttura che si innerva in maniera naturale con l'essere lucani.

Tutto accade tra il 17 e il 30 settembre del 1902. Sono giorni lunghi, pieni di promesse e raccolte di preghiere. Zanardelli, con il variopinto seguito, percorre la Lucania, la terra destinata a essere corrotta dai segni dei pozzi petroliferi, in Val d'Agri, dove giunge l'aria fresca delle Piccole Dolomiti Lucane, senza trarne grandi ed effettivi miglioramenti del tenore di vita: Lagonegro, Moliterno, Corleto Perticara, Stigliano, Montalbano, Matera, Rionero in Vulture, Potenza. Fa anche una tappa fuori regione giungendo a Taranto.

Sembra uno spettacolo; non mancano le comparse, le attrazioni. Considerato che una cosa del genere non si era mai vista, si può immaginare quante delusioni abbia generato. Il cronista Sestini potette scrivere:  Quando vi dissi che questo viaggio dell'onorevole Zanardelli andava assumendo il carattere di un viaggio trionfale non esagerai , né volli usare una delle solite frasi retoriche che si usa rimettere a nuovo in queste occasioni. Dissi il vero, con sincerità pari a quella che muove queste buone e semplici popolazioni a eternare il loro reverente affetto verso chi dimostra di voler essere loro amico sul serio, e non soltanto a parole, ma col fermo intendimento di venire in soccorso alle tristi condizioni….

Cosa chiesero i lucani, attraverso i loro politici? Le solite cose e tante altre ancora, anche irrealizzabili e assurde: acquedotti, ferrovie, fognature, strade. E poi: una stazione per mongolfiere in mezzo ai calanchi di Armento; una struttura di ferro come il ponte di Brooklyn per attraversare l'Agri; una ferrovia sopraelevata che percorresse la valle del Sauro.

Cosa faceva il Presidente Zanardelli? Ascoltava serio; annotava; anche mentre veniva accolto fra i balconi imbandierati e i lanci di fiori, fuochi d'artificio, applausi, fanfare. Stava divenendo un santo miracoloso. Zanardelli toccava il cielo con dito a settanta anni. Sapeva che era l'occasione per passare alla storia. Non poteva sapere che sarebbe morto di lì a due mesi.

Intanto, in quel clima e con fare peccaminoso, non mancava chi tramava nell'ombra. Il Presidente mostrava segni di stanchezza e, il set lo consentiva, vi fu chi pensò fosse stato sottoposto a un maleficio, al malocchio.

Dopo dodici giorni rientrò a Roma: conosceva quella terra, la sua povertà antica, ma finalmente ottimista. E lui? Era stanco, ma felice. Quando sopraggiunse la morte, la Basilicata non gli fece mancare la propria riconoscenza: dappertutto le bandiere furono issate a mezz'asta.

L'INCIPIT

Tino Robilante non immaginava che i suoi strumenti fotografici sarebbero stati usati al matrimonio di miss Simonson, celebrato fra garofani, violini e confetti in un lembo di terra contemplato da nessuna carta geografica. E nemmeno sospettava che alle sue spalle, mentre il treno su cui viaggiava Zanardelli abbandonava la costa per infilarsi negli Appennini, qualcuno già gli scriveva messaggi cifrati, preparava complotti, sguinzagliava spie.

L'ultima  frase:

Non è così. L'ho scritta per vincere il disagio di sentirmi un figlio illegittimo. So di aver sciupato la chance di conoscere il destino di mio padre. Di occasioni per farmi avanti con Zanardelli e chiedergli del naufragio di Ippolito Nievo ne ho avute a bizzeffe, ma non le ho sfruttate. Melgio evitare che quei burocrati di Roma ripetessero bugie, mi sono detto.

 

La frase che ci è rimasta impressa a fuoco nella mente è a pagina 60: Nella sala un gruppo di musicanti si era disposto intorno al tavolo e aveva cominciato un repertorio di melodie con arpe e violini.

«È il destino dei viggianesi» spiegò il cavalier Negrofante all'orecchio di Zanardelli, sperando nella sorpresa. «Suonano nostalgie di anime sparpagliate per il mondo».

Non è cambiato molto: si pensi che in questo momento, a Viggiano, nel paese che ha potuto sopravvivere con i musicanti ambulanti, quelli che giungevano in ogni luogo del mondo, e rientravano tra le proprie case leggermente più ricchi, c'è un giovane arpista che vorrebbe avere una arpa tutta sua. Non può. Si reca al locale museo per suonarla ogni tanto.

 

Le foto: I - la copertina del libro.

II - Cartina fisica dell'Italia con in evidenza le varie catene appenniniche.



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