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Antropologia biologica, società e innovazione

Creato il 09 aprile 2011 da Lupo @morenotiziani
Uomo Vitruvio

Il titolo di questo post solleva una questione spinosa. Non che lo sia di per sè, ma perchè viviamo in un paese che ha poca dimestichezza sia con l’antropologia che con l’innovazione. L’antropologia non è solo lo studio delle ossa o di tribù equatoriali, così come l’innovazione non è solo l’ultimo tablet uscito sul mercato.

Difficile cominciare un discorso sul rapporto tra antropologia e innovazione (e sulle ricadute che questo rapporto ha sulla società tutta), se non si mettono sul tavolo alcune definizioni. Senza definire i termini della questione non si va molto lontano.

L’antropologia biologica è una disciplina che abbraccia molti aspetti legati allo studio della biologia umana, con particolare attenzione al rapporto tra l’uomo, le sue culture, l’ambiente in cui vive e gli altri primati. L’antropologia biologica si concentra

  • sul comportamento umano,
  • sulle differenze genetiche tra i vari gruppi etnici alla luce dell’adattamento all’ambiente,
  • sulla storia evolutiva della specie umana e degli altri primati,
  • sulle problematiche demografiche e sanitarie delle popolazioni del passato e contemporanee,
  • sull’ecologia della specie umana, sia nei secoli passati che, soprattutto, nel tempo presente.

Spunti che per forza di cose toccano il rapporto tra natura e cultura (tema amato e odiato sia dagli antropologi biologici che culturali) e che fanno capire come l’antropologia biologica abbia un orizzonte di studio più ampio rispetto all’antropologia fisica propriamente detta. Anche se, nel linguaggio comune, è facile utilizzare entrambe le espressioni per descrivere lo stesso concetto.

Questa vastità di orizzonti è la forza e nel contempo il limite dell’antropologia biologica: da una parte, la sua trasversalità ad altre discipline, il carattere olistico e la capacità di comprensione di un problema a livello globale ne fanno uno strumento avanzato per risolvere situazioni anche critiche dal punto di vista metodologico e organizzativo. Dall’altra la rende un’entità astratta e non ben definita, soprattutto in una società come la nostra che tende sempre più alla specializzazione esasperata.

Eppure mai come ora è necessaria una visione d’insieme per non “perdere i pezzi”. Il nostro sarà il secolo della complessità; la complessità non nasce dalla somma delle singole parti che la compongono, ma dalla sinergia tra loro. Smontare un problema e comprendere da dove è nato e come è cresciuto non significa automaticamente risolverlo. Per arrivare alla soluzione, il principio di causa ed effetto deve lasciare il passo al principio di relazione. E l’antropologia è proprio lo studio delle relazioni, sia biologiche che culturali.

Se così, l’antropologia non è il fine del percorso di formazione di uno studente, bensì il mezzo con cui acquisire una nuova visione delle cose. E’ la prospettiva a far cambiare punto di vista… e far trovare soluzioni innovative muovendo altri percorsi di pensiero. Un po’ come accade con il “problema dei nove punti”, in cui bisogna unire tutti i nove punti con quattro linee spezzate senza staccare la matita dal foglio.

Quiz dei nove punti

E’ un giochino interessante che mette alla prova la capacità di pensare “fuori dagli schemi” (la soluzione è visibile qui).
Le problematiche che un antropologo analizza sono spesso costellate da diverse variabili da correlare tra loro, proprio come i nove punti del disegno. Compito dell’antropologo è di trovare la relazione tra di esse. Possiamo prendere a esempio il progetto che ho presentato insieme ad altri due colleghi di Antrocom Onlus alla X Biennale di Architettura di Venezia. VEMA era il tema del Padiglione Italiano (La Città Nuova. Italia-y-2026. Invito a Vema), cioè un’ipotetica città da costruirsi nel 2026 tra VErona e MAntova.

Basandosi su antropologia, ergonomia ed ecologia umana abbiamo proposto un diagramma di rete che collegava le molte variabili prese in considerazione. Il progetto è ancora in corso, in vista di applicazioni pratiche. E’ stato anche il più apprezzato in un sondaggio svolto tra 20.000 visitatori da Il Giornale dell’Architettura, sorpassando i lavori degli architetti Terunobu Fujimori, Lorenzo Capobianco e Renzo Piano, vincendo il primo premio come miglior progetto esposto.

Nel progetto VEMA si sono interconnesse discipline antropologiche che difficilmente “parlano” tra loro: antropologia urbana ( l’uomo e la città), antropologia culturale (l’uomo e la sua cultura), etnologia (l’uomo, i suoi simboli e i suoi riti) ed ecologia umana (l’uomo in rapporto con l’ambiente). Si è così costituita la matrice per un progetto architettonico, in modo che un qualsiasi progetto edilizio/strutturale può essere appoggiato su un cuscinetto di conoscenze del territorio e delle persone che già lo abitano, facilitando la sua realizzazione da diversi punti di vista.

Non che manchino gli architetti che chiedono consiglio agli antropologi (come Renzo Piano, citato poc’anzi). Ma VEMA è stato il primo esperimento del suo genere. Non solo il progetto non faceva il punto sulla situazione ambientale, territoriale, demografica e tecnologica di oggi, ma da qui a venti anni nel futuro: con i cambiamenti climatici in atto e le modificazioni sociali che stiamo vivendo, cosa significherà “abitare” tra venti anni?

L’articolo introduttivo è disponibile sulla rivista Antrocom. E ora, perchè non raccontate di come applicate l’antropologia ai problemi di tutti i giorni? Che cos’è per voi l’antropologia?


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