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L’antropologia e la colonizzazione dello spazio

Creato il 09 ottobre 2011 da Lupo @morenotiziani
Terra vista dalla Luna

Mi è stato chiesto di ampliare il paragrafo di Professione Antropologo in cui cito, tra gli esempi di applicazione, gli studi antropologici collegati alla colonizzazione dello spazio. Non si tratta di fantascienza, ma di applicazioni pratiche dell’antropologia che implicano una nuova concezione di quella che fino a un paio di decenni fa era la “corsa allo spazio”.

Le esigenze dettate dalla Guerra Fredda posero in primo piano la necessità di conquistare lo spazio orbitale terrestre. Le implicazioni militari e di propaganda erano palesi, ma sono andate via via affievolendosi nel corso del tempo. Solo negli ultimi anni si è ritornati a parlare di colonizzazione della Luna e di un viaggio verso Marte, in quello che sembra essere, finalmente, un’esigenza scientifica e umana, prima che una necessità politica.

Non che la necessità politica sia del tutto scomparsa, semplicemente mi interessa ora parlare degli aspetti antropologici delle avventure spaziali. Perchè ora si è fatta strada, tra gli ingegneri e i tecnici, l’idea che oltre al risultato conti l’esperienza umana e che lanciare una navicella spaziale è un grande sforzo che deve servire all’uomo, più che a una necessità politica e tecnologica.

A ben guardare non è una novità. Il pionere di una visione simile è stato probabilmente Krafft Ehricke: il suo The Anthropology of Astronautics è una pietra miliare ancora oggi letto con interesse. Tuttavia solo all’inizio del XXI secolo sembrano esserci le condizioni per applicare il pensiero di Ehricke e di migliorarne le idee.

Altri antropologi si sono aggiunti in seguito, come negli ultimi anni Debbora Battaglia e Valerie Olson, che si sono interessate spesso al rapporto tra antropologia, viaggi spaziali e ricerca di vita extraterrestre.

Su quali aspetti del viaggio spaziale lavora un antropologo? Si tratta soprattutto di considerare tutto ciò che riguarda il volo spaziale prima e la colonizzazione poi come variabili che ruotano attorno all’astronauta.

Quindi, considerare prima i bisogni umani e poi le necessità tecnologiche. Già la navicella spaziale va ripensata alla luce dell’ergonomia, e non solo al fine di sistemare il maggior numero di strumenti nel minor spazio possibile.

Soprattutto nel caso di missioni di lunga durata, l’essere umano è sottoposto a condizioni di microgravità e a stress ambientali del tutto particolari, che non hanno riscontri in alcun ambiente del nostro pianeta. Si tratta di condizioni sopportabili grazie a un duro addestramento ma che alla lunga possono influire sulla salute psicofisica degli astronauti.

Le accelerazioni durante il decollo portano al limite la resistenza di un corpo umano. E i fluidi corporei, non soggetti a gravità, si ridistribuiscono causando congestione a livello dei tessuti, il senso dell’equilibrio si altera, gli occhi sono gli unici organi a percepire il movimento, il tessuto osseo e i muscoli tendono ad assottigliarsi e a perdere massa.

Queste sono alcune delle modificazioni che avvengono in condizioni di microgravità, il cui studio, sia dal punto di vista fisiologico che antropologico, è importante per mantenere in buona salute gli astronauti.

ll gruppo di ricerca supervisionato dall’antropologo Melchiorre Masali è impegnato a studiare questi aspetti e a migliorare l’esperienza di un viaggio spaziale, anche in vista di possibili viaggi spaziali a scopo turistico.

Uno degli studi portati avanti riguarda la percezione visiva in condizioni di microgravità. Nell’esperimento Cromos (di cui ha parlato anche l’ANSA), a cura della designer Irene Lia Schlacht, degli ingegneri aerospaziali Stefano Brambillasca, Henrik Birke e Gabriele Rotondi e coordinato dallo stesso Masali, si sono considerati i parametri di tono, saturazione e luminosità del colore, la cui percezione cambia in assenza di gravità.

Nel caso poi si consideri l’impianto di una colonia spaziale, non possiamo certo pensare che tutti i coloni siano sottoposti a un duro addestramento, o almeno non allo stesso a cui sono sottoposti gli astronauti oggi.

Bisogna considerare anche il soddisfacimento dei bisogni secondari, come appagare il senso estetico e alimentare la nostra cultura. Creare cioè condizioni di vita che vadano al di là della semplice sopravvivenza.

Nei semplici moduli abitativi della Stazione Spaziale Internazionale (ISS), progettati per assolvere determinate funzioni, manca la possibilità di imitare il ciclo circadiano, cioè l’alternanza giorno/notte. Un aspetto che è invece presente sul pianeta e che è alla base di diversi nostri comportamenti. Le abitazioni delle future colonie dovrebbero invece tenerne conto, non fosse altro che per aumentare il benessere dei coloni e la loro produttività.

Questo non si traduce necessariamente nel ricreare ambienti terrestri all’interno o all’esterno della colonia. Pensiamo ad esempio alla Luna. Difficile pensare di terraformarla in modo da avvolgerla in un’atmosfera per piantare bei giardini.

La soluzione proposta dall’antropologo Melchiorre Masali e dalla designer Irene Schlacht è un giardino zen sulla superficie lunare, visibile dagli alloggi e capace di autoridefinirsi grazie al lavoro di automi.

giardino zen lunare Masali e Schlacht

Una soluzione ottimale, capace di antropizzare un ambiente ostile e creare nei coloni stimoli emozionali. A suo modo una realizzazione simile potrebbe dare origine a una nuova estetica e a una nuova filosofia. In altre parole potrebbe dare origine a una nuova cultura.

E nel lontano futuro? C’è chi pensa che per lunghi viaggi spaziali dovremo racchiudere le nostri menti in corpi meccanici, chi invece preferisce pensare a grandi arche che facciano da casa per generazioni di astronauti, chi invece auspica che il genere umano ricorra all’ingegneria genetica.

In ogni caso, dovrà essere l’uomo ad adattarsi a un nuovo pianeta, o il pianeta ad adattarsi agli esseri umani tramite la terraformazione? Gli autori di fantascienza parteggiano per luna o l’altra soluzione.

Dan Simmons, nella saga di Hyperion, descrive gli Ouster, una popolazione seminomade che ha preferito adattarsi geneticamente ai vari contesti ambientali dei pianeti piuttosto che terraformarli come invece ha fatto l’Egemonia. Kim Stanley Robinson, nella trilogia di Marte, immagina invece che il pianeta venga pesantemente terraformato.

La trilogia di Robinson è basata anche sugli studi condotti dalla NASA. Quindi la terraformazione potrebbe essere la soluzione più probabile? In realtà non lo possiamo sapere con certezza, possiamo solo prendere spunto dagli esperimenti condotti sulla Terra. Tra questi, Biosfera 2 è stato forse il più eclatante.

Si è trattato di replicare in un ambiente chiuso diversi ecosistemi terrestri (la Terra è la Biosfera 1), per vedere se l’uomo avesse potuto replicarli prima su arche spaziali e poi su altri pianeti.

Come racconta giustamente Telmo Pievani in Homo sapiens e altre catastrofi, i risultati inattesi prodotti dall’esperimento e in definitiva il suo fallimento rappresentano la prova che gli ecosistemi si evolvono e si adattano nonostante le intenzioni umane.

La vita procede riorganizzandosi indipendentemente dalla nostra volontà. Anche se cercassimo di replicare gli ambienti terrestri su nuovi pianeti, è probabile che non saranno mai identici, se non proprio totalmente diversi.


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