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BOY GEORGE VOCE REGINA: This is what I do | Il nuovo album solista di Boy George

Creato il 20 dicembre 2013 da Amedit Magazine @Amedit_Sicilia

bannerboygeorgeTears in my coffee cup / Too much war / Not enough love /

Dictators never went away / Feels like faith took a holiday / Feel the Vibration…

(Boy George, Feel the Vibration, This is what I do, 2013)

Voce struggente, calda, atmosferica, indicibilmente malinconica, seducente, assolutamente inimitabile, immediatamente riconoscibile. Signori… Boy George! This is what I do chiude un’ideale trilogia cominciata nel lontano 1995 con Cheapness and Beauty (album poi coadiuvato dal sequel The Unrecoupable one man bandit, per il solo circuito fan) e a cui ha fatto seguito nel 2002 U can never b2 straight. Nel frattempo George O’Dowd non se n’è stato con le mani in mano, dividendosi tra le saltuarie e poco fruttuose reunion con i Culture Club, il fortunatissimo musical Taboo, l’instancabile attività di Dj in giro per il mondo e gli innumerevoli duetti e collaborazioni. A cinquant’anni suonati, reduce da una dieta dimagrante che sembra avergli restituito la grinta, lo smalto e l’avvenenza di un tempo, Boy si rimette in carreggiata ridando linfa alla sua vena più intimista e cantautorale. Un disco attesissimo, dodici tracce inedite che rendono giustizia a una delle personalità musicali più significative dell’ultimo trentennio. Annunciato con altri titoli provvisori e con altre scalette e continuamente rimandato e posticipato, il progetto ha rischiato più volte di naufragare, poi però ha preso finalmente forma a partire dalla scorsa estate. La gestazione di This is what I do è stata quindi lunga e sofferta e, d’altra parte, quando non si ha più una major discografica alle spalle (vedi il caso analogo di Morrissey, fermo e senza un contratto serio da anni) gli impedimenti e le difficoltà non fanno che sommarsi.

Protagonista è innanzitutto la voce, ispirata, partecipe, suadente, a tratti sofferente, ma sempre carismatica. Nessun virtuosismo fine a se stesso, nessun vocalizzo effettato (e sì che se lo potrebbe permettere): l’intonazione è sincera, misurata, moderatamente melodica, abile nel calibrare drammaticità e ironia. Il primo singolo estratto per la promozione radiofonica è King of Everything (scritto con Mikey Craig e Martin Glover), un brano che non si discosta di molto dalla produzione precedente e che anzi la richiama esplicitamente. Tutti i testi portano la firma di Boy George, a eccezione dell’unica cover presente nell’album: la splendida Death of Samantha di Yoko Ono. Alle musiche, oltre al fido John Themis e ai già citati Craig e Glover, troviamo Richie Stevens, Kevan Frost e Alfred “Pee Wee” Ellis.

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Realizzato a Londra tra Cowshed Studios, Sphere Studios, Frosty Attic Studios e Shabby Road Studios This is what I do è prodotto e arrangiato da Richie Stevens. Ritmiche dal sapore moderatamente reggae caratterizzano le atmosfere dei brani: Live your life, My star, Love and Danger e Nice and Slow che, come il già citato King of Everything, si riallacciano a brani del vecchio repertorio come I just wanna be loved e Everything I own. Di forte presa la bella It’s easy (con John Themis alla chitarra) e Play me, che suona come un compiaciuto invito a godersi la sua voce e la sua musica: <<Come on play me / Like an old familiar song / Melts your heart / Makes you sing along / On the radio night and day / Like the music never went away / Come on play me…>> This is what I do si chiude con una ballata che si dispiega con i toni di una preghiera: Feel the Vibration, indubbiamente il brano migliore del disco: <<Tears in my coffee cup / Too much war / Not enough love / Dictators never went away / Feels like faith took a holiday / Feel the Vibration…>> Un disco sincero e sereno, complessivamente elegante, confidenziale, quasi eseguito in punta di piedi. Boy George non esce dal suo tracciato ben collaudato e sceglie deliberatamente di muoversi tra le sue corde, senza eccessi, stravolgimenti o sovraccarichi sperimentali. This is what I do arriva a trent’anni di distanza da Kissing to be clever, disco d’esordio dei Culture Club contenente la hit mondiale Do you really want to hurt me?, uno dei brani manifesto degli anni Ottanta. Tre lunghi decenni di alti e di bassi, scanditi da clamorosi successi e rovinose cadute, ritorni di fiamma con la band d’origine e curiose trasmigrazioni come “The Martyr Mantras – Jesus Love You” e, più di recente, l’operazione “The Twin”. Un percorso discontinuo, accidentato, talvolta disordinato e certo poco lineare ma generoso per quel che concerne la produzione discografica, specie sul versante delle featuring e, più in generale, delle collaborazioni (basti menzionare The crying game con la complicità dei Pet Shop Boys, la struggente You are my sister con Antony (incisa quest’anno anche dal nostro Franco Battiato, sempre in duetto con Antony), la trascinante Run con il Dj Sasha, fino alle più recenti Pentonville Blues con Glide & Swerve e Somebody to love me con Mark Ronson).

Un itinerario musicale confuso, frammentario, a tratti controproducente, ma perfettamente in linea con la personalità volubile, eclettica e camaleontica dell’artista, sempre sospesa tra intimismo e irriverenza. This is what I do apre una nuova fase e una nuova stagione nella parabola di Sister George e, visti i risultati, ci auguriamo che non si tratti solo dell’ennesima parentesi. L’album (prodotto dalla piccola etichetta Very Me Records) è disponibile nei formati cd-digipack e doppio vinile 180 grammi (con cd all’interno). Segnaliamo una ulteriore ghiottoneria per i collezionisti: per celebrare il trentennale dei Culture Club la Virgin Records ha rieditato (in edizione limitata) i 45 giri in versione picture-disk della hit mondiale Karma Chameleon (1983) e di Everything I own (primo singolo solista di Boy George nel 1987).

Leone Maria Anselmi

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Cover Amedit n° 17 – Dicembre 2013. “Ephebus dolorosus” by Iano

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