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c’e così tanto da vedere che poi alla fine guardi su, proprio come loro

Creato il 27 aprile 2013 da Plus1gmt

Io li capisco gli stranieri che fanno i viaggi nelle città d’arte italiane, perché ve la immaginate una famiglia che parte da un posto qualunque degli Stati Uniti dove c’è solo pianura, e non venite a dirmi che non è vero perché se provate a fare il gioco che faccio io quando ricerco il massimo disimpegno in Internet e lanciate a caso l’omino di Street View sugli USA ci sono ottanta probabilità su cento che vi capiti un paesaggio come questo, cioè strade diritte e case di quelle che si vedono nei film quando lo sceriffo va a interrogare a domicilio la sospettata di un omicidio però i due si conoscono da sempre, hanno avuto una storia da ragazzi e a lui spiace metterla nei guai ma la giustizia deve fare il suo corso. Quindi gente che vive in posti che non sono New York, San Francisco o Boston o Chicago poi di botto si ritrova a Venezia, Firenze, Pisa, dove ogni pietra è intrisa di un passato di più di mille anni. E loro pur di dilatare questa full immersion nella storia sono disposti a farsi servire pizze margherite da quindici euro nei dehors che danno sulla cupola del Brunelleschi, dove intorno è zeppo di venditori di cineserie per bambini e di riproduzioni di opere decontestualizzate che condividono la piazza con l’arte gotica. Non ditemi che secondo voi gli stranieri in visita qui non vedono gli italiani come noi vediamo un  suq. Perché poi rientreranno nella loro di storia, gloriosa quanto breve perché di quello che c’era prima, nel nome di quegli edifici sacri a fianco dei quali si lasciano truffare dall’industria del turismo di massa, è stata fatta piazza pulita. Gli hanno formattato le origini. Che poi non bisogna confondere il turismo di massa da quello massivo, che è così non solo in Italia ma dalle nostre parti non ci si può esimere dal farlo. Ti muovi in queste città dove tutto è vergognosamente bello e da fermarsi a guardare, tirare fuori la guida e leggere cos’è tanto che alla fine, compresso in qualche giorno, tutto resta come un unico indistinto bolo romanico-gotico-rinascimentale-barocco e va a sedimentare nel tuo vissuto insieme a quello che è rimasto delle altre volte in cui hai visitato Santa Croce o un’altra basilica e i dipinti che hai visto nei libri di storia dell’arte o alla tele in mille altre occasioni, a cui si aggiunge la diaspora dei capolavori italiani che si trovano nei musei all’estero e fai casino a ricordare se quella volta eri in cima al campanile di Giotto o sulla Torre di Pisa, e quando e con chi. Così, se proprio dovessi trovare una sintesi di quello che è l’Italia dell’arte da lasciare a uno straniero che viene a scoprire che il David di Donatello non così grande come uno se lo immagina, gli lascerei una stampa che sono certo troverà appesa in ogni albergo in cui soggiornerà in tutte le future vacanze che trascorrerà nel nostro paese, non importa quale città né, a dire il vero, quale sistemazione. Perché se vuoi mettere a proprio agio un turista a cui affitti un posto letto, non puoi negargli la gioia di ammirare in camera o nell’ingresso una riproduzione degli angeli di Raffaello, quei due mini-semidei alati che osservano la scena sopra di loro nel celebre dipinto “Madonna Sistina”. Ormai non mi stupisco più, è come quando accendo un canale televisivo e vedo gente che insegna a cucinare. Entro in un appartamento a Milano, a Roma, a Palermo, e in qualche angolo stai sicuro che un quadretto con i due putti assorti lo trovi, da qualche parte. Ed è proprio così, come ho scritto nel titolo di questo post. Arrivi a un certo punto in cui guardi in alto perché della gente e delle gite scolastiche e dei camerieri che servono pasti a qualunque ora del giorno non ne puoi più e speri che accada davvero un miracolo, e ti domandi come potesse essere la vita di tutti i giorni quando entravi in una chiesa qualunque e ti trovavi Giotto a impiastrare cappelle perché, da come sembra oggi, potrebbe anche non essere mai esistito nulla del genere, ma tutto frutto di una riuscita campagna di marketing del territorio.

Raphael-cherubini



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