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Catapulte

Creato il 18 gennaio 2011 da Fabry2010

Catapulte

Ero seduto già da diversi minuti quando li avevo visti entrare. Succede sempre così in un ristorante. Che si è soli, e si finisce per badare più al mondo che a ciò che abbiamo nel piatto. Per questo mi ero messo spalle alla sala, in un angolo, di fronte alla vetrata che dava sul parcheggio. Per non incontrare null’altro che i fantasmi delle macchine allineate e il riflesso della mia faccia sulla finestra. Cose morte per lo più. Mi era venuto in mente Pavese: “passavo la sera davanti allo specchio per tenermi compagnia.”
Se non fosse che era giorno e che li avevo visti entrare.
La donna: capelli lunghi e lisci, corpo chiuso in un cappotto con cinturino in vita, e uno sguardo sfuggente che un tempo doveva aver reso più singolare la sua bellezza ma che adesso sembrava, ecco, solamente turbato.
L’uomo: giacca sportiva, jeans stretti, scarpe in cuoio. Null’altro su cui dilungarsi riguardo all’uomo. Mi era parso fin da subito preoccupato più di raggiungere la sedia che di sedervici sopra.
Il ristorante l’avevo trovato per caso. Ero in viaggio, sapete, lavoro.
Si erano sistemati alle mie spalle e per il resto del tempo non avevano parlato. Avevano ordinato, sì, ma sempre senza parlare. Non tra loro. E io non potevo fare a meno di sentirli tacere.
Poi la voce di lei.
“A cosa stai pensando?”
“A niente.” Pausa. “Niente in particolare voglio dire.” Una seconda pausa, questa volta più lunga. “E tu?”
“Mi chiedevo a cosa stessi pensando.”
E di nuovo silenzio. Silenzio e rumore bianco su sala semideserta. Pareva il titolo di un quadro futurista.
Come dal nulla mi era apparso di fianco il cameriere, studente avevo concluso dal primo istante in cui l’avevo visto. Con garbo, si era messo a ritirare la mia insalata di polpo. E andandosene aveva domandato se era stata di mio gradimento.
Io avevo lavorato per anni nei ristoranti. Avevo fatto il runner all’estero. Il runner: quello che nei posti affollati deve preoccuparsi di apparecchiare, sparecchiare, pulire posate, bicchieri, posacenere, candele, sottopiatti. Tenere tutto a disposizione, ogni cosa pronta e all’istante. Ero stato cameriere in posti popolari. In ristoranti chic. Avevo fatto il glassy. Il glassy: quello che raccoglie i bicchieri e cambia la carta igienica mentre la gente è fuori sulla porta dei cessi che aspetta. Ma avevo anche speso pomeriggi interminabili in pub semivuoti, in ristoranti sull’orlo del fallimento, a servire clienti seduti davanti a televisori sempre accesi. Ero stato barman in locali alla moda. Caposala in music club.
“Perfetto” avevo risposto, cercando di fargli sentire che lo capivo, che lo sapevo cosa volesse dire passare una domenica qualsiasi di fine stagione coi tavolini tristi e la mente altrove. Una coppia che entra, una che se ne va. L’orologio che rallenta il battito delle posate sui piatti.
E i due alle mie spalle di nuovo in silenzio.
Mi ero messo a visualizzarli. L’uno davanti all’altra. A tentare di mettere bene a fuoco un pensiero. Qualunque cosa su cui poter ricominciare una conversazione. Con nient’altro se non un vago “anche noi come quelli che si vedono ai ristoranti, che non parlano finché uno dei due non chiede all’altro ‘a cosa stai pensando?’” -Poi la donna si volta e nota la mia schiena immobile. E si domanda che effetto fa andare a mangiare in un ristorante per conto proprio. E prova a ricordarsi se è successo anche a lei. Se le è mai successo di andare fuori a pranzo o a cena o al cinema, da sola. E allora si vede, che sta guardando con me il riflesso di se stessa nella finestra.-
“Una volta non c’era bisogno di chiederlo” l’avevo sentita dire.
“Cosa.”
“Quello che pensavamo.”

La sera in cui era stato deciso che avrei fondato un gruppo rock e sarei diventato un musicista famoso ero a cena fuori con Mauro Ponzanelli detto “Oracolo”. I tempi del liceo per intenderci. Neppure avevo una chitarra. Ma sul fatto che i miei pezzi sarebbero stati cantati da migliaia di ragazzine negli stadi di tutta Italia non c’erano dubbi. ‘Oracolo’ in persona concordava. In fondo era con lui che avevo intenzione di fondare il gruppo.
Cenavamo in una trattoria per camionisti, un luogo che col tempo si sarebbe imborghesito senza mai divenire borghese, e condividevamo il tavolo con una coppia che poi non avrei più visto. Funzionava così in luoghi del genere: che ci si sedeva dove capitava e con chi già c’era, e si lasciava che il tempo e le circostanze facessero il resto.
Di questa coppia non avrei saputo dire l’età. Mi erano parsi vecchi. A sedici anni chiunque sopra i venti è vecchio. Erano rimasti per tutto il tempo in silenzio anche loro. Ascoltavano il resto della trattoria. O forse ascoltavano noi che chiacchieravamo, che facevamo progetti, mentre loro continuavano a leggere Il Manifesto e a sorseggiare il caffè –avevano praticamente finito di cenare prima ancora che noi iniziassimo.–. Alle volte, ma solo di tanto in tanto, mi era parso di notare che si stessero scambiando un’occhiata divertita.
Di ritorno a casa ci avevo ragionato sopra e avevo concluso che lo sapevo perché si erano dati tutte quelle occhiate. Li avevo inquadrati, io, che leggevano il giornale come se nulla fosse e intanto pensavano eccoli qua. Ecco due ragazzini che credono di poter cambiare il mondo. A leggere e sorridere dietro la loro tazzina di caffè e intanto pensare ecco altri due che sarà la vita a far tornare coi piedi per terra.
Mentre quello che pensavo io era che nel giro di un paio d’anni si sarebbero ricreduti. Nel giro di un paio d’anni si sarebbero ritrovati con quello stesso caffè in mano a leggere sul Manifesto LA BAND DELLE MERAVIGLIE CONQUISTA UN ALTRO DISCO DI PLATINO.
Poi il liceo era finito e di ‘Oracolo’ non avevo più saputo nulla. Un giorno qualcuno mi aveva detto che si era laureato, che si era sposato, che aveva fatto un figlio.

Il cameriere stava portando il mio secondo e i loro antipasti. Sarà stata la magia dei piatti sul tavolo, ma la donna aveva ricominciato a parlare. La sentivo col tono basso e la voce stanca dire che non potevano andare avanti così. Dire che stavano insieme solo per forza d’inerzia o per paura della solitudine. E quando l’inerzia finiva e la paura non spaventava più allora cosa restava? Erano fermi. A quarant’anni. Avevano avuto ragione i loro amici a dire che un figlio lo si fa quando è il momento per farlo o altrimenti non lo si fa più. E lei adesso non lo sapeva più se davvero lo voleva, un figlio. Lei non sapeva più cosa voleva. Nessuno dei due lo sapeva.
Ma io sì. Io lo sapevo. Io volevo guardare le macchine parcheggiate e il bordo del mio riflesso sul vetro, vederlo così, senza la luce dello sguardo a rovinare il perfetto anonimato della silhouette. E non avere la faccia di ‘Oracolo’ di mezzo, né quella dei due che bevevano il caffè leggendo Il Manifesto, o le voci della coppia alle mie spalle, o la memoria dei pomeriggi passati ai tavoli a servire altri che come loro e come me si stavano lentamente avvicinando a fare i conti con se stessi.
Continuavo a guardare fuori cercando di non ascoltare. Seduto sulla sedia come sul nocciolo di una catapulta. E fissavo l’aria umida d’inizio inverno che rendeva tutto irrimediabilmente prossimo e irraggiungibile.
Quando me ne andai, vidi che erano tornati silenziosi. Gli occhi lontani e gli sguardi slacciati. A lasciarsi distrarre da tutto il mondo che stava loro attorno pur di non guardare quello che avevano nei piatti.
Si comincia sempre così.
Il cameriere aveva portato i loro dolci e già aveva smesso di sparecchiare il mio tavolo. Già stava guardando l’orologio. Già si apprestava a preparare gli altri coperti per la sera.
Il tempo di concludere il suo turno e sarei stato lontano anch’io.
Uscendo l’avevo visto lanciarmi un’occhiata come a dire ‘ecco un altro uomo solo che chissà dove sta andando.’
Ad averlo saputo, glielo avrei anche detto.

 

(Questo racconto è uscito su www.unonove.org)



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