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Cella in piazza

Creato il 05 agosto 2011 da Gadilu

Cella in piazza

Fino al 18 agosto, sul ponte Talvera all’angolo della passeggiata San Quirino di Bolzano, la Caritas ha allestito l’esposizione di una cella carceraria in modo da mostrare una realtà, quella della detenzione, molto lontana dalla vita quotidiana della gente. Si tratta di un’iniziativa intelligente: mi riprometto di recarmi al più presto in quel luogo, magari accompagnandoci pure i miei figli, contraddicendo un’attitudine generale incline a distogliere sguardo e attenzione da simili cose. Specialmente d’estate, stagione delle «vacanze», una parola ricavata dal verbo latino «vacare» che paradossalmente, pensando alle carceri, significa «essere vacuo, sgombro, libero».

A dimostrarsi vacuo, o per meglio dire svuotato di senso, è però qui innanzi tutto il dettato costituzionale che all’articolo 27 afferma: «Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato». Belle parole, ma purtroppo solo parole. I fatti sono invece il sovraffollamento dei penitenziari e la degradazione conseguenti alla mancanza di spazi adeguati: le occasioni per dedicarsi ad attività «rieducative», dunque, sono perlopiù mera utopia. Tutto ciò sottopone i detenuti — alcuni di loro neppure condannati in via definitiva — a vere e proprie torture non previste dal codice penale, riducendo pressoché a zero le opportunità di reinserimento nella cosiddetta società civile. Il risultato è scontato: dopo un passaggio più o meno lungo dietro le sbarre, l’aspettativa di futuro della maggior parte degli ex detenuti è torta con violenza in un’aspettativa di passato, vale a dire insistendo nel crimine o comunque ricavando dall’esperienza negativa nulla di utile.

Ma il titolo «cella in piazza» apparso su questo giornale mi suggerisce anche un altro pensiero, un ricordo di una bellissima pagina di Adriano Sofri dedicata a un detenuto molto speciale: un albero. In quell’articolo pubblicato su «Panorama» il 25 novembre del 1999, Sofri racconta di una finestra ricoperta da una grata, quella di un vecchio palazzo veneziano ubicato al numero 3551 della Fondamenta del Malcanton. Nonostante la presenza della grata, un tronco era cresciuto per più di un metro diritto all’interno della casa, poi era riuscito chissà come a «sgattaiolare rugosamente» fuori sfuggendo alla barriera di ferro, diffondendo i suoi rami all’aperto e «arrampicandosi verso l’alto come una bandiera verde». L’insolita visione richiama la logica del miracolo, cioè di qualcosa che si svolge in contrasto con le leggi naturali o con quelle, talvolta ugualmente ferree, sociali. Ma i miracoli qualche volta accadono e per questo, concludeva Sofri, l’albero della libertà merita di essere visitato. Da chi è stato in galera e da chi non c’è stato.

Corriere dell’Alto Adige, 5 agosto 2011 (Rieducare i condannati un’illusione)

P.S. L’articolo di Sofri citato si può leggere nel suo libro “Altri Hotel” (Mondadori, 2002, pp. 80-82). In calce a quell’articolo, fra l’altro, Sofri pubblica una lettera molto toccante di una signora, la quale racconta di essere andata a cercare di proposito l’“Albero della libertà” dopo aver letto il pezzo di Sofri che le era capitato tra le mani perché un negoziante vi aveva avvolto una boccia di varechina da lei acquistata. Lo trovo un aneddoto davvero notevole: l’articolo che avvolge la boccia di varechina, message wrapped around the bottle.

 



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