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Che faccio, scrivo?

Da Marcofre

Di sicuro è un romanzo che a me piacerebbe leggere. Lo scrivo?

 

È Francis Scott Fitzgerald a parlare. Ancora una volta emerge l’aspetto “artigianale” che farà torcere il naso a più di una persona. Ma come, un artista non deve scrivere senza badare a quello che poi accadrà alla sua opera? E su questo scalcagnato blog, non vado affermando che il lettore non sa quello che vuole, e deve dirglielo lo scrittore?
Qui invece che cosa abbiamo? Un autore che sembra chiedere il permesso di scrivere (il destinatario della lettera è il suo agente letterario).

Niente di sconvolgente. Anzi, bisogna avere una scarsa dimestichezza con l’ambiente letterario per ignorare cosa accade al suo interno, al di là della “bellezza” che sembra trasparire.

Se esiste qualcosa zeppo di favori, invidie e gelosie, con l’ossessione del denaro, è di sicuro la narrativa. È un mondo di uomini e donne capaci di odi furenti e rancori eterni. Eppure è la meraviglia che vi si respira, nonostante tutto questo e parecchio altro.

Scott Fitzgerald è in grave difficoltà finanziaria e non solo, quando inizia a lavorare a questo romanzo. Ricordo che si tratta de “L’amore dell’ultimo milionario”, e nemmeno riuscirà a concluderlo. La malattia lo ha lasciato senza denaro.

Quella domanda finale: “Lo scrivo?” la vedo come una specie di richiesta di aiuto. Infatti qualche riga dopo, c’è appunto la richiesta di denaro per scriverlo con la necessaria serenità. Però non è di questo che desidero scrivere.

Ancora una volta possiamo toccare con mano come sia arduo scrivere. O meglio: se si desidera raggiungere certe vette, occorre battere strade poco popolari. Il successo è una faccenda talmente opaca e sfuggente che ben presto lo si considera più come un essere leggendario, che una realtà raggiungibile. Certo, il buon Scott se fosse stato un poco più prudente nella gestione del denaro non si sarebbe trovato in certe situazioni. Ma del senno di poi sono piene le fosse, giusto?

Scrivere non significa affatto staccarsi dalla terra e volare in alto, ma al contrario rotolarsi in quella terra. Sembra che lo scrittore Henry James fosse attaccato al denaro in maniera quasi ossessiva, ma questo non gli ha impedito di diventare un autore celebre e celebrato nel panorama della letteratura statunitense. Non si diventa migliori con la scrittura, o se accade riguarda solo una minima parte di sé. Soprattutto perché poi la vita che si conduce è tutt’altro che felice; in parte perché si è sfortunati, in parte perché si è cattivi amministratori del proprio talento.

Spesso ci si dimentica che la storia induce a non guardare più a se stessi, e forse nemmeno ad avere cura di sé, o di cosa ci sta attorno. È lei che importa e basta. Flannery O’Connor scriveva che quando si scrive i denti si guastano e cadono i capelli.

Eppure le esigenze pratiche restano lì, solide e cattive. La salute, il denaro. I figli da vestire e poi da mandare a scuola. Sono tutte sberle che cadono sulla testa del povero scrittore, lo feriscono, eppure resta in vita solo per scrivere.

 


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