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Chiudere i conti della storia (Magnago e Langer)

Creato il 30 maggio 2010 da Gadilu

Chiudere i conti della storia (Magnago e Langer)

Ancora in margine alla morte di Magnago, pubblico il commento di Luca Fazzi che appare oggi sulle colonne del quotidiano Alto Adige. Lo trovo personalmente molto riuscito.

Con la morte di Magnago un’altra pagina di storia si è chiusa. Magnago è stato un eroe del suo tempo. Una persona retta, indomita. Ferma nelle sue convinzioni. Se la minoranza germanofona della provincia di Bolzano ha ottenuto un’Autonomia che non ha pari al mondo una parte del merito è suo. Luis Durnwalder ha detto che Magnago era il Sudtirolo e che suo è il merito di avere raggiunto la pace sociale. In realtà Magnago era una parte del Sudtirolo. La parte dominante, maggioritaria. La parte che, giustamente, ha lottato contro il colonialismo fascista e i possibili esiti di un’assimilazione della minoranza locale alla maggioranza nazionale. Ma c’è un altro Sudtirolo che ha plasmato il Novecento. Un altro Sudtirolo di cui oggi la traccia è apparentemente più flebile. Ma non per questo meno attuale. E’ il Sudtirolo di Alexander Langer. L’avversario di Magnago. Magnago, il mistilingue che ha combattuto per affermare i diritti della minoranza tedesca attraverso la politica della preservazione tenace dell’identità culturale e linguistica. L’uomo che voleva costruire la pace attraverso la separazione. E Langer , il discendente di una famiglia germanofona borghese di Sterzing, Vipiteno, che pensava la pace sociale come l’esito di un incontro e della fratellanza reciproca. Magnago l’icona della difesa della Heimat. E Langer l’uomo che considerava la patria il mondo.

Al loro confronto tutti gli altri politici locali spariscono. Gli italiani, sempre più pallide controfigure di un teatro in cui svolgono il ruolo di tristi comparse. E i tedeschi: i Durnwalder, gli Ebner. Abili distributori di risorse, tattici senza strategia. Il grande insegnamento di Magnago è stato quello di sapere conquistare il potere per un ideale. I suoi successori hanno sostituito agli ideali un pragmatismo spesso cinico, ripiegato su sé stesso, privo di una visione politica di lungo respiro. Magnago e Langer la avevano. Ci hanno lasciato in eredità due visioni contrapposte del Sudtirolo. Entrambe legittime. Ma incompatibili. L’una che vede la minoranza tedesca come l’unico centro di ogni mondo possibile. I tedeschi come gli unici titolari di diritti da difendere. I confini come baluardi di ogni salvezza possibile. L’altra che considera ogni uomo membro di una possibile minoranza. Ogni uomo una fonte di fratellanza che supera i confini delle identità etniche. Ogni confine un muro che deve sempre lasciare una porta aperta per evitare di diventare un moloch a cui sacrificare quello che di più umano c’è nella vita delle persone.

Langer ha smesso di parlare il giorno che si è tolto la vita sulle colline di Firenze venti anni fa. Magnago è morto l’altro ieri ma da tanto non parlava più. E’ bello pensare che oggi si siano incontrati, da qualche parte e abbiano riconosciuto che, se si fossero parlati un po’ di più prima, avrebbero forse visto il mondo con occhi diversi.

Magnago forse sarebbe stato un uomo meno ossessionato dalla difesa della purezza etnica a tutti i costi, da una paura del diverso che lo ha portato a disconoscere la possibilità di una società terza oltre a quella dei due blocchi etnici separati. Una società che in fondo faceva parte anche della sua storia personale. La società delle persone che parlano e vivono a cavallo di due lingue e due culture perchè non hanno timore di perdere la loro specificità. Persone che vivono la propria identità come fonte inesauribile di scoperta e incontri possibili. Persone che portano con sé, intimamente, il fardello ma anche la gioia dell’esigenza irrefrenabile di costruire una società più umana. E Langer avrebbe forse compreso che il peso della storia e degli accadimenti del primo Novecento avevano creato in molti ferite profonde. Ferite lente a guarire. Che andavano curate anche sacrificando momentaneamente ideali più alti.

La storia ci ha lasciato al momento un Sudtirolo separato in due società largamente impermeabili. Una provincia governata da un gruppo di persone che accentrano in sé un potere enorme. Che perseverano a tenere aperte ferite che andrebbero rapidamente chiuse. Dove i giovani di un gruppo linguistico faticano sempre più a parlare la lingua degli altri. Non ne conoscono la cultura. Ragionano per stereotipi. Generazioni cresciute vicine, ma sempre più distanti.

Ma anche un altro Sudtirolo. Meno sazio, meno sornione. Che richiede più democrazia. E stufo di genuflettersi ai potentati locali per ottenere piaceri che sono diritti. Un Sudtirolo che non ha un preciso colore politico e è spesso anche frammentato e contraddittorio. Ma che porta con sé l’esigenza di un cambiamento che non potrà essere frenato troppo a lungo.

Magnago e Langer. Due uomini che hanno incarnato la storia del Sudtirolo lasciano dietro a sé un mondo al contempo fossilizzato e scalpitante. Il terzo uomo che si prende carico della loro eredità non è il vecchio Durnwalder. Troppo pragmatico per avere una visione. Troppo legato al potere per poterlo piegare a fronte di un ideale grande. Il terzo eroe è il vescovo Golser. L’uomo che benedice il Sudtirolo in tre lingue. L’uomo che la fratellanza la ha coltivata per una vita intera. Giorno dopo giorno. Ha un gregge sazio e smarrito da guidare. Ma il vecchio Magnago ha chiuso la sua vita offrendo al vescovo un testimone di speranza. L’auspicio è che siano parole capaci di chiudere i conti con il passato.



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