Coaching e crescita personale: life, business e sport

Da Davide

Termino il 2013 con un post sul coaching. Ho vagliato durante l’anno parecchio materiale e  introdotto alcune tecniche durante  incontri di consulenza quando si rendeva necessario un focus riflessivo particolare su alcune scelte in ambito di carriera e, in generale, di prospettiva esistenziale del cliente.

Il coaching come modalità di lavoro di crescita personale si sta sviluppando da una decina d’anni anche in Italia. Già ben strutturato nei paesi anglosassoni, in primis USA e UK, poggia saldamente sugli sviluppi della psicologia degli ultimi vent’anni. Ciò spesso non viene sottolineato, credo soprattutto per motivi di praticità: il coach è un professionista della pratica, non un ricercatore o un intellettuale. Non pare molto interessato all’origine di ciò che usa e ad un approccio critico alla propria pratica: usa ciò che si è dimostrato funzionale e funzionante al raggiungimento degli obiettivi condivisi con il cliente.

Il coaching infatti è spesso praticato da persone in età matura che, dopo un solido percorso professionale (10+ o 20+ anni) in un ambito particolare (HR, vendite, imprenditoria, management, education&training, consulenze, ecc.) decidono di unire alla loro esperienza di vita concreta e alla expertise nel loro settore di provenienza, dei particolari modelli e strumenti volti ad aiutare altre persone a sviluppare al meglio le proprie potenzialità, sia in termini professionali che personali. Non è mentoring, a ben guardare non è nemmeno consulenza, perché di solito questi approcci sono pensati per dare consigli e fornire informazioni (è la “via del mettere” diciamo, come la pittura) mentre il coaching tende a creare situazioni evolutive lasciando emergere ciò che il cliente porta in sé di inespresso e sottovalorizzato, diventando così una sorta di “via del togliere” (vincoli, costrizioni allo sviluppo del sè), come la scultura.

Il coach è quindi un attivatore e facilitatore di risorse che contribuisce ad estrarre dal cliente (o coachee) ciò che questi ha dentro in maniera latente, potenziale, al fine di facilitare l’espressione e l’attualizzazione di ciò che questi può essere e diventare.

Il coach è un professionista delle potenzialità. Molti lavorano con persone che sono in buona salute, talvolta ottima, sia psicofisica che economica, che desiderano lavorare in un determinato modo per consolidare e ulteriormente migliorare le proprie abilità, cognitive e relazionali, e innalzare la qualità della propria vita. Desiderano aumentare la loro consapevolezza, ampliare le capacità cognitive, organizzative e gestionali, essere più performanti. Questa sulla performance è una prospettiva che ritorna spesso. Non è un caso che il coaching sia nato e sia sviluppato nei paesi dove il mondo del lavoro è più competitivo, sfidante e in rapido cambiamento. Nel business coaching, rivolto tipicamente a manager, imprenditori e executive, una parte dell’attività viene spesso utilizzata per scaricare cognitivamente e emotivamente il coachee dai sovraccarichi di lavoro, impegni, stress da scadenze e obblighi di performance altissime e continuative.

I contenuti del coaching sono attinti a piene mani da diverse tradizioni filosofiche e scientifiche, e fatti precipitare in modelli dai nomi spesso strani e ricercati che mantengono però intatte le “qualità pratiche” della ricerca sottostante. Da quanto ho visto in questi mesi la maggior parte dei contenuti sono estratti dalla psicologia contemporanea, sia essa positiva o organizzativa, da prospettive sistemiche e di counseling umanistico e non direttivo, con qualche selettivo prelevamento dalle moderne filosofie del management e della leadership (anch’esse spesso sviluppate da psicologi accademici USA).

Qualcuno muove dalla PNL, ricevendo amore incondizionato o odio a prima vista, tanto questo approccio riesce a polarizzare le valutazioni. De gustibus…C’è chi spinge maggiormente sull’aspetto trascendente e transpersonale, chi su quello energetico, chi omette completamente, in un intero volume, la parola “emozioni”, che dice di poter “infondere” motivazione e autostima ad un coachee durante un modulo di 2 ore….

Come sempre, grande è la varietà sotto il cielo di chi vuole lavorare con l’umano e sull’umano, prospettando futuri orizzonti di miglioramenti, felicità e benessere. Non sempre, ma si trova anche del buono.

Li trovo strumenti utili per gli psicologi che vogliano dedicarsi non alla clinica ma allo sviluppo del potenziale e alla crescita, sia in ottica professionale che esistenziale. L’ormai tradizionale distinzione all’interno di questo settore tra life coaching, business coaching e sport coaching permette di avere una visione ampia e integrata di tre ambiti di intervento molto più collegati di quanto si creda. Esistono altre sottocategorie, anche in relazione a diversi Paesi e tradizioni, ma direi che questi tre sono gli ambiti fondanti.

Diversi strumenti di coaching, opportunamente declinati e utilizzati in fasi diverse, danno ottimi risultati in tutti e tre gli ambiti, penso al modello GROW, uno dei più usati al mondo per focalizzarsi su obiettivi, possibilità e strategie del coachee, o al modello PERFECT di Carol Kauffman (Institute of Coaching – Harvard U.), una cassetta degli attrezzi per orientare il lavoro dal livello fisico a quello transpersonale, soprattutto in chiave life ma anche business.

Sono strumenti e prospettive interessanti per chi si occupa di crescita personale, che cominciano ad essere validati da ricerche empiriche su molti soggetti svolte in università, aziende, studi di consulenza privati e società sportive. Teniamoli d’occhio che in prospettiva professionali possono portare un buon valore aggiunto.

Un augurio per un 2014 di gioia e…crescita personale!


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