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Come creare personaggi vivi

Da Marcofre

In principio, volevo scrivere “reali” al posto di vivi; ma mi pare troppo teorico. La parola “vivi” al contrario, spalanca la porta su esseri umani che respirano, rompono, sporcano, sono carne e sangue. Forzando un po’ la mano, potrei affermare che un personaggio di valore, che si dimostri efficace, perciò vivo, può fare qualunque cosa. Non è nemmeno importante la storia, basta che sia.
Che esista.

In fondo questo è un post che può essere considerato una prosecuzione di quell’altro, dove spiegavo come fosse necessario farsi da parte. Non intralciare la storia con sé stessi.

C’è anche un altro elemento che rischia di ammazzare un racconto o un romanzo. Ne posso parlare perché modestamente, di racconti e romanzi morti ammazzati di idee ho una certa esperienza. Una volta scrivevo in quella maniera; per fortuna nessuno ha mai letto quella roba, a parte un’agenzia letteraria di Milano che mi spingeva a continuare. Avevano ragione sul resto: non erano storie da meritare la carta su cui dovevano essere stampate.

Torniamo al personaggio. Deve essere preso dalla realtà per risultare vivo? Domanda sbagliata.

Perché respiri, non è sufficiente che sia ricalcato o preso di peso dal macellaio sotto casa. Se ho esperienza di macellazione, di tagli, è evidente che questi elementi confluiranno nella storia. Ma non sono certo essi che racchiudono l’energia capace di renderlo vivo.

In fondo il lettore vuole sentire il respiro del personaggio. Quando chiude il libro, lo sguardo del personaggio resta, persiste. Deve trapelare dalle righe, e infliggere al lettore una sorta di nostalgia.

Non credo affatto che esista il modo di creare personaggi vivi, quindi la domanda del post resterà senza risposta. Qui andiamo a finire in una zona dove agiscono talento, sensibilità, cultura (no, non vuol dire titoli di studio). Siamo quindi alle prese con un cammino del tutto personale.

Però si possono indicare a grandi linee quali sono le regole di cui tenere conto?

La riposta può essere sì. Siamo animali sociali, e buona parte della nostra  conoscenza arriva attraverso i sensi. Gli occhi, il tatto…

Come tutte le cose che usiamo quotidianamente, ben presto smettiamo di farne un uso corretto. Benché possa apparire azzardato: accanto alla lettura, e forse prima dell’esercizio quotidiano della scrittura, è indispensabile sedersi da qualche parte. E ascoltare. Osservare. Imporsi una disciplina dell’ascolto, che non coinvolge solo l’udito, ma tutta la persona.

Non occorre avere fretta. Ma disciplina, quella sì. Adesso più che mai ci viene richiesto di condividere, di essere parte (attiva) sulle reti sociali. Ritrarsi, fare il vuoto e riscoprire il silenzio diventa anche una forma di educazione, nei nostri confronti prima di tutto. Perché rimettiamo al centro del nostro mondo noi stessi, non gli strumenti sociali, o il chiacchiericcio che pervade la nostra giornata.

L’educazione è il primo passo di un cammino lungo e poco agevole. Apre al rispetto, alla riscoperta del valore dell’ascolto; e chi scrive questo deve essere. Ascoltatore.

Temo che non basti, perché già sappiamo che non tutto può finire sulla carta. Il nostro obiettivo è l’arte, quindi dobbiamo fare in modo che la parola abbia almeno una tensione verso questa bizzarra faccenda che chiamiamo “arte”. Ecco perché bisogna fare la cernita, decidere cosa merita, e cosa prenderà la strada dell’oblio.

Anche in questo caso, però, è una faccenda privata. Non esiste la ricetta. Come detto, c’è un cammino, che per alcuni non condurrà proprio da nessuna parte. Per gli altri, pochi, chissà…


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