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Come faccio a capire se sono uno scrittore?

Da Marcofre

È la domanda che si trova nel libro di John Gardner che sto leggendo in questi giorni: “Il mestiere dello scrittore”. Posso già consigliarlo come lettura obbligatoria, o quasi, nonostante abbia iniziato a leggerlo da poco.

La domanda può apparire di una ingenuità quasi imbarazzante, eppure Gardner riesce a rispondere attraverso una lunga, mai pedante spiegazione. Come lo fa?
Col rischio di semplificare, indica nel rapporto che si ha con le parole il giusto modo per rispondere alla questione.

Quando si porgono certe domande, spesso si desidera essere rassicurati con un tonante: “Sì”. Gardner era abbastanza saggio per fiutare la trappola, e per questa ragione articola la risposta, illustra cosa effettivamente ci sia in palio. Niente successo, niente contratti milionari e prime pagine dei giornali. Nulla di questo.

Delusi? Di cattivo umore? È una buona cosa.
Punterei l’attenzione su un tema che nessuno o quasi affronta; non mi pare si trovi su forum o blog, o se c’è viene presentato con un certo imbarazzo. Perché è un argomento impopolare, e sotto sotto, si cerca di far passare l’idea che:

“Sì, abbiamo deciso di affrontarlo. Però insomma, se decidete di non leggerlo, di affrontarlo con sufficienza avrete tutta la nostra comprensione. E simpatia!”.

Gardner parla di sensibilità linguistica. Alcuni leggendo questa frase penseranno: “Che diavolo significa? Voglio sapere se sono uno scrittore. Se sarò acclamato ospite di Buona Domenica!”.
La spiegazione. Se l’amore per la lingua non è eccessivo, tale da radere al suolo ogni altro amore (per la trama, per le persone), forse…

A parer mio Gardner coglie nel segno in maniera perfetta. Spesso persone con una preparazione scolastica invidiabile sognano la scrittura come naturale sbocco per le loro energie creative. Non è sufficiente, in realtà. Ben altro è necessario. Di certo un amore smodato per la lingua, che acceca e conduce il cuore lontano dalle persone, NON è l’ingrediente vincente, anzi. È di ostacolo.

Le parole insomma, devono sporcarsi della vita dei loro personaggi: senza remore o timori. Devono essere efficaci, e l’efficacia la si raggiunge se si guarda con simpatia e compassione alle persone. E si scrive perché nonostante tutto si ama l’umanità.

Le nostre conversazioni si basano spesso su clichés; forse è inevitabile. Se ci troviamo a parlare con degli sconosciuti, di certo si esordisce con qualche considerazione sul tempo. Ci può stare.

Nella narrativa clichés  e parole anaffettive non possono trovare spazio. Per alcuni saranno divertenti, riuscite, non lo escludo. Potrebbero persino condurre al successo, o a un certo successo. Però ho delle difficoltà a chiamare questo tipo di scrittura, narrativa. È qualcosa di differente, che non ama e non vuole farsi amare. Punto.


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