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Considerazioni libere (131): a proposito di quando abbiamo perso l'anima...

Creato il 20 giugno 2010 da Lucabilli
In questo blog ho già parlato della vicenda di Pomigliano d'Arco (nella "considerazione" nr. 126, per la precisione). Anche i lavoratori di quello stabilimento - e insieme a loro le organizzazioni sindacali, piccole e grandi - sono responsabili di quello che è accaduto, perché in molti hanno approfittato dei loro diritti e in tantissimi - compresi molti politici che ora denunciano il fenomeno - hanno accettato e coperto un assenteismo diffuso, che ha finito per danneggiare la stessa capacità produttiva della fabbrica. Ora, con la necessità di fronteggiare una fase di fortissima crisi del settore, questo ha dato alla Fiat la possibilità di "proporre" un accordo, in cui non solo si peggiorano le condizioni di lavoro, ma soprattutto si limitano alcuni diritti fondamentali, come quello di sciopero, con il beneplacito delle forze politiche e la sostanziale acquiescenza di gran parte delle sigle sindacali. Il prossimo 22 giugno i lavoratori di Pomigliano saranno chiamati a decidere se accettare o meno quell'accordo e ragionevolmente i sì avranno la maggioranza: non si può chiedere a 5.000 operai di rinunciare al lavoro in un momento di crisi come questo. E i sindacati, tutti i sindacati, credo dovranno accettare la decisione dei lavoratori. In questi giorni ho molto apprezzato la posizione della Cgil, che mi pare l'unica che sia riuscita a tenere insieme la difesa dei diritti dei lavoratori con l'esigenza di mantenere attivo lo stabilimento di Pomigliano. L'intervista che Guglielmo Epifani ha rilasciato qualche giorno fa al Corriere della sera credo esprima bene questa posizione.
Torno sull'argomento perché mi sembra che questa vicenda abbia messo in luce ancora una volta, e su un tema fondamentale come il lavoro, la crisi profonda della sinistra italiana. E' un tema che naturalmente mi sta molto a cuore e sui torno spesso. In questi giorni tutto il centrodestra - da gli eredi del Msi e della cosiddetta destra sociale all'Udc - ha naturalmente rivendicato la bontà dell'accordo di Pomigliano e questo è assolutamente legittimo dal loro punto di vista; favorire il mercato a scapito dei diritti dei lavoratori è uno degli elementi caratterizzanti la destra in qualunque parte del mondo. Ed è altrettanto naturale che questo vasto schieramento, che va dalle forze politiche del centrodestra alle associazioni di categoria degli imprenditori, piccoli e grandi, tenda a presentare questo accordo come un elemento di modernità e di progresso e quindi a bollare come conservatori quelli che si oppongono a questo accordo. Non è un fenomeno di oggi, è dagli anni della Thatcher e di Reagan che questa ideologia, questo nuovo liberismo è riuscito ad avere la meglio nelle coscienze della maggioranza e naturalmente la fine dell'Unione sovietica ha in qualche modo sancito questa vittoria: il comunismo è stato per sempre sconfitto e il liberalismo ha potuto alzare la propria bandiera.
Non stupiscono quindi i molti analisti e commentatori che plaudono alle virtù del mercato e nel caso specifico che definiscono storico l'accordo proposto da Marchionne ai lavoratori, così come definirono storiche e moderne le linee elaborate tra gli altri dal professor Biagi e che portarono all'approvazione della legge 30 e alla precarizzazione dei rapporti di lavoro. In genere i corifei, più o meno sinceri, di questa ideologia, ci spiegano che è finito il Novecento e che siamo entrati in un tempo nuovo, in cui le vecchie categorie devono essere abbandonate. Al di là di questi stucchevoli ritornelli, si tratta di un fenomeno storico molto forte, che è mondiale, e a cui è difficile opporsi, quindi non stupisce che anche nel mondo sindacale ci sia chi è disposto a cedere, a far arretrare diritti che solo pochi anni fa sembravano non-negoziabili. Io rispetto la posizione di Cisl e Uil, credo che sia sciocco, oltre che profondamente ingiusto, considerare quei sindacati come "venduti" al padrone, semplicemente non vedono possibile un altro sistema di sviluppo e quindi cercano di limitare i danni, di trarre al massimo le opportunità possibili per i lavoratori, in questo contesto storico.
E qui siamo a un nodo politico, perché qui sta la difficoltà di tutta la sinistra europea, ma in Italia questa difficoltà è drammatica. Il Pd ha, come al solito, balbettato, ma tutti i suoi dirigenti che hanno avuto il coraggio di intervenire sulla questione di Pomigliano si sono schierati dalla parte della Fiat, riconoscendo il coraggio di Marchionne di tornare a investire in Italia e di interrompere il fenomeno della delocalizzazione; persone intelligenti e dirigenti autorevoli come Fassino, Veltroni, Chiamparino si sono spesi per il sì. Sono sicuro che lo hanno fatto sinceramente, perché credono sia giusto così, perché lì è arrivato il percorso politico e culturale della sinistra che loro legittimamente rappresentano. Al massimo hanno chiesto che l'accordo di Pomigliano non diventi un modello per altre vertenze, ma questa richiesta rischia di essere una foglia di fico, perché credo sia chiaro a tutti che questo sarà inevitabile e che Pomigliano sarà uno spartiacque nella storia delle relazioni sindacali in Italia. Io ho avuto la fortuna e l'opportunità di seguire il percorso che ha portato il maggior partito della sinistra italiana, il Pci a diventare il Pd, direttamente, e con qualche responsabilità, nella fase Pci-Pds-Ds - il percorso non è stato così lineare come vorrebbe una certa vulgata berlusconiana -, indirettamente nella successiva nascita del Pd, perché mi sono ritirato prima, e mi interrogo di continuo per capire in quali passaggi è avvenuto questo cambiamento così radicale. C'è stato probabilmente un progressivo scivolamento, che a un certo punto è stato inarrestabile; anche noi troppe volte ci siamo lasciati prendere dall'idea che i vecchi modelli dovevano essere superati e che dovevamo abbracciare la modernità. Quando ci siamo convinti che era ormai impossibile cambiare il mondo?
Anche chi negli anni scorsi è andato più avanti, come i laburisti inglesi, parlavano comunque di una terza via, qui a un certo punto abbiamo anche questa prospettiva è stata accantonata. Non credo sia un caso se l'attuale segretario del Pd, che pure ha solidi radici nel riformismo socialista emiliano, abbia caratterizzato la sua azione di governo sul tema delle liberalizzazioni e ancora adesso, dall'opposizione, proponga questo tema come necessario al superamento della crisi italiana. Le liberalizzazioni proposte da Bersani sono necessarie e sacrosante, ma un partito di sinistra non può fermarsi lì.
Oggi chiudo questa "considerazione", differentemente dal solito, con una nota di ottimista. Il cammino sarà lungo, eppure forse qualche segnale sta arrivando. In Cina gli operai hanno cominciato a scioperare, per difendere i loro diritti e per avere retribuzioni più eque; stanno scioperando contro i loro padroni e quindi anche contro una una forma autoritaria di capitalismo di stato. Certe domande di giustizia possono essere compresse, possono essere tenute a bada, ma non possono essere cancellate.

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