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Creato il 18 febbraio 2012 da Plus1gmt

Esco dalla galleria e imbocco una curva, l’autostrada si insinua in una gola appenninica piuttosto stretta. Gli occhi non registrano immediatamente il contrasto tra l’eccessiva illuminazione del tunnel e il buio della notte nel tratto successivo all’aperto, non ci sono lampioni e non c’è nemmeno la luna, non so se solo in quel tratto o perché è nuvoloso o per via delle fasi. Per giunta il parabrezza è lievemente appannato e non pulitissimo fuori e non ho automezzi davanti né intorno. Insomma, piombo improvvisamente nell’oscurità, ho solo la certezza di essere nella corsia centrale e so che non dovrei, occorre occupare quella libera più a destra e in quel momento, per dirla alla Litfiba, sulla strada ci sono solo io circondato dal deserto intorno a me.

Ma prima di reagire e attivare gli abbaglianti per aumentare la visibilità mi sento senza speranza, dovrei fermarmi perché non ci sono punti di riferimento e quel percorso, per il quale a breve dovrei anche pagarne il pedaggio, quel percorso non porta proprio a nulla. C’è una fine ed è quel momento, non c’è direzione, non c’è salvezza, non c’è spazio per elaborare una strategia, una corsia di emergenza, un pulsante di sos da schiacciare e chiamare qualcuno più grande che mi carichi su e mi porti via, al sicuro. In quel momento il più grande sono io, questa è la mia autovettura e mi trovo inequivocabilmente al posto di guida.

Pochi metri dopo, sulla cima della montagna di fronte, o almeno penso sia una montagna perché non si vede nulla, davvero, potrebbe essere un mostro come l’Aconcagua in quel cartone Disney in cui la vetta minacciosa si prendeva gioco del piccolo velivolo postale che doveva sostituire il papà nelle consegne internazionali, e se anche qui siamo tra Piemonte e Liguria l’Appennino di notte ispira tutt’altro che fiducia. Dicevo, sulla cima della montagna di fronte si accende una croce illuminata di verde, probabilmente una chiesetta o un cippo in onore di un martire del luogo, lassù in alto. E la familiarità con quel simbolo su quella via che non porta a Damasco e non è nemmeno una apparizione perché non si sente né si vede la didascalia “in hoc signo vinces”, e poi non credo né nella fantascienza né nel divino. Ma quella croce mi ricorda di attivare gli abbaglianti e ritorna la luce, e per distrarmi da tutte questi segnali facilmente interpretabili sto per accendere l’autoradio ma mi blocco in tempo, ché ci sono buone probabilità che la frequenza di Radio Popolare, lì in quel nulla elettromagnetico, sia una delle tante occupate da Radio Maria.



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