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Coppa Italia o due di coppe?

Creato il 29 luglio 2012 da Albertocapece

Coppa Italia o due di coppe?Anna Lombroso per il Simplicissimus

“In questo paese …”, “L’Italia è l’unico Paese dove…”, “Non se ne può più di un Paese nel quale…”, “hanno ragione quelli che se ne vanno dall’unico Paese dove…” a chi gironzoli per blog o social network, ma anche a chi si prendesse la briga di leggere lussureggianti commenti canicolari sulla stampa non può sfuggire il proliferare estivo della sdegnata invettiva contro i vizi pubblici e privati, i ritardi colpevoli, i morbi contagiosi, le vergogne reiterate che affliggono l’Italia, con una voluttuosa predilezione per i tristi record che possiamo vantare. Eh si perché c’è sempre qualche beneinformato che salta su: “d’altra parte l’Italia è l’unico Paese dove non si protegge la foca monaca secondo le regole del trattato di…” oppure “ma tu, tu, lo sai che il nostro è l’unico posto al mondo che non ha fatto un censimento dei minerali contenti pirite?”.

Che stiano a casa a Piazzale Corvetto o su una sdraio a Ladispoli il piglio è lo stesso di qualcuno che da Brideshead si è trasferito nel Ranchipur, che legge i giornali portati ogni mese da un cargo battente bandiera liberiana, assiso sulla poltroncina di vimini nel patio, sbuffando tra sé e sé per l’inarrestabile declino morale e sociale della patria lontana.
La denuncia della catastrofica inadeguatezza alla globalizzazione, della colpevole rinuncia all’adeguamento alle direttive della modernità, della cronica e infame arretratezza, come altrui fenomeni dai quali il dichiarante è peraltro immune, deve avere un magnifico effetto catartico e liberatorio. A conferma che su un record almeno siamo imbattibili, quello delle peggiori prestazioni, che insomma sul podio occupiamo il gradino più alto nella gara dei difetti, delle deplorevoli cattive abitudini, delle più abbiette degenerazioni.

E d’altra parte questo uso, caposaldo irrinunciabile della nostra autobiografia nazionale, si addice all’attuale governo, a un presidente del consiglio che sembra sempre osservarci come un entomologo occhiuto dal cestino ai piedi dei suoi padroni all’estero, a ministri che ci invitano perentoriamente alla penitenza, pena necessaria e addirittura desiderabile per scontare antichi peccati e un eccesso di desideri e diritti, secondo una pedagogia volta alla contrizione e all’espiazione di colpe innominabili: bamboccismo, infantilismo, mammismo, garantismo, solidarismo.
Secondo una festosa decodificazione aberrante del pensiero di Don Gioberti, il ceto dirigente ne rovescia il postulato: il riformismo secondo la Fornero, l’efficientismo secondo Giarda, il moderatismo secondo Bersani dovrebbero elevarci attraverso la dissoluzione e riportarci mediante la rovina a primeggiare secondo quel primato “pelasgico”, combinazione indissolubile tra genio nazionale secondo Marchionne e principi cattolici secondo Bertone, rispondendo alla nostra cauta riluttanza con il disprezzo e la sorpresa degli incompresi.

Anche se ci piacerebbe che con stentorea e roboante censura biasimassero il nostro Paese, “l’unico nel contesto occidentale a non aver ratificato la convenzione per la lotta alla corruzione”. E sarebbe sarebbe anche l’unica denuncia ad avere un sostegno statistico, che si sa il nostro Paese è l’unico al mondo dove non si conoscono con certezza i dati di niente: esodati, poveri, invalidi, precari, flessibili.
È che a fronte della grandeur francese, della supponenza imperiale britannica, Deutschland über alles, pare che in noi alligni un trionfalismo alla rovescia, un nazionalismo capovolto e girato verso i gestacci più che i grandi gesti, verso il disonore più che l’onore.
Che è poi la scorciatoia più pigra e meno acrobatica per la defezione dalla responsabilità in favore di una correità collettiva, per l’esercizio dimissionario della delega che “tanto uno vale l’altro e sono tutti uguali”, per la diserzione dalla cittadinanza, che in fondo cosa c’è di meglio che stare nel patio a leggere vecchi giornali e bofonchiare contro i mali nazionali.

Povero Habermas, pare che sia ridotta a questo l’opinione pubblica nella nostra contemporaneità una volta sciolti i patti tra organizzazioni sociali e istituzioni tra cittadini e Stato, e tristemente spezzati i vincoli tra generazioni, amici, affini, perfino vittime quando l’interesse generale vine sacrificato a quello privato e ai privilegi di pochi, finita a un berciare livoroso e rancoroso di tutti minacciati da tutti gli altri.
Finite le èlite, impoverito quel ceto medio “riflessivo”, zittiti i movimenti, retrocessi i potenziali di civismo a rigurgiti localistici, oscurata la democrazia mentre la pratica dell’illegalità è soggetta a una socializzazione di massa, la critica sembra regredita al brontolio rissoso ma inefficace di una vasta clasa discutidora, a una affabulazione sterile che nell’investire tutti gli altri, la collettività, esonera gli individui, attenua le colpe, esaurisce le responsabilità.
E dire che un primato lo conserviamo, sembriamo essere l’unico Paese che sopporta senza ribellarsi un governo incompetente, inadeguato e iniquo.


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