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Crescere

Creato il 22 marzo 2013 da Federbernardini53 @FedeBernardini

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Non era più un bambino, Daniele, ma neanche un uomo. Non aveva più le gambette esili e sentiva che la sua carne si riempiva veloce di un elemento composto, tanto composto quanto scomposto nel suo disordine, elemento fatto di urla silenziose per la zolla che s’infrangeva sotto i piedi veloci e di silenzio assordante quando sospendeva il fiato per bere avido alla fonte.

La coscienza del trascorso non gli dava, ancora, la capacità di assaporare il presente.

E mai gliel’avrebbe data; non si ha mai l’esatta dimensione dell’emozione presente, si cerca di acchiapparla, imprigionarla per conservarla, ma la sensazione del “Non l’ho goduta abbastanza” è sempre in agguato.

Eppure sapeva del bacio di nonna Adele, del suo profumo di sandalo quando si chinava sul suo ginocchio sbucciato per baciarlo: “…Uai… lu me steddu…”, e non ne aveva goduto abbastanza il momento, passato lieve e inghiottito dalla noncuranza del presente.

E sapeva, e come se lo sapeva! dell’odore del babbo quando rientrava a casa, quell’odore inconfondibile del sughero bollito, fresco di quercia.

La nostalgia è di casa; abita con noi da sempre, e Daniele la sentiva spesso salire dalla gola e arrivare alle orecchie. Sedeva sotto il carrubo ad ascoltarla, il corpo di bimbo minuto rannicchiato, poi correva all’impazzata verso la vigna di zio Bastiano.

Lì aveva la sua fattoria; l’aveva creata quando era morto Bacciccia, l’asinello sulla cui groppa si arrampicava per essere alto, era un cavaliere con la corazza e la fattoria era il suo regno.

L’aveva creata… anzi no, non l’aveva creata lui, era nata da sola, e ogni volta che ci andava, la trovava più grande, più popolata di animali di ogni genere.

Quando Curraggia era andata a fuoco, e tutti urlavano, Daniele si era rifugiato nella fattoria; aveva tantissimi cavalli che mangiavano dalle sue manine e le gallinelle, le oche, tanti pulcini in fila; li guardava ed erano suoi, solo suoi.

Nessuno sapeva della fattoria, neanche nonna Adele, dirlo sarebbe stato perderne la proprietà.

Andava lì, all’insaputa di tutti; gli altri vedevano solo il suo visetto attento, non sapevano che lui parlava con le paperette e non poteva sentire i lamenti del babbo malato.

E il dolore per i morti di Curraggia si spappolava nella fattoria sempre più grande.

*********

Non la vide subito, la prima cosa che sentì fu il suo profumo. Era entrata nell’aula con passo vellutato, come se non volesse toccare il pavimento, e la stanza si era subito riempita di luce.

“Sono la vostra nuova insegnante di lettere – aveva esordito cattedratica – e mi aspetto grandi cose da voi…” La voce era in contrasto con il tono di sussiego quasi forzatamente ostentato; era una voce ovattata e profumata, e le parole non avevano senso compiuto, gli arrivavano avvolte come da bambagia.

Era sarda, gallurese anche lei, ma, sposatasi, aveva seguito il marito a Roma; ora rientrava in Sardegna, aveva chiesto il trasferimento per qualche tempo, per stare vicino ai genitori ormai anziani e per portare a termine una ricerca sull’origine della sua famiglia.

Si era trovata così in quel vecchio liceo, lo stesso che aveva frequentato lei da ragazza, quanti anni prima?… tanti, più di venti, e ci tornava ora per stare dall’altra parte della cattedra; e sui banchi c’erano ragazzi e ragazze con gli stessi occhi che aveva lei allora, occhi aperti sul mondo e dal vago colore del vento.

 

*********

“Apriamo il testo a pagina…” Che pagina era? Non aveva sentito il numero, forse si era distratto o forse il numero era stato ricoperto dal profumo della voce.

Che pagina era? Lei ora camminava molle tra gli alunni, si guardava attorno… si fermò vicino al banco col libro ancora chiuso e guardò interrogativamente il ragazzo.

“Non ho sentito il numero della pagina…” Daniele quasi balbettava, averla così vicino gli dava la sensazione di galleggiare in qualcosa di morbido. Lei si chinò sul libro chiuso aprendolo alla pagina designata, sorridendo complice al ragazzo imbarazzatissimo.

Aveva quasi dimenticato come i ragazzi sardi fossero così riservati, con un’aria di timidezza disarmante; quando ne incrociò lo sguardo, vide solo il verde di occhi assetati.

Ormai per Daniele il profumo di lei era ovunque: nel libro che apriva per ore e su cui posava gli occhi assenti, nel quaderno di latino dove lei aveva sottolineato qualche errore, nelle mani con le quali spesso cercava di toccare quelle di lei o qualcosa di suo, una penna, un foglio.

Anche la mamma lo guardava più attentamente: “Daniele, che hai… sei così svagato, distratto… sembri avere la testa fra le nuvole…”.

“Nulla, mamma – oddio quanto gli sarebbe piaciuto confidarsi con qualcuno – non è nulla, è che lo studio mi sta pesando un po’, sarà il caldo…”.

Ma non era il caldo, era il profumo, quel profumo che era sempre lì, delizia e ricordo, e desiderio di berlo, e tremore, e voglia di intrappolarlo tra le mani, e tuffarsi con le labbra avidamente.

A volte andava alla fattoria per confidarsi con qualche animaletto amico, il cavallo baio era quello che lo ascoltava più di tutti; e gli raccontava di come fosse profumata e morbida la nuova insegnante, sì, morbida, lo sapeva che era morbida, anche se non l’aveva mai toccata, ma ne immaginava il calore morbido, appunto.  Raccontava di come s’intravedesse la serica camicia sotto il maglioncino, o di come la avvolgesse la maglietta nelle giornate più tiepide.

Aveva scoperto dove abitava, in un piccolo paese è facile; nella grande casa in fondo alla strada che porta su al monte, e spesso la sera ne osservava da lontano le luci.

In aula, ogni scusa era buona per avvicinarsi alla cattedra, per chiedere un’ulteriore spiegazione; per porgerle una penna, di quelle che scrivono benissimo; per offrirle una caramella alla menta, di quelle che fanno tanto bene alla gola… e ogni volta aspirava quel profumo che, forse, sentiva solo lui, era un profumo colorato, diverso da un normale profumo… forse non era neanche un profumo…

Studiava, studiava molto; aveva preso l‘abitudine di studiare sino a notte fonda, voleva e doveva essere sempre preparatissimo, e godere delle parole di lei quando lo lodava…

La cosa più bella era quando lei, molto compiaciuta, si soffermava per discutere con lui su un concetto, e approfondivano, mentre il resto della scolaresca era indifferente.

Momenti magici, sì, e a Daniele sembrava di essere solo con lei; spesso non ascoltava le parole che diceva, ne coglieva solo la musicalità, con quel misterioso profumo…

*********

Insegnare era stato sempre il suo lavoro, e le piaceva, eccome se le piaceva, soprattutto quando si imbatteva in testoline promettenti come quella di Daniele, sì, Daniele, le aveva chiesto lui un giorno di essere chiamato per nome, con quel suo tono di voce non ancora da uomo, ma ben deciso nella richiesta.

I ragazzi che si trasformano in uomini hanno una forza particolare, e aveva deciso di affidare al giovane ragazzo il compito di una ricerca sui Templari in Sardegna, secondo un suo vecchio progetto, ecco sì, avrebbe ripreso in mano quel vecchio lavoro e il ragazzo avrebbe collaborato, ne era ben all’altezza.

Glielo aveva detto un giorno durante la ricreazione… la scolaresca era sparsa negli anditi e  nel cortile e il ragazzo leggeva seduto al suo banco in posa un po’ dimessa; lei gli era arrivata alle spalle e lui trasali. “Daniele – sorrideva del turbamento di lui per la sorpresa – ho in mente di riprendere una mia vecchia ricerca sui Templari, ti va di darmi una mano? Puoi venire a casa mia, qualche sera… così vedi il materiale che ho pronto e …”.

Era un vivere oltre ogni dimensione; studiava come un disperato, dormendo poche ore per notte, mangiava in fretta e poi tornava sui libri, e poi correva… sì, la sua vita ormai era tutta una corsa, verso lei, verso la casa di lei in fondo alla strada, e respirava la sua aria nello studiolo pieno zeppo di libri o nella vasta biblioteca della casa… i loro capi chini sullo stesso testo, e lei che gli entrava nelle vene; la sentiva scorrere assieme al sangue, spesso parlava sotto voce per sentire il rumore del fiume, sperava che anche lei lo sentisse, si avvicinava al profumo stordito.

Forse anche lei sentiva qualche profumo, spesso la coglieva con lo sguardo perso, sembrava non vederlo, guardava fisso un punto lontano:

“Quanti anni hai?”… “Sedici, e tre mesi…”

…Non l’aveva mai sentita urlare; conosceva il suo tono quasi materno, suadente nel velluto che lo accarezzava nell’anima, alle volte falsamente divertito, altre imbarazzato nel cercare una parola, anche spazientito, ultimamente con un filo di tremore controllato a stento.

Ma le urla ora lo frantumavano in briciole, mentre la abbracciava disperato come l’ultimo pezzo di legno sull’oceano, invocò, pregò, supplicò senza ritegno, mentre si dileguava in lei come il sale nell’acqua.

Le urla di lei lo riportarono alla realtà, a stento raggiunse la porta e fuggi via. Dopo una notte insonne aveva un unico desiderio: rivederla, chiederle perdono, prometterle che non sarebbe più capitato, ammettere che si era comportato come un bambino…

Arrivò in aula e la notizia era già sulla bocca dei compagni di classe: la professoressa “romana” aveva lasciato la scuola… improvvisamente… si diceva avesse preso il primo volo.

Daniele ebbe la sensazione di annegare nelle lacrime, e corse alla fattoria.

Non c’era più.

Lis

Illustrazione tratta da: http://blog.libero.it/unmondocurioso/11745463.html

 



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