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Crisi e identità, da Londra a Tel Aviv

Creato il 13 agosto 2011 da Gianpaolotorres

 

Crisi e identità, da Londra a Tel Aviv

Il problema è complesso, ma bisogna pur cominciare da qualche parte. Quella che ci vediamo intorno non è una crisi economica, e nemmeno una crisi di consumatori esclusi, come sostiene con una tesi poco convincente Zygmunt Bauman. La chiave di volta è una gigantesca, planetaria crisi di identità. Viene meno, è venuta meno la solidarietà che tiene unite le società – in modi diversi che spaziano da Piazza Tahrir al Cairo a Birmingham, da Hama in Siria a Viale Rothschild a Tel Aviv, dalla camera dei rappresentanti a Washington a Piazza degli Affari a Milano. Le fasi e i modi sono differenti e sarebbe erroneo fare di ogni erba un fascio, ma non si può ignorare la connessione che esiste fra questi diversi anelli di una catena che è ancora in gran parte da dipanare. Si è visto chiaramente come la crisi finanziaria dei mercati europei sia in misura decisiva una dipendenza delle difficoltà del sistema finanziario americano che a sua volta riflette le posizioni intransigenti del gruppo del Tea Party nei confronti del presidente Obama. La sordida demonizzazione di una minoranza contro il presidente afroamericano, forse per la prima volta dai tempi della grande guerra civile americana antepone un interesse di fazione all’interesse complessivo degli Stati Uniti. Il declassamento del sistema finanziario americano dimostra quanto ancora l’Europa finanziaria sia al traino degli USA e travolge l’anacronistico meccanismo monetario dell’Euro: una moneta senza un paese, uno strumento tecnico vincolante senza un vincolo di solidarietà comune. La leadership europea, incerta e divisa, non potrà intervenire con efficacia perché non può immaginare o chiedere i sacrifici necessari per arrestare la valanga che minaccia di travolgere un’entità inesistente: la solidarietà europea. Le sommosse di Londra e di Birmingham non sono motivate dalla fame. Chi ha veramente fame ruba pane, verdure, e forse carne nei supermercati; o al massimo vestiti e scarpe. Ma chi ruba pile di iPod, DVD e videogiochi si procura dei beni marginali di voluttà ludica da fruire individualmente, che nulla hanno in comune con un senso qualsiasi di comunità. L’ossimoro è che nella rivolta dei blackberry e di twitter, che sono nelle mani di tutti, si rubano telefonini. Reati che non hanno radice o contesto culturale, e non appartengono a uno spazio geografico ideale. Avvengono in un nulla virtuale, con il quale non esiste alcun sentimento d’identificazione. Il senso della nazione è scomparso completamente nella catena di rivendicazioni particolari – in Inghilterra, in Libia, ma anche in Italia – e non parliamo della supernazione dell’integrazione continentale europea. È allora più facile, anzi quasi doveroso, distruggere materialmente quello che non esiste simbolicamente. In Egitto e forse anche a Tunisi e a Damasco l’imbarazzante veritiero messaggio latente delle dimostrazioni non è controla fine della dittatura, è per l’instaurazione di una società civile che, però, non può esistere all’interno di una genuina civiltà islamica. Senza esserne consapevole, la piazza dimostra per la fine dell’Islam “per essere come voi, gli occidentali” (nelle parole di una giovane donna intervistata al Cairo). Ma ciò non è possibile, e alla fine anche i veri vincitori potrebbero essere i Fratelli musulmani. A Tel Aviv, Gerusalemme e in molte altre città in Israele, la propaggine di lusso della crisi identitaria globale, ciò che si denuncia con urgenza è la necessità di stipulare un nuovo contratto sociale. Non possono funzionare più le premesse di decenni di gestione politica basate sullo scambio fra appoggio alla coalizione del momento e sovvenzione pubblica degli interessi particolari dei gregari. Rispettare le esigenze di autonomia culturale di un gruppo di popolazione è giusto, purché questo non avvenga sulle spalle di un altro gruppo di popolazione. Troppe le esenzioni in Israele dai doveri – l’obbligo del servizio militare per gli arabi e per i super-religiosi, dispensati quest’ultimi anche dal dovere dell’auto-sostegno economico; l’obbligo del riconoscimento del potere centrale dello stato di diritto da parte delle frange nazionaliste integraliste – in una società in cui tutti chiedono a gran voce diritti. Almeno in Israele vi è per ora pieno impiego e la moneta è forte, quando altrove il sistema economico vacilla. Ma lo Stato ideologico non può funzionare di fronte a chi, forse con meno identità, chiede di vivere normalmente. Ma vivere normalmente significa pretendere un alloggio a prezzi abbordabili soprattutto per le giovani famiglie, ma anche partecipare lavorando alla costruzione di quegli alloggi e dei grandi lavori pubblici, oggi demandata esclusivamente a lavoratori cinesi, romeni e arabi. Significa pretendere un trattatamento più decoroso per chi fa la professione medica, specie i più giovani, ma anche lavorare di persona all’assistenza dei propri anziani, oggi interamente nelle mani di lavoratrici filippine. Significa avere un sistema di istruzione nazionale con un minimo di nozioni condivise indispensabili all’autonoma sussistenza futura del giovane adulto, e non quattro sistemi separati in cui ognuno sa moltissimo alcune cose ed è totalmente analfabeta nelle altre. Giovani religiosi che non sanno la matematica, giovani secolari che non sanno nulla di ebraismo, giovani arabi che non sanno bene l’ebraico, sono dei mutilati mentali destinati a fallire nella competizione della vita, e ancora più clamorosamente, nella conversazione della solidarietà comune. La soluzione della grande crisi mondiale passa attraverso una riflessione sulle identità e le solidarietà condivise. Ed è per questo che la soluzione è più difficile.

Sergio Della Pergola, Università Ebraica di Gerusalemme

 http://moked.it/blog/2011/08/12/crisi-e-identita-da-londra-a-tel-aviv/


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