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Da non perdere a Oslo: Munch Museet

Da Dallenebbiemantovane

Era un po’ che non aggiornavo il blog sul mio viaggio estivo, ma ieri ho ripensato alle emozioni provate al Museo dedicato ad Edward Munch (1863-1944) e ho deciso di fare lo sforzo.
Questa è la trascrizione dei miei incasinatissimi appunti, presi al volo in un primo momento negli spazi vuoti di una cartina di Oslo, e in seguito sul moleskine. Ora, ci sono persone che anche a distanza di tempo riescono a comprendere senza difficoltà la propria calligrafia; io scrivo così male che già dal giorno successivo mi sembra etrusco.
Seguirò la linea degli appunti, che in certi punti si limitano a un elenco dei quadri davanti a cui hanno dovuto spingermi via.
Il ragazzo annegato. Consolazione (mani rosse, come in Bagnanti). L’assassina e La morte di Marat, impudiche allusioni al suo dramma con Tullia.
I ritratti non sono psicologici, le macchie vibranti di colore (il verde bottiglia, il rosso pomodoro) predominano. Linee nette, spesse e a volte incrociate creano campi magnetici, o meglio, li rendono visibili.

Gelosia: un triangolo; uno sguardo muto pieno di odio e amore, un’essenza di lei che entrambi gli uomini presenti condividono.

Malinconia. Madonna. Uomini in mare. Vampira II (incisione). Fumo di treno. Al tavolo della roulette di Montecarlo. Bacio alla finestra. Morte nella camera del malato.

Munch, Cavallo al galoppo
  
Munch, Donna con papaveri

I colori, in Munch (Cavallo al galoppo, Donna con papaveri), non sono angoscianti come la vulgata porterebbe a credere, anzi. Gridano, in una sinestesia occhio/orecchio, proprio come la sensazione che lo portò – racconta – a dipingere L’urlo. I blu accostati ai verdi e ai gialli ridono, rammentando istantaneamente Van Gogh.

Negli autoritratti (e nelle foto) è evidente il progressivo prosciugamento, l’indurimento senza saggezza e senza serenità dell’uomo Munch. Meglio l’Autoritratto all’inferno, dipinto nel periodo della passione per Tullia, o un inferno di solitudine? Solo, si raffigura sempre solo. I paesaggi del fiordo di Kragerø sembrano le claustrofobiche casette di Schiele.

Munch, Autoritratto all'inferno
  
Munch, Al letto di morte

Lotta con la morte. Le occhiaie rosse. La morte, come nella poesia di Yeats, è ovunque. Visi verdi.

Nudo piangente e Modella presso la sedia in cucina sono nudi meravigliosi, per classicismo e sensualità.

Munch, Notte stellata
  
Munch, Il ballo della vita

Notte stellata ha, di nuovo, le stesse vibrazioni cosmiche di una notte di Van Gogh, ma più intime e calde: c’è mezzo secolo di Kierkegaard e Nietsche (la cui sorella Munch frequentò, in Germania), nel mezzo.

Nel Ballo della vita, una sorta di danse macabre, appare una luna bianca riflessa in mare come un cilindro scomponibile. Una figura umana è mostruosa; una donna in bianco, triste; un’altra a destra, ancor più triste e rassegnata, ha nella piega amara della bocca qualcosa di Charlotte Rampling.

I saw all the pain behind their mask, smiling, phlegmatic, calm faces. I saw through them and there was suffering, all of them, pale corpses, who restlessly ran hither and thither, along a tortuous path whose end is the grave. [dal diario di Munch *]

Assieme al Karen Blixen Museet di Runsgard, il Munch Museet di Oslo è stata senza dubbio l’esperienza suprema di questa vacanza, fiordi a parte.
Soprattutto mi addolora il persistere di un equivoco fondamentale a proposito di Munch nella storia dell’arte: lo si considera troppo cupo, troppo pessimista, “troppo”. Invece io, appena entrata, davanti alle sue tele e incisioni, ho provato un senso violento di immedesimazione derivante non da identiche esperienze di vita, ma dal semplice fatto che Munch è un uomo che ha guardato in faccia la vita senza autoinganni, e giunta a questa fase della mia vita è esattamente così che mi sento io.
E mi sorprende (so che non dovrei) scoprire che nonostante la scuola, i libri, l’apparente acculturamento, l’umanità continua a rifiutarsi di guardare in faccia il fatto che l’esistenza sia fatta di gioie estreme (che pure Munch ha dipinto: i colori, i bagnanti, la primavera, qualche cane e cavallo in corsa) ma anche di noia, disgusto e, più in là, altre emozioni estreme ma di polo negativo: la gelosia, la malattia, l’odio, l’autodistruttività dell’amore, che è rappresentato da lui come una bomba a orologeria.

Munch, Ceneri
  
Munch, Vampiro

When our eyes met, invisible hands tied delicate threads, which went through and bound our hearts together. [dal diario di Munch *]

Si ha l’impressione che nella sua vita ci siano stati un prima e un dopo Tulla Larsen. Il colpo di pistola sparato probabilmente da lei, come per Rimbaud e Verlaine non li uccise, ma uccise il loro amore. Che, in seguito, Munch abbia avuto altri amori, è perlomeno dubbio. Almeno, nella sua pittura da allora restano le ceneri, Ashes, titolo di molte sue opere.

Ricorre anche il tema della donna vampiro, ossessivamente replicato sia nelle opere omonime (Vampiro) che in quelle intitolate Madonna (la cui versione litografata, esposta al Moderna Museet di Stoccolma, ricordo che si intitolava Vampira).
Non erano pose fin-de siècle, no.
In Munch ho riconosciuto un fratello, nato un secolo prima di me e con capacità espressive meravigliosamente adeguate a rappresentare la complessità del reale e la tragedia del XX secolo.
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* NOTA: i passi qui citati del diario di Munch sono stati copiati al volo dalla versione inglese, che, nel museo, affiancava l'originale norvegese dei passi ritenuti più significativi.


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