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Dallas Buyers Club, un piccolo gioiello reale e umano

Creato il 30 gennaio 2014 da Oggialcinemanet @oggialcinema

Dallas Buyers Club, un piccolo gioiello reale e umano

30 gennaio 2014 • Primo Piano, Vetrina Cinema, Videos •

commento di Elisabetta Bartucca

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Girare un film in 25 giorni, con un budget di appena 5 milioni di dollari e finire – come da tempo annunciano diversi pronostici – a contendersi l’Oscar nelle principali categorie, non era facile. Ma dopo venti lunghi anni di ripetuti tentativi, oltre 20 ore di conversazioni affidate a un registratore vocale, una sceneggiatura scritta, rivista e arricchita un’infinità di volte, Robbie Brenner (produttrice) e Craig Borten (sceneggiatore) l’hanno spuntata su tutto, specialmente sullo scetticismo e la noncuranza di molti degli studios che si sono visti passare tra le mani il progetto. Ed è grazie al talento, la passione e la caparbietà di uno come Borten se “Dallas Buyers Club” oggi arriva nelle sale di mezzo mondo, comprese quelle italiane dove il caso cinematografico d’oltreoceano vedrà la luce il prossimo 30 gennaio, merito della lungimiranza di Good Films.

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Accolto da una lunga standing ovation allo scorso Toronto Film Festival e applaudito da una platea commossa all’ultimo Festival di Roma, il film del canadese Jean-Marc Vallée (“C.R.A.Z.Y”) ispirato alla vera storia di Ron Woodroof, è destinato a mettere d’accordo pubblico e critica. E se l’Academy non sconvolgerà le previsioni, potrebbe fare incetta di statuette nella notte più attesa di Hollywood. Di certo, Borten non immaginava tutto questo quando un giorno di venti anni fa guidò da Los Angeles fino a Dallas per incontrare quell’elettricista macho e donnaiolo del Texas, e raccontare poi la sua storia in un film. Woodroof sarebbe morto un mese dopo in seguito alle complicazioni dovute all’AIDS, che gli era stata diagnosticata nel 1985: erano passati ben sette anni da quando i medici lo avevano dato per spacciato, con soli 30 giorni di vita e all’epoca era solo una delle milioni di persone che consideravano l’Aids “la malattia dei gay”.

Quei sette anni li trascorse a fare ricerche e a scoprire e sperimentare terapie alternative all’unico farmaco autorizzato dal governo, l’AZT. Arrivò fino in Messico per provare sul proprio corpo procedure e trattamenti che cominciò a portare di contrabbando negli Stati Uniti, andando contro la comunità scientifica e i medici specializzati. Interminabili viaggi su è giù attraverso il confine con lo stato messicano lo portarono a trovare un improbabile alleato in un paziente malato di AIDS, il transessuale Rayon: insieme fondarono un “buyers club” (un ufficio acquisti) a Dallas, per evitare le sanzioni governative previste dalla vendita di farmaci non autorizzati. Per Borten non sarebbe stato semplice far diventare questa storia “Dallas Buyers Club”.

Dallas Buyers Club

Nel 1997 una prima stesura della sceneggiatura finì nella mani dell’amica Robbie Brenner, ma lo studio per cui lavorava non sviluppò mai il progetto. Una seconda versione riscritta insieme a Melisa Wallack rimase ferma per ben dieci anni, fino a quando nel 2009 Borten non decise di rivolgersi nuovamente alla Brenner, che a quel punto inviò il copione a Matthew McConaughey: “Mi sono chiesta: ‘Chi è Ron Woodroof?’, e per me era Matthew – racconta la produttrice – Come Ron, viene da Dallas, è bello e ha quella strana luce negli occhi. Matthew ha anche la stessa energia e intelligenza di Ron, mescolate al carisma da cowboy e allo spirito da combattente. Altroché, se era perfetto per quel ruolo!”. Tanto da convincerlo ad accettare e a perdere ben 22 chili per diventare uno stropicciato, sporco e appassionato texano innamorato della vita, l’anima dell’America più profonda e viscerale. Una trasfigurazione fisica ed emotiva che lo porta ad essere tra i favoriti nella categoria del Miglior Attore ai prossimi Oscar; stessa sorte – ma come Miglior Attore non Protagonista – potrebbe toccare al suo compagno di set Jared Leto, singolare artista che da sempre si divide tra cinema e musica (è il frontman dei ‘30 Seconds to Mars’), e che qui diventa il volto istrionico, decadente e crepuscolare di Rayon.

Non conta tanto quanto chili si perdono, ne ho persi circa 15. Quello che ti colpisce è la percezione di questo tipo di lavoro. – spiega Leto – Ho provato un grande amore per il personaggio. Rayon voleva vivere una sua vita da donna, è una persona che si identifica in un genere diverso, non la solita macchietta del trans appassionato di glam rock. Non volevo interpretare stereotipi o cliché che mettessero il personaggio in ridicolo; c’era qualcosa di più ampio da esplorare”. Quel qualcosa che certo non potrà sfuggire a chiunque abbia la fortuna di imbattersi in questo piccolo gioiello di cinema: melodrammatico, reale e profondamente umano.

di Elisabetta Bartucca per Oggialcinema.net

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