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Die Hard Story: l’Azione è Servita!

Creato il 20 ottobre 2011 da Dietrolequinte @DlqMagazine

Die Hard Story: l’Azione è Servita!La trilogia Die Hard… Scusate, la quadrilogia (i lapsus freudiani sono credibili nella scrittura? O piuttosto dovrei ammettere che questo era un modo originale per anticipare il mio giudizio sull’ultimo episodio della saga?) Die Hard è unanimemente riconosciuta come una delle migliori serie cinematografiche d’azione. Vado ad analizzarla nel dettaglio.

Trappola di cristallo (Die Hard, 1988)

Die Hard Story: l’Azione è Servita!
Mettiamo subito le cose in chiaro: il primo episodio della serie è anche il migliore. Diretto con mano sicura da quel John McTiernan che al suo attivo aveva soltanto due pellicole e in particolare l’anno prima aveva firmato la regia di un altro cult, “Predator”, questo film è una pietra miliare del cinema action. L’eroe per caso e per forza John McClane (origini irlandesi che gli saranno rinfacciate dal fratello del villain di questo episodio in un altro capitolo) che in un crescendo adrenalinico riesce a sconfiggere un manipolo tostissimo di terroristi fa la sua comparsa nell’immaginario cinematografico con un esordio veramente azzeccato. Bruce Willis, che aveva al suo attivo una famosa serie tv e un paio di commedie romantiche (una perfino col grande Blake Edwards), dà vita a un personaggio che seppur non originalissimo riesce ad ammaliare i fan del genere: canotta sporca di sangue, sbruffone, atletico ma non pompato, survoltato. Quando Hollywood girava ancora film con cuore, cervello e portafogli (adesso li gira solo col portafogli e quando va bene con una spruzzata di cervello), era possibile imbastire una storia divertente e perfino credibile nonostante le esplosive evoluzioni che un semplice tenente di polizia compieva. Il target degli anni ‘80 era sicuramente recepito più adulto dai produttori: McClane è un uomo con attriti familiari con la moglie che non vuole trasferirsi a Los Angeles per aiutare la carriera della consorte. Non vi era ancora spazio per figure di supereroi adolescenti: il cattivo è un luciferino Alan Rickman (che purtroppo molti di voi ricordano in Harry Potter e pochi altri in Sweeney Todd), cazzutissimo delinquente che maschera la propria attività di ladro dietro la cortina politica del terrorista.

Die Hard Story: l’Azione è Servita!

C’è una buonissima sceneggiatura alla base dell’opera che, seppur in origine era stata prevista per un altro progetto, dà ad esso una peculiare cifra stilistica in un genere già saturo ai tempi. Innanzitutto le scintillanti battute e gli ironici leitmotiv che corrono all’interno della storia. E poi due trovate davvero divertenti che si imprimono nella memoria dello spettatore: 1) John McClane rimane scalzo per tutta la durata del film e non riesce mai a trovare il tempo di mettersi un paio di scarpe; 2) la migliore scena d’azione mai apparsa su schermo: Willis, braccato da biondissimi e aitanti terroristi, sanguinante, passa davanti un poster con una ragazza col seno nudo e ha la forza di toccarlo mormorando un “RAGAZZE” eccitato! E quando l’insopportabile “politically correct” era allegramente ignorato Hollywood poteva permettersi di far fare figure barbine all’F.B.I.: i due agenti si chiamano entrambi Johnson, grazie al loro maldestro intervento la rapina stava per riuscire e sono tanto burocratici da risultare incompetenti e spietati.

Die Hard Story: l’Azione è Servita!

Come contraltare c’è invece l’esaltazione del poliziotto qualunque, dell’onesto ma eroico cittadino: là dove non riuscì l’F.B.I. poté John McClane. Il film è così ben calibrato da non far sentire nemmeno per un momento le due ore di durata. È presente, al centro della pellicola, anche un momento di relativa stasi ma la buona scrittura della sceneggiatura non lo fa avvertire come prolisso. In questo è aiutato dal riuscito inserimento di personaggi secondari simpatici: da quell’idiota dell’ispettore capo al corpulento Al Powell, interpretato da Reginald VelJohnson che tutti ricordiamo come il capofamiglia della serie “Otto sotto un tetto”. Il finale poi corre verso un climax emozionante: in un tripudio di esplosioni McClane sventa la colossale rapina e getta Hans Gruber dal trentesimo piano del grattacielo (il Nakatomi) dove è ambientata la vicenda. La faccia di Alan Rickman che in slow-motion, accompagnato da una musica potente, in un turbinio di fogli svolazzanti viene lasciato cadere è uno dei più bei frame cinematografici che mi porto dietro dall’infanzia!

58 minuti per morireDie Harder (Die Hard 2, 1990)

Die Hard Story: l’Azione è Servita!
È sempre curioso notare la miopia dei distributori italiani. Evidentemente non credevano che Bruce Willis potesse fare molta strada a Hollywood dato che per i primi tre episodi della serie gli hanno affibbiato tre doppiatori diversi. In particolare la scelta di Oreste Rizzini, per questo capitolo, si rivela approssimativa: il suo tono adulto mal si concilia con il roboante personaggio di John McClane. La regia passa al giovane finlandese Renny Harlin che, pur mantenendo un’ambientazione da scatola cinese, allarga la prospettiva: siamo sempre alla vigilia di Natale ma stavolta il set destinato per la canonica serie di esplosioni è l’aeroporto di New York, dove l’ormai famoso tenente di polizia sta aspettando la moglie per passare le vacanze insieme. Il maggior pregio del regista sta nel consolidare e rendere distintivi alcuni tratti che avevano fatto la fortuna di “Trappola di cristallo”: le schermaglie verbali tra i vari personaggi sono di nuovo scurrili ma ben scritte, le scene d’azione sono elaborate e dinamiche, i cattivi sono credibili e senza scrupoli. Anche questa volta la durata del film è di due ore che però stavolta si sentono: McClane a metà pellicola viene relegato in secondo piano per l’ingresso simultaneo di altri personaggi e la vicenda ne risente in scorrevolezza. È con fastidio che anche lo spettatore avverte la sensazione che, come dice il capitano Lorenzo, il protagonista sia “l’uomo sbagliato, nel posto sbagliato, al momento sbagliato”.

Die Hard Story: l’Azione è Servita!

Benché la storia sia ben sceneggiata, la pellicola si regge tutto sulla sua verve e quando per ragioni narratologiche deve lasciar spazio agli altri l’interesse scema presto, nonostante la buona caratterizzazione dei co-protagonisti. Troviamo di nuovo, in un obbligato cameo, il personaggio di Al Powell, che dalla centrale aiuta McClane, e l’antipatico giornalista del primo episodio sul quale si disegna fin troppo facilmente la critica a una stampa cinica. Con tronfia esaltazione patriottica si segnala la presenza di Franco Nero, il cui folto barbone basta negli Stati Uniti a renderlo spendibile per la figura del sanguinario rivoluzionario, nonostante la paciosità di tratti dell’attore italiano. Insomma, “58 minuti per morire” risulta essere un film più intelligente che coinvolgente, anche se alcune scene sono notevoli.

Die Hard Story: l’Azione è Servita!

In particolare, si ricorda con un sorriso la scena dell’espulsione di McClane con il sedile per sfuggire all’esplosione dell’aereo e l’azzeccato finale dove il poliziotto riesce ad uccidere (l’arresto con relativa giusta detenzione non è previsto dagli ipertrofici americani) i terroristi e contemporaneamente a risolvere l’impasse dei velivoli costretti a sorvolare l’aeroporto senza poter atterrare. Questo secondo episodio, pur con la sua frammentarietà, può dirsi un degno prosecutore della saga. Da segnalare l’odio del personaggio per la tecnologia, che rappresenta una vera e propria svolta, poiché troverà un significativo rovesciamento nel quarto e (speriamo!) ultimo episodio della serie. Così si esprimeva infatti il nostro a riguardo: «Per quello che mi riguarda il progresso si è fermato alla pizza scongelata».

Die HardDuri a morire (Die Hard: With a Vengeance, 1995)

Die Hard Story: l’Azione è Servita!
Ecco l’episodio che a detta di tanti, risulta il migliore: Die HardDuri a morire. Il veterano John McTiernan torna in cabina di regia e fa rimpiangere ancora una volta la seconda parte della sua carriera, buttata tra film dimenticabili e poco coraggiosi. Qui infatti egli dirige con il solito cipiglio muscolare la prima storia originale della serie (gli altri due erano tratti da altrettanti libri): adatta un soggetto nato originariamente per “Arma letale 3″ per far tornare sugli schermi il faccione sgualcito di Bruce Willis. Se il rimando alla concorrente serie di “Lethal Weapon” nell’episodio precedente si era limitato a un sulfureo omaggio, qui la struttura è praticamente identica: la coppia nero-bianco è ben miscelata potendo contare su due bravi attori, reduci dal successo di “Pulp Fiction”, come Willis e Samuel L. Jackson. Furbescamente gli sceneggiatori appiccicano a quest’ultimo lo stesso ruolo del nero razzista (verso i bianchi) che Tarantino genialmente aveva tratteggiato nel suo film. Ma l’operazione, seppur odora troppo di maquillage hollywoodiano, può dirsi riuscita e l’alchimia che corre tra i due sullo schermo lo conferma. Nei Novanta la coppia degli opposti poteva ancora reggere, i Duemila invece hanno visto lo scempio di questa gloriosa tradizione del cinema action (Eddie Murphy – Owen Wilson rappresentano il punto più basso).

Die Hard Story: l’Azione è Servita!

In questo episodio il regista gira per tutta New York e la pellicola trasuda amore per la Grande Mela come nel miglior Allen. Al di là degli scontati botti del genere ciò che rimane del terzo capitolo sono i serrati dialoghi, acidi e iconoclasti, in perfetto stile anni ‘90. La lezione tarantiniana è stata appresa e ormai il pubblico esige brillantezza di scrittura. Gli attori, come si diceva, sono in stato di grazia e oltre ai due protagonisti vorrei sottolineare la prova dei tanti colleghi di McClane, i soliti bravi caratteristi hollywoodiani. Piccola curiosità (che avevo notato anche senza leggere Wikipedia): l’attore che interpreta lo sfortunato poliziotto Ricky Walsh aveva già una piccola particina in “Trappola di cristallo”. Jeremy Irons, invece, seppur elegante, sembra un po’ spaesato e vaga dubbioso all’interno della storia offrendo una faccia monocorde.

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Il ritmo del film è indiavolato, l’azione si sussegue frenetica e anche qui McTiernan si prende due ore piene per sciogliere il bandolo della matassa. Ma il finale, punto di forza degli altri due lungometraggi, qui è fiacco rispetto al resto della storia, per non dire che risulta pretestuoso e affrettato. Il regista si lascia prendere la mano e concede a McClane una passerella gratuita e fin troppo inverosimile: colpire un filo dell’alta tensione con due proiettili riuscendo così ad avere la meglio su un uomo con la mitragliatrice che spara da un elicottero richiede una sospensione dell’incredulità troppo esagerata. Sembra qui di poter scorgere l’annuncio della direzione videoludica dell’episodio successivo, con McClane ormai ridotto al rango di un banale protagonista fumettoso.

Die HardVivere o morire (Live Free or Die Hard, 2007)

Die Hard Story: l’Azione è Servita!
Dopo aver “resuscitato” Rocky e Rambo, Hollywood, per lucrare impunemente sulla pelle dei fan, tira fuori dal cilindro il vecchio John McClane, a 19 anni dal primo episodio. Prende un giovane regista, Len Wiseman, autore dei sopravvalutati “Underworld” e dà al divo Willis le redini di quest’operazione che di primo acchito appare avventata. Il film difatti inizia maluccio, la scena con la figlia (la notevole e bella Mary Elizabeth Winstead) è patetica e scialba, i primi piani sull’eroico poliziotto sono insopportabili per il loro sovrannumero e tutto fa presagire un deflagrante flop. Poi però la pellicola prende la rotta giusta, e sebbene alcune situazioni appaiano artificiose, la storia comincia a lasciarsi vedere. Nonostante il faccino antipatico di Justin Long e la forzata contrapposizione tra l’analogico McClane e l’hacker Matt Farrell, le prime scene d’azione sono ben costruite elevando definitivamente l’ormai detective newyorkese a “miglior eroe sugli spazi chiusi”. Brutale come sempre quando c’è da salvare la pelle, McClane si fa solo stordire dalla prepotente tecnologia che ormai domina sulle vite dei paesi occidentali. Lo spunto è interessante, sebbene non nuovo: terroristi cibernetici mandano in tilt gli Stati Uniti prendendo il controllo (con troppa facilità!) dei computer.

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Willis ormai funziona a meraviglia e mena botte da orbi con la stessa sfrontatezza ed energia di sempre. Oltre ai proiettili spara anche le sue famose battute che a volte fanno centro (resta inimitabile quanto a costo della vita della figlia battibecca trivialmente con il boss), a volte annegano in un profluvio di gratuità (i deboli dialoghi con Long fanno rimpiangere a piè sospinto quelli ben più energici con Samuel L. Jackson). A metà film, il regista sceglie con coscienza di aumentare il carico di testosterone, forse per restare al passo con i moderni canoni: McClane lancia una macchina per distruggere un elicottero («Avevo finito le pallottole») e combatte sul vano dell’ascensore in bilico su un’automobile. Ecco, dover aggiornare o quantomeno stare al passo con i tempi inserendo alcuni personaggi stereotipati come l’algida e coriacea donna del boss (l’elegante ma inespressiva Maggie Q) o il nerd ciccione (un furbo Kevin Smith ancora alla ricerca della sua identità, dentro o fuori il Sistema) è sicuramente la piaga che affligge, come era facile prevedere, l’opera.

Die Hard Story: l’Azione è Servita!

McClane resta il rozzo eroe per caso tanto amato ma, non coerentemente, fa impallidire tutte le sue precedenti mirabolanti imprese: ha la meglio su un F35 e si spara ad una spalla pur di uccidere il nemico. Come un qualunque supereroe si lascia anche andare alla retorica dell’uomo qualunque che deve diventare eroe quando il caso (cinematografico) lo richiede. Anche in questo episodio è presente un po’ di italianità: troviamo infatti il belloccio Edoardo Costa nei panni di un terrorista. Non che faccia fare al Belpaese una gran figura: fa sempre la stessa espressione, sia che cerchi di violare un computer, sia che spari al protagonista. Il finale è dannatamente ineluttabile: prima di salvare mondo e figlia, Willis trova il tempo di pronunciare (e scialacquare) i due tormentoni della saga in una sola, inutile battuta. Così anche i fan hardcore della saga sono contenti e si può dare l’avvio a un altro remunerativo episodio. In definitiva un buon film, pur sperando che questa sia la fine. Che Hollywood trovi altrove le sue idee e lasci riposare in pace quella che resta la miglior serie americana del genere action.

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