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Disturbo bipolare: un unico farmaco per mania e depressione

Da Renzo Zambello

Un giorno si sentono onnipotenti e altri giorni hanno l’autostima sotto i piedi e pensano al suicidio: sono coloro che soffrono di disturbo bipolare, un disturbo dell’umore, ricorrente e cronico, in cui si alternano fasi in cui il tono dell’umore è alle stelle (mania) e fasi in cui è depresso (depressione).

Secondo la ricerca GfK Eurisko presentata in questi giorni, denominata “Mania e Depressione: due facce della stessa medaglia” oltre l’85% degli Italiani non ne ha mai sentito parlare. Eppure il problema è la sesta causa di disagio sociale nel mondo e colpisce più del 2% della popolazione nazionale.

 Alla disinformazione dei cittadini si unisce una diagnosi spesso tardiva: il disturbo bipolare è spesso sottovalutato, scambiato per una semplice depressione o per uno stato di ansia. E il paziente, lasciato solo, può peggiorare, assumendo atteggiamenti pericolosi tipici della mania (come l’abuso di droga) o arrivare al suicidio.

 Le cure, da seguire tutta la via, sono costituite soprattutti da farmaci in grado di agire o contro i sintomi depressivi (antidepressivi) o nelle fasi maniacali (antipsicotici atipici e stabilizzanti dell’umore), da assumere in modo personalizzato, secondo le prescrizioni mediche, anche in associazione. È, invece, ora disponibile anche in Italia, in compresse a rilascio prolungato (quindi da assumere solo una volta al giorno), l’unico farmaco, un antipsicotico atipico, che è stato approvato sia per il trattamento della mania sia per quello della depressione bipolare, la quetiapina.

 “Fino ad oggi nella pratica clinica si è fatto un uso eccessivo di farmaci antidepressivi, comportando così un grave effetto indesiderato: l’induzione del viraggio maniacale e, nel lungo termine, di cicli rapidi. Con quetiapina, si ha anche un’azione antidepressiva in aggiunta all’azione antimaniacale propria degli antipsicotici” sottolinea il dottor Gianluigi Tacchini, Dirigente Medico Psichiatra Fondazione IRCCS Ca’ Granda Ospedale Maggiore Policlinico di Milano.

 Uno strumento in più, quindi, per una terapia il più possibile personalizzata e integrata con percorsi psicoeducativi: resta però ancora molto da fare per cancellare lo stigma sociale che accompagna la malattia, come rilevato dalla ricerca già citata. Molti Italiani ammettono di poter avere difficoltà a lavorare con un bipolare (45%) e a esserne amico (31%),e i pazienti stessi si sentono poco accettati (46%) e hanno difficoltà relazionali (60%).

Pubblicato da Valeria Ghitti in Farmaci, Malattie, News Mediche.

da: http://www.tantasalute.it        

Commento del Dott. Zambello

La verità è quella che dice il giornalista alla fine dell’articolo: il 60 per cento delle persone hanno difficoltà a relazionarsi con queste persone che presentano un comportamento così instabile.  Eppure,  è propio questo il focus della terapia di questi ammalati: aiutarli ad equilibrare il loro comportamento.  Il  Dott. Tacchini parla genericamente di  percorsi psicoeducativi che,  per la verità,  non si capisce bene a cosa alluda ma credo faccia  riferimento alla psicoterapia.  Questa si muovere teoricamente e clinicasmente,  in un ambito ai limiti tra la psicoterapia  dinamica e la comportamentale. E’ quel campo teorico e clinico  che è stato chiamato: Teoria dell’attaccamento di John Bowlby


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