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Django: Tarantino e lo spaghetti western

Creato il 16 gennaio 2013 da Pianosequenza

Django: Tarantino e lo spaghetti western

Django Unchained
(Django Unchained)
Quentin Tarantino, 2012 (USA), 165’
uscita italiana: 17 gennaio 2013
voto su C.C. Django: Tarantino e lo spaghetti western Il dottor King Schultz (Christoph Waltz), cacciatore di taglie, libera lo schiavo Django (Jamie Foxx) perché unico a conoscere l’aspetto di tre dei suoi preziosi obbiettivi. Presto però questa collaborazione si trasforma in qualcosa di molto simile ad una amicizia, e così il teutonico bounty hunter ha modo di scoprire la straziante storia di Broomhilda (Kerry Washington), amata moglie dalla quale Django era stato brutalmente separato in seguito ad un tentativo di fuga dalla loro piantagione.  
È l’inizio di un’odissea, nel tentativo di strappare la donna dalle grinfie dello schiavista Calvin Candie (Leonardo DiCaprio). Nell’idea di intrattenimento con la quale Quentin Tarantino si confronta da sempre, hanno un ruolo fondamentale non solo i classici della cultura western americana (da Ford a Peckinpah) e i loro diretti “consanguinei” nipponici (come i samurai di Kurosawa) ma anche tutti quei film, spesso definiti B-movie, che hanno radici meno nobili pur conservando una dignità cinematografica altissima. Sono un esempio le produzioni made in Hong Kong dello Shaw Brothers Studio dalle quali il regista americano ha attinto a piene mani per il “gargantuesco” (citazione per amatori) Kill Bill o i poliziotteschi italiani dei quali è possibile scovare echi nel più recente Death Proof; con Django Unchained Tarantino ha modo di omaggiare il mondo degli spaghetti western, dal quale come sempre “ruba” l’atmosfera (il cameo di Franco Nero, già interprete del “nostro” Django, le melodie di Morricone tratte da I Crudeli di Corbucci) pur mantenendo intatta una cifra stilistica divenuta da decenni vero e proprio marchio di fabbrica.
Il regista di Reservoir Dogs ha ormai raggiunto un livello di consapevolezza e conoscenza del medium tale da trascenderlo, dando vita a vere e proprie opere d'arte pop. La bellezza di alcune sequenze (il fiore di cotone intriso di sangue, la stereotipata danza con la quale la servitù apparecchia la tavola per i “padroni”) va ben oltre la loro effettiva importanza narrativa: il linguaggio cinematografico diventa semplicemente un mezzo per suscitare emozioni in chi guarda. È per questo che le tre ore di Django Unchained trascorrono avvolte da un’aura di epica sospensione, mentre la storia cambia forma muovendosi con agilità tra stili e generi diversi – chi altri se non Tarantino avrebbe potuto immaginare l’hip hop nella soundtrack di un “western”; l’avventura dei due protagonisti deve essere lunghissima e contrastata, perché solo in questo modo può rendere giusto merito all’eroismo dei suoi interpreti. Al pari del solito Christoph Waltz (una garanzia), Leonardo DiCaprio si rivela eccezionale caratterista, nel ruolo di un eccentrico proprietario terriero la cui crudeltà è forse giustificata dall’ambiente nel quale è stato cresciuto. Jamie Foxx completa il trittico di protagonisti maschili ed, idealmente, conclude il suo percorso da maschio alpha afroamericano che aveva iniziato col suo ruolo in Any Given Sunday (Oliver Stone, 1999) regalando una prestazione convincente (e divertita). Nel cast c’è spazio anche per uno storico sodale di Tarantino (Samuel L. Jackson) nel ruolo dell’unico, autentico, antagonista: l’attempato maggiordomo del monsieur Candie, divenuto negriero quasi più sadico del padrone.
Pur indulgendo, nel finale, in un crescendo di violenza molto pulp (pure troppo) Tarantino reinventa ancora una volta il suo Cinema, adattandolo ad una nuova ambientazione e a nuove dinamiche senza rinunciare ad un tocco inconfondibile. Colpisce ogni volta come fosse la prima.
Arte.

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