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Do you can?

Creato il 11 aprile 2014 da Lundici @lundici_it
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Tout se tient qui nel Paese.

C’è uno che si chiama Eugenio Scalfari, è il padre-padrone di un giornale chiamato La Repubblica. Egli verga salmi laici e detta regole da primus inter pares. Considera il potere una necessità di cui lui è parte, e ha seri problemi con la grammatica d’Albione. Do you can?

C’è il Renzi che parla della squalifica di Destro con Padoan. Tout se tient: è il berlusconismo, bellezza! Traslato e inchiavardato nel nuovo conduttore televisivo a Palazzo Chigi. Matteo è un anchorman di un Sanremo eterno e decadente.

C’è il nuovo corso del Movimento Cinque Stelle. Tout se tient: è il centralismo democratico! Una volta albergava nelle stanze del PCI, ora è stato commutato in una sorta di nuova ortodossia. Chi critica il Migliore, pardon: Grillo e/o Casaleggio, viene svillaneggiato e guardato come traditore. L’Italia è un Paese di traditori molto fedeli.

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C’è l’Italia divisa a metà, quella che si definisce reale, e quella raccontata dai mezzi d’informazione. Alcune volte le due convergono, altre volte la distanza è così abissale che la fossa delle Marianne ricorda una pozzanghera dopo un mite temporale estivo.

Ci sono i santoni, che fanno le domande e che si rispondono da soli. Do you can, Scalfari? No, you don’t can. O you can’t do. Fa lo stesso.

C’erano gli intellettuali. Spiegavano qualcosa a chi avesse voluto approfondire, gettare uno sguardo sulla realtà in modo diverso eppure così autentico. Ora, se ci sono, dove sono? Nella loro foresta accademica di libri, mentre gli altri scrivono sui giornali letti da qualche milione di residuati italici. La minoranza che leggiucchia i giornali sarà a breve l’unica minoranza che andrà a votare. E sarà il compimento della ademocrazia. O democrazia apatica, o afasica, o atarassica senza pace dell’animo. Ma, forse, del cervello.

C’era la cultura domestica, spazzata via dall’omologazione, e dal compiacimento di sostenere che non esiste più “l’Italia di una volta”.

C’erano tanti tecnici con la pretesa di dare una risposta al mondo con prolegomeni stanchi.

C’è la batracomiomachia acratica: la pretesa di non avere leader, e teste conducenti; poi, una guerra tra poveri, segretamente ambiziosi nel loro anelito al potere.

C’è il soffio di vita dato dagli umili gesti. Un amministratore che fa il suo lavoro, un dirigente che si sacrifica pur essendo parte di un sistema che richiede appartenenza e non merito. Una notizia di sfuggita che attesta il dolore e la passione di un servitore dello Stato.

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L’ottimismo della volontà, il pessimismo della ragione, il menefreghismo della vacua maturità.

C’è l’agognata speranza della gente. Che cerca un totem, un sogno, una bombola d’ossigeno a cui attaccarsi. Il senso divinatorio per la politica. Per quanti anni ci saranno i giapponesi scudocrociati che continueranno a votare Casini?

Ci sono le parole di quel populista di Henry Miller: il grande inganno che perpetuiamo ogni giorno consiste nella nostra convinzione di rendere la vita più facile, più comoda, più gradevole, più utile. Stiamo facendo tutto il contrario. Ogni giorno che passa, rendiamo in ogni modo la vita vecchia, piatta e inutile. Una brutta parola sintetizza ogni cosa: spreco. I nostri pensieri, le nostre energie, la stessa nostra vita servono a creare ciò che è irrazionale, superfluo, malsano. La stupenda attività che si svolge nella foresta, nel campo, nella miniera e nella fabbrica non contribuisce mai alla felicità, alla soddisfazione, alla pace dello spirito o alla longevità di coloro che vi sono impegnati. Pochi, pochissimi americani amano il lavoro che sono costretti a compiere un giorno dopo l’altro. Quasi tutti considerano il loro lavoro meschino e degradante. Pochi trovano mai una via di scampo. La grande maggioranza è condannata, proprio come uno schiavo, un ergastolano, un minorato. Il lavoro del mondo, com’è tanto nobilmente chiamato, è eseguito da uomini di fatica. Che tanti di essi siano gente istruita non fa che rendere più fosche le tinte del quadro. Importa così poco essere avvocato, medico, predicatore, giudice, chimico, ingegnere, insegnante o architetto! Tanto varrebbe essere stato manovale, scaricatore, impiegato di banca, sterratore, giocatore d’azzardo o spazzino. Chi ama veramente il lavoro che fa un giorno dopo l’altro? Che cosa ci lega all’impiego, al mestiere, alla professione o alla carriera? L’inerzia. Siamo chiusi tutti insieme, come in una morsa, a divorarci l’uno con l’altro, a derubarci vicendevolmente. Con tutto quel che si dice del mondo degli insetti, noi in confronto sembriamo la loro degenerata progenie! A dirigere la baracca, per sorvegliarla e mandarla avanti, c’è un governo composto di rappresentanti eletti dal popolo, che non troverebbero rivali in una raccolta di confusionari, spostati, buffoni e furfanti.

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C’è chi crede solo nell’attualità, la politica, l’economia, la finanza, cerca di conoscere cose che non aveva mai visto o sentito. E si

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accorge che, forse, a vent’anni aveva ragione, perché si era stupidi davvero, quante balle si hanno in testa a quell’età.

C’è un confronto quotidiano tra chi vede complotti, e chi non ne vede mai. Tra chi ritiene di vivere in un regime che blocca la libertà e la via alla realizzazione, e chi crede che tutto sommato questo è un Paese che premia i migliori, che trova un senso. La ragione non è parte di questa vita terrena, chi ce l’ha se la tiene.

C’è il ripetersi stanco di indignazioni tascabili e vendute in stock precofenzionati. Spending review, costi della politica, lacci e lacciuoli, riforma del fisco, riforma de catasto (da almeno un centinaio di anni), disoccupazione giovanile (dai 15 ai 24 anni, perché sotto i 15 si è in età da lavoro dickensiano e sopra i 24 potresti ambire a qualcosa di più o sei già morto), enti inutili, Italia Lavoro, Cnel e sindacati, precariato, manager, stipendi, tetti e fondamenta per un’Italia da semestre europeo.

C’è il razzismo verso la libertà. C’è sempre stato. Combatti la mafia, e diventerai un professionista, un imprenditore delle tue idee contro la mafia, ma a fini di lucro. Denunci un potere, e diventerai un invidioso, un frustrato. Non rinuncerai ad un valore, ben presto sarai talebano, tafazzista, romantico, idealista, coglione.

C’è la tentazione di tenersi tutto dentro, come i buoni democristiani di una volta, gli ideologhi dell’”aiutati che Dio ti aiuta”. La loro ragione è conclamata, vincono sempre loro, qui, in Italia. Vincono ma hanno sempre la faccia di chi si vergogna. Se vincete perché vi vergognate? Chiese la sventurata. Piccoli Armostrong, consapevoli del doping.

C’è che vivere in un Paese in declino ti fa sentire meno solo, tutti perdono, e chi vince è molto triste. La tristezza motore della nazione.

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C’è che l’impegno a vivere da cittadino sta diventando desueto, nessuno si accorgerà di te se non hai almeno una telecamera e un conduttore cinico che manda la notizia in cui ci sei te.

C’è che l’Italia, senza politica e televisione, sarebbe poco e niente. Un Paese in cui siamo rimasti in pochi, incazzati e litigiosi. Distruggile, la politca e la televisione, e avrai una catastrofe o un ripiegamento secco nel nulla. O, chissà, una distruzione creatrice.

C’è che se si desse il giusto peso all’informazione, alla politica e alla televisione, questo Paese risorgerebbe con un’Araba fenice e felice.


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