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Doctor Who 50th Anniversary – Riflessioni Post-mortem

Creato il 03 dicembre 2013 da Nadia Strawberrie @river_inthesky

tumblr_mwq9zmgymj1qijoeyo1_500Scrivere questo post sul 50° Anniversario di Doctor Who è come cercare il solito ago nel pagliaio: il rischio di gettarsi a capofitto in una sfilza di banalità infinite ed inconcludenti è enorme, la possibilità di scrivere qualcosa che avete già letto è praticamente una certezza.

Che Moffat sia un fottutissimo genio (del male) lo sapete tutti. Voglio dire, basta pensare che nel momento in cui mi accingo ad una maratona degli episodi preferiti del Dottore il 90% dei titoli sono opera sua (da The Empty Child a The Girl in The Fireplace, da Vincent and The Doctor a Let’s Kill Hitler e via dicendo). E sapete anche che al caro vecchio Moff piace manipolare ogni singolo elemento della trama a suo piacimento, giocando con le aspettative del pubblico e “autocitandosi” per amore del suo gigantesco EGO (altro che Dottore, se dovessi sviluppare un ego, io sceglierei Steven Moffat).

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In linea con le sue scelte passate e con le caratteristiche che il Moff ha attribuito al “suo” Dottore, The Day of The Doctor è stato un tripudio di momenti divertenti, autoironici e fangirl-friendly, affiancati da attimi di epicità sparsi e da situazioni wibbly-wobbly in cui lo showrunner si diverte a dire una cosa, salvo poi ritrattare tutto e riscrivere l’intera storia dall’inizio.tumblr_mwqsy53FRE1qawo6do1_500

UN TIPICO SPECIALE ALLA MOFFAT, PER INTENDERCI.

Sicuramente non possiamo esimerci dal dire che The Day of The Doctor è stato uno SPECIALE PERFETTO, capace di stupire, farci ridere, commuoverci, esaltarci e farci riflettere, pur rimanendo nella giusta atmosfera celebrativa che si conviene ad un anniversario così importante.

Eppure, che siate ammiratori o detrattori della gestione moffattiana, credo sia indiscutibile il fatto che The Day of The Doctor non sia stato un episodio perfetto, con qualche leggerezza di troppo nella sovrapposizione delle storyline e in tanti altri piccoli dettagli. A farmi prudere il naso è stata più che altro una scelta di concetto, quella decisione improvvisa non tanto di salvare i Time Lords (che tra bambini piangenti ed orsacchiotti teneroni si preannunciava sin dal secondo minuto di speciale), quanto piuttosto la scelta di ritornare su Gallifrey. Comprendo la necessità di tirare fuori dal cilindro nuovi percorsi ed intrecci di trama, e mi rassegno anche al fatto che Eleven sia ormai ufficialmente The One Who Forgets (anche se per la sottoscritta rappresenta molto di più). Eppure non riesco a capacitarmi di questa cosa.

Dottore ti sarai mica scordato pure che i Time Lords sono dei bastardi vanagloriosi e con le manie di onnipotenza? Chiunque conosca un minimo i simpatici gallifreyani concorderebbe con la scelta di lasciarli a dormire nella loro “bolla temporale”!

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Queste sono solo alcune di una lunghiiissssima serie di elucubrazioni che mi sono ritrovata a discutere in giro per il web con altri amanti del Classic Who (sorry followi di Twitter che mi avete sopportato nelle mie lungaggini criticose), riflessioni a posteriori da fridge logic che non hanno in alcun modo scalfito la mia esaltazione da Cinquantenario ma che hanno innescato in me una voglia improvvisa di pigliare a pugni il solito Moffat.

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E probabilmente il mio umore si sarebbe deteriorato ancora, se non fosse stato per Mark Gatiss e Peter Davison. Eh, già, perché i due sono le teste pensanti che stanno dietro ai due piccoli tesori che, a mio modestissimo parere, costituiscono i momenti più elevati del 50° Anniversario del nostro amato Dottore.

Da un lato ci troviamo Davison, quinto Dottore (e suocero del Tennant, giusto per non rimanere indietro con le genealogie whovian), che ci ha stupito e divertito con il suo riuscitissimo The Five(ish) Doctors Reboot. Lo speciale, scritto e diretto da Davison, dura soltanto 30 minuti ma è davvero una chicca straordinaria: esilarante, ricchissimo di citazioni, camei e inside jokes del whoniverse, eppure capace di far trasparire quell’indescrivibile feeling of nostalgia che solo i “vecchi” Dottori sono in grado di trasmettere.

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Se non lo avete ancora fatto, potete DOVETE vedere The Five(ish) Doctors Reboot cliccando qui.

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E infine c’è An Adventure in Space and Time, che per la sottoscritta è stato il momento più emozionante di tutto il cinquantenario, 1 ora e 28 minuti di lacrime inarrestabili.

Il docu-drama di Gatiss ha una sensibilità narrativa straordinaria e non ci sono altre parole per descriverlo se non come uno sguardo d’amore sincero rivolto verso le origini della serieAn Adventure in Space and Time è un elogio a Doctor Who nella sua forma più pura, quella che fa del cambiamento la sua forza vitale e propulsiva: l’idea del Dottore che nasce dal cambiamento storico-sociale-culturale in atto negli anni ’60, la rivoluzione nel mondo dell’industria televisiva con l’entrata in scena di Verity Lambert nelle vesti di produttrice, la nascita di una concezione nuova del fare televisione e di un nuovo modo, trasversale (nel tempo e nello spazio) e totalmente innovativo, di costruire personaggi e mitologie seriali in grado di “rigenerarsi”. L’interpretazione di David Bradley poi è una di quelle meraviglie in grado di sciogliere anche i cuori più duri: atteggiamento, gestualità, modulazione della voce e cadenza sono impressionantemente vicini a quelli di William Hartnell e per un attimo ci smarriamo tra le immagini e i ricordi, con le lacrime che scorrono copiose sui nostri volti ripensando al Primo Dottore.

 
“One day, I shall come back.
Yes, I shall come back. 
Until then, there must be no regrets, no tears, no anxieties.
Just go forward in all your beliefs,
and prove to me that I am not mistaken in mine.”
 
 

- la vostra whovian, nuovamente in lacrime, Nadia-


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