Magazine Diario personale

E tu come stai?

Da Giovanecarinaedisoccupata @NonnaSo

Per un lungo periodo, giorni, mesi, e poi anni, a ripetizione ciclica, la gente mi ha posto la fatidica domanda: e tu, come stai?

Incrociandomi per caso per strada o venendo a cercarmi sui social, su whatsapp, sul messenger e coi messaggi, quando volontariamente ho cambiato le mie abitudini, i percorsi, proprio per non incontrare questa gente. Eppure loro, senza demordere, sono stati costanti.

Anche quelli che sono spariti quando avevo bisogno, sono magicamente riapparsi all’occorrenza, proprio per porre la fatidica domanda: e tu, come stai?

Sono stati costanti proprio nella loro volontà di ficcare il naso, spesso e volentieri nei periodi peggiori, e mai una volta che, invece, si siano presentati a gioire dei momenti migliori. Questo, purtroppo, lo considero un peccato capitale, figlio dell’invidia e della pochezza d’animo. Un male che ahimè affligge buona parte dell’umanità.

E quelle quattro paroline, “e tu come stai”, intercalate in maniera quasi casuale, ne sono una delle espressioni più becere. Avvolte in strati e strati di finta indifferenza, buonismo, un tocco di pietà verso i meno fortunati e quindi un tocco di auto-soddisfazione nell’essere così buoni e altruisti da pensare ai meno fortunati… le parole “e tu come stai?” sono fra quelle che odio di più, si era capito.

Il fatto è, vedete, che ritengo che il privilegio di chiedermi davvero come sto, e di avere una risposta onesta da parte mia, il racconto delle mie vicissitudini magari o un piccolo sprazzo di quello che è il mio vissuto interiore al momento, lo meritano solo in pochi e, per la precisione, quelli che c’erano.

Quelli che c’erano quando la risposta era “di  merda” così come quelli che c’erano quando la risposta è stata “alla grande”. Per non parlare di quelli che c’erano quando la risposta è stata, per mesi, anni  “tiro a campare, non lamentiamoci dai”.

Il privilegio, si.

Perché quelli come noi si sono stancati di spendersi per gente che non vale quanto loro, si sono stancati di essere tirati fuori dal cappello quando fa comodo, quando c’è da fare gossip o da pietire qualcuno per sentirsi migliore. Quelli come me sono andati avanti e si sono lasciati alle spalle tanta di quella merda, che ora non vogliono che quella merda li raggiunga. Non per sussurrargli all’orecchio con finto interesse “e tu, come stai?”, magari nella nutrita speranza di sentirsi rispondere “malissimo, e tu?”.

Personalmente, ho smesso di chiedere “e tu come stai”. Anche se ogni tanto ricado nell’ “allora, come va?” (e declinazioni simili tipo “come butta” o “Che si dice”), tento di evitare il “tucomestai”, è proprio più forte di me. Perché ci sono stata nel territorio del “tucomestaiiostodicacca”, e so come ci si sente.

Non è facile, ma con un pò di autocoscienza, il minimo di tatto che le relazioni con gli altri richiedono, e tanta umiltà ce la si può fare: chi vi stima, chi c’è stato, chi sa che ci siete stati per lui (o lei) comincerà a raccontarvi di sè indipendentemente dal fatto che gli chiediate o meno “e tu, come stai?

Anzi, vi apprezzerà per la delicatezza di non aver posto la domanda del cazzum che tutti pongono, alcuni con l’aggravante di non mai voler davvero sentire la risposta.


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