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Eguaglianza? Chi ha meno suscita odio

Creato il 15 gennaio 2011 da Gadilu

Eguaglianza? Chi ha meno suscita odio

Negli ultimi tempi stiamo assistendo a un fenomeno nuovo e preoccupante: una singolare forma d’invidia per chi possiede di meno, per chi sta peggio, per chi insomma si trova in qualche circostanza a vivere grazie all’aiuto o alla protezione di quelle istituzioni che, per fortuna, non hanno ancora deciso di girarsi dall’altra parte.

Anche nella “ricca” Bolzano – cioè in un contesto caratterizzato da un benessere diffuso – si possono cogliere i segni di quella mobilitazione del consenso che Marco Revelli, nel suo ultimo libro, ha individuato raggrumarsi attorno al sentimento dell’“ira”, combustibile di una disdicevole “economia del risentimento”. Ce ne siamo accorti in relazione al recente caso di un bar dato in gestione dal Comune a una famiglia di sinti. È bastato infatti che la somma prevista dal contratto d’affitto venisse ridotta rispetto agli standard (peraltro troppo elevati) richiesti in precedenza ad altri gestori, per far scattare la molla di una protesta mascherata da rivendicazione d’equità e difesa del libero mercato (che tutti paghino lo stesso, non si facciano sconti per nessuno!).

Perché accade questo? Il giornalista e scrittore Edmondo Berselli, passando al setaccio la trasformazione radicale che ha investito il Paese negli ultimi venti anni, ha formulato una interessante ipotesi sulla genesi di questo meccanismo: “Per la prima volta (…) i registri comportamentali suggeriscono che l’ineguaglianza è stata accettata e assimilata. Non sono più necessarie ipocrisie pubbliche che contraddicano le convinzioni private” (“Post-italiani”, Mondadori 2003). Ma accettare l’ineguaglianza tra la sfera alta e quella bassa nella scala del reddito e dell’appartenenza sociale – mettendo cioè in qualche modo fuori gioco il potenziale d’odio che aveva caratterizzato la stagione del conflitto di “classe” – ha per così dire liberato per contrasto una perversa forma di accanimento residuo, di autentico egualitarismo al ribasso, proprio nei confronti di chi è spinto e poi mantenuto, non raramente in virtù di consolidati pregiudizi, ai margini del sistema.

In un quadro del genere, anche solo l’idea di garantire agli “emarginati” un riparo, un progetto d’integrazione che corregga uno status di svantaggio oggettivo, viene scambiato per indebita concessione di un “privilegio” e denunciato quale fatto insopportabile. Con le parole di Quino, l’autore di Mafalda: “Perché i poveri, per forza che sono poveri: mangiano cose da poveri, si vestono da poveri, abitano in case da poveri. Sono incorreggibili. Non serve a niente aiutarli, bisogna nasconderli”. E se va male ai poveri, figuriamoci agli “zingari”.

Corriere dell’Alto Adige, 15 gennaio 2011



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