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Elezioni e preferenze. Quando l’ipocrisia sinistra vuole buttare il bambino con l’acqua sporca

Creato il 11 ottobre 2012 da Iljester

Elezioni e preferenze. Quando l’ipocrisia sinistra vuole buttare il bambino con l’acqua sporcaOkay. Abbiamo avuto Fiorito, e prima di Fiorito abbiamo avuto Lusi, e prima di Lusi? Beh, ricordiamoci il caso Penati, e poi oggi il consigliere dell’IDV del Lazio, e ancora l’assessore della giunta Formigoni, sanitopoli sotto la giunta Vendola, lo stesso Vendola indagato e via dicendo. È sufficiente cliccare su Google e si trova di tutto e di più. Un gran casino giudiziario che investe i politici trasversalmente, perché per quanto si tenti vergognosamente di fare dei distinguo e di attribuirsi patenti di verginità, la verità è ormai ben chiara: la politica tutta è diventata un mestiere… un mestiere del malaffare con o senza le preferenze.

Eppure, fino a ieri la sinistra sbraitava contro il famigerato Porcellum, la legge elettorale con la quale si è andati a votare nelle ultime due legislature. Ma ve li ricordate Bersani e amici, lì a criticarla? Legge porcata che aveva abolito le preferenze? Una legge illiberale, dicevano. Una legge che permette a Berlusconi di scegliersi i suoi candidati fra veline e lacchè. E ancora, una legge che esautora il popolo dal suo legittimo diritto di scegliersi i propri rappresentanti politici, ecc. ecc. Una legge fatta apposta per la destra illiberale e antidemocratica.

Elezioni e preferenze. Quando l’ipocrisia sinistra vuole buttare il bambino con l’acqua sporca

Bah! La verità è un’altra. La legge porcata allo stato è diventata paradossalmente una garanzia contro il fenomeno del clientelismo e del malaffare. Già, perché la legge Calderoli (e ancor prima la legge Mattarella) non prevede le preferenze per la quota proporzionale. Quelle che oggi intendono invece riproporre a destra, e che la sinistra – pronta come sempre a svendersi alle mode del momento – rinnega fermamente sulla scia del caso Fiorito, personcina, sappiamo, salita al potere nella regione Lazio, grazie a una valanga di preferenze.

Ma non vi sembra assurdo? Fino a ieri a sinistra ritenevano le preferenze un punto irrinunciabile, un modo per restituire al cittadino lo scettro della decisione, e oggi invece dicono il contrario, e cioè che dinanzi ai fenomeni del malaffare è meglio che i candidati vengano scelti dall’alto e il cittadino voti la lista, il partito e via dicendo, che alla poltrona ci pensano gli illuminati delle segreterie.

Roba da schizzofrenici della partitocrazia convinta e da sclerotici dell’idealismo banderuolo, che dimostra ancora una volta il vero volto della sinistra italiana: il volto del finto-idealismo che non ha a cuore gli interessi degli italiani, ma gli interessi di bottega. Perché è chiaro che il tentativo maldestro di delegittimare le scelte popolari a causa di un Fiorito qualsiasi, è il patetico frutto del più becero ragionamento; il ragionamento di chi vorrebbe gettare via il bambino con l’acqua sporca, e disfarsi così dell’impegno di presentare candidati graditi ai cittadini.

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Ma se solo ci fermassimo un momento a pensare e ci spogliassimo dall’idrofoba voglia di bruciare tutte le donne sospettate di magia nera e patti con il demonio, capiremmo che è il metodo sbagliato. Perché se il filo del ragionamento è questo, tanto varrebbe abolire la democrazia, le elezioni e tutto il resto e affidarci a un dittatore. Niente più clientelismi, niente più voto di scambio, niente più favori, ma solo l’autoritarismo piramidale e il culto della personalità.

Chiaramente sarebbe un inferno. E allora? Allora credo che il discorso dovrebbe essere affrontato da una prospettiva differente: quello della cultura politica e dei criteri sulla base dei quali scegliere i candidati. Lungi da me dal scimmiottare il Grillo di turno, è indubbio infatti che non sono le preferenze a essere sbagliate, ma lo sono i metodi di scelta dei candidati. È l’assenza cronica e quasi genetica di una cultura politica della legalità. È il deserto normativo ed etico che impera nelle competizioni politiche e nella gestione del danaro erogato ai partiti e ai movimenti politici.

Se solo focalizzassimo questi punti – che sono il nodo centrale del discorso e del problema – ci renderemmo conto che se anche abolissimo le preferenze e bloccassimo le liste, il malaffare non verrebbe sradicato; i politicanti approfittatori riuscirebbero comunque a farsi eleggere, perché cambierebbero il punto di pressione: non più gli elettori morti di fame, disposti a vendere il loro voto per cinquanta euro, ma il potente della segreteria, disposto a candidare il mafioso o il colluso per cinquecento mila euro sul suo conto alle Cayman.

In un precedente post su questo blog, è stato efficacemente sostenuto lo stesso ragionamento con un esempio altrettanto chiaro e condivisibile: abolire le preferenze è come combattere la malattia uccidendo il paziente. Ma il paziente non lo si deve ammazzare. Lo si deve curare. E per curarlo, è necessario che nella politica si radichi una cultura della legalità e del merito. Una cultura che privilegi gli interessi degli italiani, anche attraverso norme che garantiscano l’accesso ai posti di potere e responsabilità solo a chi ha una condotta di vita specchiatissima e illibata. Ma so bene che questa è un’impresa più che titanica per le piccole menti dei nostri governanti.


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