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Emilio Sereni

Creato il 15 agosto 2012 da Giuliano @giulianofalco
In un recente post abbiamo ricordato la figura di Delio Cantimori, illustre storico. Continuando sulla stessa linea, pubblichiamo ora un insieme di testi su Emilio Sereni, altro grande storico dalla figura composita: come ricorda Paolo Favilli, in politica era su posizioni durissime, filo sovietiche, ma quando vestiva i panni dello storico, era aperto alle varie suggestioni offerte dalla storia (e qui riportiamo la scheda biografica del suo I napoletani. Da mangiafoglia a mangiamaccheroni).
Emilio Sereni - Un profilo

A cura di Giorgio Vecchio

1. La formazione

Emilio Sereni nacque a Roma il 13 agosto 1907 in una famiglia della borghesia ebraica romana, pienamente inserita nella società liberale e postrisorgimentale, che aveva mantenuto stretti legami con la cerchia parentale. Si trattava di una famiglia dove le residue tradizioni religiose si intrecciavano con la spinta alla modernità e con una laicità ormai acquisita e dove le aperture culturali convivevano con le ambizioni per il successo dei tre figli maschi: Enrico, Enzo e Emilio, legatissimi tra loro e con la sorella Lea (un’altra sorella, Velia, era morta in tenera età). Quell’ambiente e quegli anni dell’infanzia e dell’adolescenza di Emilio sono stati ben raccontati dalla figlia Clara nel suo noto libro Il gioco dei regni e da un grande amico di quei tempi, Manlio Rossi-Doria, nelle sue memorie, La gioia tranquilla del ricordo. Fin dall’infanzia, tra l’altro, Emilio e i suoi fratelli impararono inglese, francese e tedesco con lezioni impartite direttamente a casa loro.

La curiosità intellettuale, lo studio insistito della letteratura e della filosofia, la passione precoce per le lingue e l’esempio stesso dei fratelli maggiori si combinarono in Emilio con una volontà tenace e con la decisione di non concedersi sconti di sorta. Il giovane romano si sottopose così a una disciplina di vita orientata da precise scelte morali e dalla ricerca di una rigorosa coerenza. Lo si vide nella prima giovinezza quando, sotto l’influsso del fratello Enzo che si era orientato verso il sionismo, riscoprì la forza delle vecchie tradizioni della religione ebraica. Furono quelli gli anni in cui Emilio assunse anche esteriormente i segni distintivi dell’ortodossia ebraica e coltivò la decisione di dedicarsi anche lui totalmente alla causa sionista.

Terminati a Roma gli studi liceali classici nel 1923, Emilio si iscrisse l’anno dopo all’Istituto superiore di Agraria di Portici. Intendeva in tal modo apprendere quanto di più e di meglio potesse, per portare poi la sua competenza tecnica in Palestina. Intanto leggeva molto - come sempre - e cominciava a osservare da vicino le condizioni sociali del Mezzogiorno, puntando a coglierne lo sviluppo storico sul lungo periodo e analizzando l’evoluzione delle classi sociali, senza perdere di vista il punto nodale dei rapporti di produzione.

2. Le scelte della vita

Nella massa di letture di Emilio, intanto, emergevano sempre più i grandi classici del marxismo. Studiò con passione e puntiglio le opere di Marx, Engels e Lenin, e anzi imparò la lingua russa per poter padroneggiare direttamente le fonti del pensiero rivoluzionario comunista. Il 1927 fu probabilmente l’anno della scelta definitiva che coincise temporalmente con il conseguimento della laurea in scienze agrarie all’Istituto superiore agrario di Portici con una tesi su La colonizzazione agricola ebraica in Palestina. Il 14 settembre di quell’anno scrisse infatti a Enzo di aver deciso di inserirsi «politicamente nella III Internazionale», dopo aver superato tutte le obiezioni che lui stesso e l’amico Rossi-Doria si erano finora fatte riguardo a essa.

In tempi rapidi seguirono tutte le altre decisioni di Emilio: il rifiuto esplicito del sionismo, l’adesione anche alla base filosofica del pensiero di Marx e Lenin, l’abbandono del vecchio progetto di recarsi in Palestina.

Dopo la laurea Emilio svolse il servizio di leva tra Roma e Napoli. Concluso anche questo passaggio obbligato, continuò a bruciare le tappe e nel novembre del 1928, appena ventunenne, si sposò con Xenia Silberberg, figlia di due socialisti rivoluzionari russi, Lev Silberberg (impiccato in Russia dopo la rivoluzione del 1905) e Xenia Panphilova, riparata in Italia. I due presero casa a Portici. Xenia rimase quasi subito incinta e nel 1929 nacque Lea Ottobrina, la prima delle tre figlie che Sereni ebbe da Xenia. Seguirono infatti Marina, nel 1936 e Clara, nel 1946

Intanto, nell’autunno del 1928, Emilio era diventato collaboratore del prof. Alessandro Brizi, titolare della cattedra di Economia e Rurale ed Estimo a Portici. Come borsista presso il costituendo Osservatorio di Economia Agraria per la Campania alle dipendenze dell'omonimo Istituto Nazionale ebbe la grande possibilità di farsi un’esperienza sul campo e di incontrare realtà e persone della regione. Spiegherà anni dopo che «fin da allora - così come ho considerato che un impegno scientifico non potesse andare disgiunto da un civico impegno nella lotta per la liberta - ho del pari ritenuto che ogni impegnata attività civica e politica non possa andar disgiunta da un approfondimento della ricerca scientifica; ed a tal criterio mi sono sempre sforzato di conformare la mia attività nell’uno e nell’altro campo».

3. L’adesione al Partito Comunista e il carcere

Nel novembre 1928, Emilio Sereni entrò formalmente nel Partito Comunista d’Italia, seguito mesi dopo da Giorgio Amendola e Manlio Rossi-Doria. A proposito di Amendola, Sereni vantò sempre una sorta di orgoglio personale nell’essere riuscito a strapparlo all’ambiente crociano e liberaldemocratico Tra la fine del 1929 e i primi mesi del 1930 questo gruppetto avviò contatti regolari sia con elementi operai della città, sia con il PCd’I. Impegnato a quel tempo «nell’impianto delle prime ricerche statistico-contabili in aziende agricole della Campania», agli inizi del 1930 Sereni fu inviato dal prof. Brizi a Praga presso l’Istituto di ricerche statistico-contabili diretto dal prof. Brdlik, per studiare i metodi ivi adottati. Sfruttando l’occasione di muoversi liberamente all’estero e adducendo motivi di famiglia, Mimmo si recò però anche a Parigi, dove incontrò i compagni del Centro Estero del partito e in particolare lo stesso Togliatti (Ercoli). Ciò consentì altresì l’inizio della collaborazione di Sereni con la rivista comunista «Lo Stato Operaio». Con gli articoli del 1930-1931 siamo di fronte ai primi testi pubblicati da Sereni: lo schema di analisi era ormai dichiaratamente marxista-leninista ed era sostenuto da una ricca informazione e da un’ampia serie di dati statistici e quantitativi, a loro volta inquadrati con ampie aperture storiche.

Il 16 settembre 1930 Emilio Sereni venne arrestato dalla polizia fascista. Il 28 novembre successivo il Tribunale Speciale lo condannò a dieci anni di reclusione per la ricostituzione del Partito Comunista, a cinque per l’appartenenza al partito e altri cinque per la propaganda svolta in suo favore. Operando il cumulo della pena, in base al Codice Penale di allora, la reclusione complessiva fu stabilita in 15 anni, cui si sarebbero dovuti aggiungere tre anni di vigilanza speciale da parte della Pubblica Sicurezza.

Sereni fu inviato nella casa penale di Viterbo, dove sfruttò il tempo sia per rimanere liberamente a studiare nel suo cubicolo singolo sia per stare in compagnia degli altri detenuti in stanzoni o a passeggio. Il carcere fu così utilizzato dal giovane rivoluzionario come occasione per perfezionare e ampliare i propri studi e non solo per quanto si riferiva alla storia e all’economia. Secondo quel gusto per l’erudizione che lo contraddistingueva, Sereni si buttò sulla matematica e sulle scienze statistiche, come pure sulla linguistica. Le lettere da lui scritte in quel periodo confermano i suoi studi e le sue letture: si dedicò con passione al giapponese, ma divorò pure libri di storia inglese, americana e francese; rilesse le opere di Sorel e poi Hegel, Fichte, Schelling, ma anche Gentile e poi tutto Goethe, Dante, Platone, Döblin…. A Viterbo, Sereni incontrò anche Altiero Spinelli, con il quale - se ci si deve basare sulle memorie dello stesso Spinelli - i rapporti non furono sempre facili entro il chiuso universo carcerario: peraltro verso di lui Sereni conservò sempre un atteggiamento di stima e rispetto.

Trasferito a Civitavecchia, dove erano stati concentrati tutti i detenuti politici, Sereni poté frequentare numerosi esponenti comunisti tra i quali Secchia, Scoccimarro, Terracini, Parodi, Li Causi, D’Onofrio, oltre a Spinelli e Rossi-Doria. Fu questo il periodo in cui si creò e si consolidò la fama (e anche il mito) di Sereni come persona in grado di dominare un immenso patrimonio culturale, di leggere tre libri in un giorno e persino, letto un libro, di conoscerlo già a memoria.

4. In esilio a Parigi

Liberato nel settembre 1935, grazie alle misure di

amnistia decise dal regime, Emilio decise di lasciare clandestinamente l’Italia con Xenia (che aveva assunto il nome di Marina) e con la piccola Lea. Il 2 gennaio 1936 la famigliola raggiunse Parigi, dove cercò di costruire una convivenza quotidiana meno provvisoria. Con il pieno appoggio della moglie, Sereni si buttò di nuovo nell’attività politica e organizzativa, svolgendo un’azione capillare di propaganda negli ambienti del fuoruscitismo italiano e fu pure chiamato a far parte del Comitato Centrale del PCd’I; venne anche designato rappresentante presso la direzione della Gioventù comunista dove conobbe Eugenio Curiel. Nello stesso 1936 fu nominato redattore capo di «Stato operaio». A questi lavori, già di per sé impegnativi, si aggiunse nei mesi seguenti la frenetica azione organizzativa in favore dei volontari comunisti impegnati nella guerra civile di Spagna.

Sereni cercò comunque di non trascurare del tutto la sua passione per lo studio e proprio tra 1936 e 1937 iniziò ad abbozzare un testo su Classi e lotte di classi nelle campagne italiane, che vedrà però la luce solo nel 1947 con il titolo di Capitalismo nelle campagne (1860-1900).

Un momento delicatissimo della vita di Sereni durante l’esilio parigino fu costituito dalla crisi politica e personale in cui fu coinvolto, in seguito alla campagna condotta da Giuseppe Berti con l’avallo di Mosca, basata sull’esplicita accusa al gruppo dirigente comunista italiano di non dare sufficiente rilievo all’opera di Stalin e di essere troppo debole nella lotta al trockismo. Sereni fu posto formalmente sotto accusa anche a causa della famiglia di Xenia e per i suoi rapporti con Giorgio Intelvi (Eugenio Curiel), a sua volta accusato per i rapporti mantenuti con il cugino Eugenio Colorni (che Berti riteneva trockista). In quello stesso 1937 Sereni fu ugualmente inviato per una missione in Unione Sovietica, che rischiò di finire molto male per lui: fu infatti arrestato, sottoposto a stringenti interrogatori e infine condannato a morte. L’episodio - su cui va ancora fatta piena luce - si concluse bene solo perché Sereni si sottopose all’umiliante procedura di scrivere direttamente a Stalin, autocriticandosi per la scarsa vigilanza e professandogli tutta la sua devozione.

In definitiva Xenia-Marina Silberberg Sereni fu espulsa dal partito, mentre Emilio fu estromesso dal settore illegale e messo a fare il redattore di «Stato Operaio», senza più aver ruoli all’interno della dirigenza del partito.

5. Nella Resistenza

Lo scoppio della guerra, il 1° settembre 1939, costrinse Sereni a trovare un lavoro materiale per vivere e per qualche tempo egli fu operaio tornitore in una grande fabbrica aeronautica. Al momento dell’entrata dei tedeschi a Parigi, decise di allontanarsi dalla capitale occupata e insieme al compagno Dozza si trasferì in bicicletta a Tolosa, nel sud della Francia. Con lui e con Francesco Scotti avviò l’organizzazione politica clandestina nel sud della Francia, mascherandola con un’attività ortofrutticola in una casa colonica. Dopo l’attacco nazista all’URSS (22 giugno 1941) Sereni si incontrò con Nenni e Platone a Marsiglia; una nuova riunione in autunno portò alla nascita del ‘Comitato d’azione per l’unione del popolo italiano’ con un appello per la pace, l’indipendenza e la libertà.

Dopo l’occupazione italiana della Provenza e della Savoia nel 1942, Sereni si trasferì a Nizza per organizzarvi la propaganda diretta tra i soldati italiani. Qui diede vita al giornale «La parola del soldato» e fu commissario politico dei Franc-Tireurs et partisans nelle Alpi Marittime. Il 16 giugno 1943 fu arrestato dagli italiani a Cros de Cagnes presso Nizza e sottoposto a violenze e torture, in attesa di essere trasferito in Italia con il rischio concreto della fucilazione.

La caduta del fascismo il 25 luglio 1943 cambiò solo in parte lo scenario. Sereni fu ricondotto dalle autorità militari italiane in territorio francese, a Breil, dove fu sottoposto a processo da parte del Tribunale straordinario di guerra della IV armata, processo che si concluse con la condanna a 18 anni di reclusione. Riportato in Italia, fu chiuso nel carcere di Fossano e poi in quello di Torino, questa volta direttamente sotto la custodia delle SS. Qui il rischio della fucilazione divenne ancora più concreto e in varie occasioni il nome di Sereni fu tolto all’ultimo momento dall’elenco dei detenuti destinati all’esecuzione. Finalmente i suoi compagni, con la partecipazione attiva di Xenia-Marina riuscirono a liberarlo l’8 agosto 1944. Le rocambolesche avventure di quei mesi furono poi raccontate dalla stessa Marina nel diffusissimo libro I giorni della nostra vita.

Costretto ovviamente alla clandestinità, in piena lotta resistenziale, Emilio si trasferì a Milano per mettersi a disposizione del suo partito. Qui collaborò a «L’Unità» e a «La nostra lotta». Inoltre insieme a Luigi Longo rappresentò il PCI nel Comitato di liberazione nazionale per l’Alta Italia (CLNAI) e divenne membro del Comando Generale delle Brigate Garibaldi. Il 29 marzo 1945 entrò con l’azionista Leo Valiani e con il socialista Sandro Pertini nel Comitato esecutivo insurrezionale del CLNAI, come supplente di Longo.

Giunto finalmente il giorno della Liberazione, Sereni si trattenne ancora per qualche tempo a Milano, ricoprendo la carica di presidente del CLN di Lombardia e poi della Giunta di Governo per la Lombardia. Intanto si andava appassionando alla proposta dei Consigli di gestione come strumento per il rinnovamento dei rapporti di lavoro e dell’intero sistema produttivo: anche su questi aspetti egli offerse un contributo scientifico e politico di rilievo.

6. L’immediato dopoguerra e gli incarichi di governo

Ritornato a Roma, Sereni ricoprì una prima carica istituzionale come membro della Consulta Nazionale, l’organismo inaugurato il 25 settembre 1945, in attesa della convocazione delle elezioni.

Al V Congresso del PCI (Roma, 29 dicembre 1945-5 gennaio 1946) gli fu riconosciuta l’importanza politica ormai raggiunta e fu eletto membro del Comitato Centrale e della Direzione. Subito dopo, nel febbraio 1946, fu mandato nella ‘sua’ Napoli, per assumere la carica di responsabile del PCI per il Mezzogiorno. Ebbe così modo di conoscere e seguire da vicino il giovane e promettente Giorgio Napolitano. Negli stessi mesi, questa volta con Giorgio Amendola, Sereni si fece promotore del CEIM, il Centro Economico Italiano per il Mezzogiorno, aperto a competenze e provenienze culturali diverse e che fu fondato il 6 luglio 1946.

In vista del voto del 2 giugno, Sereni fu candidato per il Collegio Unico Nazionale e fu eletto membro dell’Assemblea Costituente. In quelle settimane partecipò con intensità e passione alla campagna elettorale, scrivendo numerosi articoli sul giornale napoletano «La Voce».

In seguito alla decisione di Togliatti di abbandonare ogni carica governativa per concentrarsi sul partito (visto che il PCI non si riteneva soddisfatto dei risultati elettorali), Sereni fu indicato come uno dei ministri comunisti da inserire nel II governo guidato da De Gasperi.

Così per tutta la durata di quell’esecutivo, dal 13 luglio 1946 al 2 febbraio 1947, Emilio fu ministro dell’Assistenza post-bellica. Si trattava di un incarico piuttosto delicato, visti i tempi. Sereni si sforzò di utilizzare i fondi disponibili per l’avvio al lavoro in forme individuali e collettive di reduci e partigiani, assegnando 500 milioni a cooperative per l’acquisto di materiali ARAR, nonché per l’istituzione di centinaia di corsi di istruzione professionale. Finanziò inoltre colonie estive, mense per reduci e partigiani, ambulatori, ecc. gestiti dai Comuni, dall’ANPI e dall’UDI. L’importanza di questi settori era evidente e così non stupisce verificare che sull’operato di Sereni si accesero presto polemiche, mettendo in discussione i criteri e gli obiettivi politici scelti per la ripartizione dei fondi. Ma il problema che compromise di più i rapporti tra Sereni e De Gasperi fu quello legato all’esodo dei giuliano-dalmati e in particolare all’esodo degli abitanti di Pola, che iniziò a svolgersi massicciamente proprio nei mesi della permanenza di Sereni alla guida del Ministero all’Assistenza. Su tutto gravava l’opposta valutazione che i comunisti e i democristiani davano del nuovo regime jugoslavo di Tito e, di conseguenza, l’opposto giudizio sui reali motivi che spingevano i giuliano-dalmati a fuggire dalle loro case.

Un’indagine sulle scelte compiute dal governo italiano in quei frangenti è ancora quasi tutta da fare e quindi anche le linee direttrici dell’azione di Sereni vanno ancora illuminate. Sta di fatto che in occasione della crisi di governo seguita alla scissione socialista del gennaio 1947, De Gasperi volle dare un taglio netto e optò per la soppressione pura e semplice del Ministero all’Assistenza Postbellica.

Sereni tuttavia entrò, come ministro dei Lavori Pubblici, anche nel III governo De Gasperi, che fu l’ultimo fondato sulla collaborazione tra la DC e le sinistre (2 febbraio - 13 maggio 1947). In quel governo Emilio rappresentò più direttamente che in precedenza le istanze comuniste, con un ruolo che in seguito si sarebbe detto quasi di ‘capo-delegazione’. Di fatto, come ministro, ebbe ben poco tempo a disposizione e cercò soprattutto di varare provvedimenti per l’alloggio dei senzatetto e per l’attuazione dei piani di ricostruzione nei Comuni gravemente sinistrati.

7. Il Cominform e la Commissione Culturale

La spaccatura politica del maggio 1947 fu vissuta dai suoi protagonisti - tanto democristiani quanto socialisti e comunisti - in modo piuttosto diverso rispetto alle drammatizzazioni fattene in seguito. Per settimane ci si mosse con molta incertezza e disponibilità a sondare soluzioni diverse, anche se in De Gasperi si faceva sempre più chiara l’esigenza di chiudere definitivamente la collaborazione con le sinistre, ma alla fine il risultato fu netto e segnò tutta la storia politica della Repubblica.

Il residuo possibilismo del PCI (e di Sereni) finì del tutto con la fondazione del Cominform, l’Ufficio di Informazione dei Partiti Comunisti, avvenuta durante una conferenza svoltasi nella cittadina polacca di Szklarska Poreba, dal 22 al 27 settembre 1947. Sereni si mise in linea con le dure accuse rivolte alla conduzione politica del PCI e in seguito parlò delle «illusioni costituzionali» che avevano guidato il partito. Ora senza esitazioni egli sposava la tesi del «colpo di stato» attuato da De Gasperi, che aveva portato la DC a costituire un «governo nero», basato sulla destra e portatore di un «falso parlamentarismo». Di questo clima risentì anche la pubblicazione che Sereni stava curando in quelle settimane e che apparve da Einaudi con la data del 1948: Il Mezzogiorno all’opposizione. Dal taccuino di un Ministro in congedo.

Alle elezioni del 1948 Sereni non fu candidato in quanto il suo caso rientrava in quelli previsti dalla III norma transitoria e finale della Costituzione: aveva infatti scontato almeno cinque anni di reclusione per motivi politici. Pertanto fu senatore di diritto per la I legislatura dal 1948 al 1953. Il trauma del 18 aprile non intaccò comunque la volontà battagliera di Sereni, che dopo la sconfitta non si stancava di ripetere a Giorgio Napolitano: «Adesso comincia un periodo di quelli che a me piacciono».

Al Senato fu particolarmente attivo, anche se la cronologia dei suoi interventi appare condizionata dal dramma familiare che stava intanto vivendo, con la malattia e la morte di Xenia-Marina. Egli parlò tra l’altro sull’attentato a Togliatti e sulla politica estera (Patto Atlantico, partigiani della pace, bilancio degli Esteri, legge truffa) e presentò con altri colleghi una proposta di legge per l’assistenza sanitaria gratuita ai non abbienti.

Dopo la sconfitta del 18 aprile, tuttavia, Sereni dedicò le sue energie soprattutto al lavoro nel partito. Infatti dopo il VI congresso del PCI del gennaio 1948 e in seguito alla decisione della direzione del 21 gennaio 1948 era stata costituita una specifica Commissione Culturale del PCI, che Sereni fu chiamato a guidare, con il compito di radunare e di orientare gli intellettuali e gli artisti italiani.

La sua linea fu un diretto riflesso del clima di guerra fredda, che proprio dopo il 1947, aveva raggiunto i suoi toni più aspri. Sereni incarnò con il suo consueto rigore e con la disciplina che sapeva ben accettare (come aveva mostrato nei delicatissimi passaggi del 1937-1938) la linea direttamente dettata da Mosca. Egli esaltò la figura di Andrej Ždanov - braccio destro di Stalin nel campo culturale - e di lui sottolineò la concezione che «la cultura non è qualcosa di separato dalla vita e dalla lotta, è qualcosa che importa per la vita e per la lotta», per cui bisognava realizzare «una totalità di vita e di lotta». Fu così che in quella fase Sereni assunse posizioni rigidissime in tema di ideologia e di cultura, difendendo perfino tesi come quelle pseudoscientifiche di Lysenko in materia di ereditarietà. Anche Giorgio Napolitano ha ricordato nel suo libro Dal PCI al socialismo europeo quelle scelte tanto discutibili, che testimoni e storici hanno duramente criticato. Va comunque riconosciuto a Sereni di aver colto l’importanza di un lavoro culturale tra le masse, tanto che è stato definito «il primo vero organizzatore culturale del PCI» (Stephen Gundle).

Nel 1951, dopo il VII Congresso, Togliatti - intenzionato a riprendere bene in mano il partito e la sua politica culturale - volle portare Carlo Salinari alla guida della Commissione culturale del PCI, intendendo con ciò anche distanziarsi dall’eccessiva rigidezza di Sereni.

8. La «lotta per la pace»

Intanto si era aperto un altro campo di impegno per l’attivissimo Sereni. Dopo il Convegno degli intellettuali per la pace di Wrocław (Breslavia, 25-28 agosto 1948) e dopo il Congresso mondiale per la pace (Parigi 20-24 aprile 1949), si era sviluppato in Italia, come in tanti altri paesi europei, il movimento dei Partigiani della Pace. Esso rispondeva alle parole d’ordine lanciate dal Cominform e all’interesse dell’Unione Sovietica di rallentare il più possibile il processo organizzativo politico-militare del blocco occidentale. Al tempo stesso però coglieva nel segno allorché chiamava a raccolta contro i rischi di un nuovo conflitto mondiale e portava in mezzo alle masse le parole d’ordine del bando della bomba atomica e di un ‘patto di pace’ tra le superpotenze. In Italia il movimento esordì di fatto nel 1949 con la mobilitazione per la raccolta di firme contro la ratifica del Patto Atlantico, coinvolgendo artisti, intellettuali e politici - oltre a tantissimi militanti - e avviando faticosamente un dialogo con esponenti pacifisti del mondo cattolico come don Primo Mazzolari e Igino Giordani.

A partire dunque dal 1949 Sereni si impegnò sempre di più per radicare i Partigiani della Pace nel nostro paese: fece parte degli organismi mondiali del movimento e allacciò rapporti con personalità del mondo intero (tra cui lo scienziato Joliot-Curie, artisti come Picasso e Neruda…), presentò relazioni e programmi d’azione alla direzione del PCI, partecipò a una miriade di iniziative in tutta Italia. Anche in questo egli mise tutta la passione di cui era capace, tanto che Secchia - in una riunione di direzione del 1950 - ebbe a dirgli bruscamente «che quando tu, Sereni, parli di questo lavoro sembra che tutto il resto debba scomparire».

Dopo il Congresso dei Popoli per la Pace (Vienna, dicembre 1952) e l’Assemblea mondiale delle forze pacifiche (Helsinki, 22-29 giugno 1955), il movimento dei Partigiani della Pace andò gradualmente a spegnersi. Il fatto è che erano finiti anche gli anni più duri della guerra fredda, specie dopo la morte di Stalin nel 1953 e bisognava semmai trovare strumenti nuovi d’azione. Sereni si accinse così a cambiare attività, lasciando a Velio Spano il compito di proseguire con le iniziative per la pace. Dopo il 1955 e quindi dopo Helsinki smise di occuparsi dei problemi di politica estera e si concentrò su quelli dell’agricoltura e sui problemi del mondo contadino, tornando per così dire ai suoi interessi originali. Nel 1953, intanto, egli era ritornato al Senato, questa volta eletto nel collegio di Torre del Greco. In quel periodo mutò radicalmente anche la vita privata di Emilio. Dal 1950 infatti la moglie era entrata nel tunnel senza uscita della malattia e a nulla valsero le cure dei medici italiani, poi di quelli sovietici e infine di quelli svizzeri. Marina morì a Losanna il 27 gennaio 1952. Dopo la sua morte il partito fece pubblicare e diffondere un suo libretto di memorie, I giorni della nostra vita, che insieme a I miei sette figli di Alcide Cervi (e Renato Nicolai) costituì un enorme successo editoriale. Nel 1953 Emilio Sereni sposò in seconde nozze Silvana Pecori da cui ebbe altre due figlie, Anna e Marta.

9. Ritorno alla campagna

Dalla metà degli anni Cinquanta, dunque, Sereni si concentrò sui problemi della situazione delle campagne, della riforma agraria, delle lotte contadine e lo fece muovendosi, come di consueto, in più direzioni.

Anzitutto svolse la sua funzione di parlamentare. Rieletto al Senato nel 1958, passò invece alla Camera in occasione delle elezioni del 1963, candidato nel collegio di Napoli. In questa III legislatura fu vicepresidente della Commissione Agricoltura e foreste. Dal 1968 al 1973 visse infine la sua ultima legislatura, sempre come deputato eletto questa volta nel collegio di Siena. I suoi interventi parlamentari non furono moltissimi, ma si caratterizzarono proprio per l’attenzione ai problemi delle campagne: si spese tra l’altro in favore dell’aumento delle pensioni ai coltivatori diretti, coloni e mezzadri, o per l’elevazione dei trattamenti minimi di pensione e il riordinamento delle norme in materia di previdenza; intervenne sul Fondo di solidarietà nazionale contro le calamità naturali e le avversità atmosferiche; oppure sulla corresponsione di assegno di parto alle coltivatrici dirette o ancora sulle norme in materia di famiglia coltivatrice diretta. Propose l’esenzione dal pagamento, a favore dei coltivatori diretti, dell’imposta e sovraimposte fondiarie e dell'imposta sul reddito agrario.

Parallelamente, su decisione della direzione del PCI del 4 agosto 1955, Sereni assunse la presidenza della Alleanza Nazionale dei Contadini, posto che era rimasto vacante dopo la morte di Ruggero Grieco il 23 luglio precedente. Confermato presidente nel 1962, restò in carica fino al ’69. Le linee del suo impegno e delle sua valutazioni furono espressi in molteplici interventi tra cui i volumi Vecchio e nuovo nelle campagne e Due linee di politica agraria, dopo la Conferenza nazionale dell’agricoltura e del mondo rurale del 1961. Qui denunciava con forza il processo di concentrazione monopolistica in atto nelle campagne italiane.

Ma, al di là delle responsabilità dirette, Sereni sfruttò l’occasione per ritornare a uno studio sistematico, sfruttando l’immenso patrimonio di schede, appunti, ritagli, fotografie da lui costruito e alimentato nel corso degli anni a integrazione della sua ricchissima biblioteca. Tutto questo materiale è adesso custodito e consultabile presso l’Istituto Alcide Cervi, in una nuova sede costruita presso la vecchia casa della famiglia Cervi a Gattatico (Reggio Emilia).

Per la verità, già negli anni dell’impegno di governo e della guerra fredda Sereni non aveva mai dismesso i panni dello studioso, pubblicando lavori come Popolo e poesia di popolo in Italia attorno al ’48. Questo studio denotava già l’ampliamento costante degli orizzonti dell’analisi di Sereni, volto sempre più a comprendere non solo i mutamenti strutturali e i rapporti di classe e produzione nelle campagne, ma anche le tecniche produttive, le mentalità, i costumi, le consuetudini - la cultura, dunque - dei contadini. Nel corso degli anni ’50 approdò pertanto all’esame del pensiero agronomico italiano, ma ancor più allo studio del folklore e dell’alimentazione, per esempio con le Note di storia dell’alimentazione nel Mezzogiorno: i napoletani da “mangiafoglie” a “mangiamaccheroni” (1958) o con le Note sui canti tradizionali del popolo umbro (1959). Sereni era costretto così a ricercare e utilizzare materiali e fonti del tutto inedite, contribuendo a un sistematico aggiornamento di tipo metodologico. Di ciò era lucidamente consapevole, come emerge dal curriculum da lui presentato per ottenere la libera docenza in Storia dell’agricoltura nel 1960. In questo contesto egli pubblicò anche alcuni dei suoi testi più celebri come Comunità rurali nell’Italia antica (1955) e soprattutto la notissima Storia del paesaggio agrario italiano (scritto già nello stesso 1955, ma pubblicato nel 1961), una sorta di affresco dall’età antica all’età contemporanea, rafforzato dal sistematico ricorso al contributo artistico e iconografico.

Molti altri studi o abbozzi di studi compiuti in quegli anni rimasero inediti e sono stati via via pubblicati dopo la sua morte, come quelli raccolti in Terra nuova e buoi rossi, e altri scritti per una storia dell’agricoltura europea (1981).

10. Gli ultimi anni

Già dopo il 1956 e ancor più nel corso degli anni Sessanta Sereni cominciò però a trovarsi sempre più solitario e controcorrente nella politica italiana e nel suo stesso partito. Il suo legame con Mosca risultava ancora forte, anche perché egli continuava a vedere nell’Unione Sovietica un «punto fermo su cui tutto il mondo può fare assegnamento per la salvezza della pace mondiale», precisando che con quel paese i comunisti italiani avevano un legame che «prima ancora di essere politico, [era] un legame umano, di classe, sentimentale, storico». Nell’estate del 1962 partecipò alla conferenza che si svolse a Mosca sui «Principali problemi di sviluppo del capitalismo oggi» e lì presentò una relazione sul Capitalismo monopolistico di Stato oggi. Due anni dopo tornò nella capitale russa con Enrico Berlinguer e Paolo Bufalini per comprendere i motivi della improvvisa destituzione di Nikita Hruščëv.

La sua rigidezza ideologica gli procurò grandi amarezze nel 1967, al momento della guerra dei Sei Giorni tra Israele e gli stati arabi. In quella circostanza egli accettò - con la consueta disciplina - la posizione dell’URSS e del PCI, ormai decisamente vicina alla linea dell’Egitto e della Siria e alquanto critica verso la politica di Israele. Ciò dipendeva anche dall’analisi della situazione internazionale che i comunisti facevano, proprio mentre si era nel pieno della guerra in Vietnam e a ridosso del colpo di stato dei colonnelli greci avvenuto nell’aprile precedente. Il PCI e Sereni vedevano dunque nei paesi arabi degli alfieri progressisti e antimperialisti, da sostenere con decisione in quel contesto tanto difficile che a loro avviso era caratterizzato dall’aggressività dell’imperialismo americano. La dura critica condotta pubblicamente contro Israele provocò le reazioni della comunità ebraica italiana contro Sereni, additato addirittura come traditore rispetto alla sua stessa origine. Da allora Sereni si chiuse sempre più in un silenzio che fu personale e politico, tanto che la figlia Clara ha parlato di «un dolore che dilagava, una solitudine feroce».

Nell’ultimo decennio della sua vita Sereni intervenne peraltro ancora tramite diversi interventi sulla rivista «Critica Marxista», di cui fu direttore dal 1966. Qui pubblicò riflessioni significative di carattere ideologico, ma pure sulla citata guerra del 1967 (Problemi della lotta per la coesistenza pacifica), sul significato storico e politico della Rivoluzione d’ottobre, sulla contestazione giovanile del Sessantotto, l’invasione sovietica della Cecoslovacchia, l’evoluzione della politica in Cina.

I suoi ultimi sforzi furono tuttavia ancora sul piano della ricerca scientifica e storiografica. Tra l’altro nel 1972 apparve il suo saggio Agricoltura e mondo rurale nel volume dedicato a I caratteri originali della Storia d’Italia edita da Einaudi. Ma più ancora egli fu l’artefice e il promotore della nascita dell’Istituto «Alcide Cervi» per la storia del movimento contadino e dell’agricoltura, dell’antifascismo e della Resistenza nelle campagne. Nel corso delle manifestazioni per il trentennale della Resistenza, infatti, egli presiedette il I congresso di storia del movimento contadino, tenutosi a Reggio Emilia nel gennaio 1975. All’Istituto - come già detto - affidò la sua biblioteca e la sua massa di schede e appunti, collocati allora nella sede romana inaugurata nel 1976.

Emilio Sereni morì a Roma il 20 marzo 1977.

fonte: http://www.fratellicervi.it/content/view/59/83/
Emilio Sereni
Emilio SereniI napoletani. Da mangiafoglia a mangiamaccheroni Note di storia dell'alimentazione nel Mezzogiornointroduzione di Vittorio Dinipp. 112 € 6.288-8234-095-3 Con gli strumenti propri di un grande storico dell’agricoltura, Emilio Sereni ci fa navigare tra testi letterari e documentazione scientifica, guidandoci nella ricostruzione delle abitudini e dei gusti alimentari dei napoletani, in modo da offrirci un concreto e magistrale esempio di storia sociale dell’alimentazione. Ma non solo. Ci fornisce anche l’acuta interpretazione di un passaggio fondamentale nella storia e nella costruzione di un aspetto determinante dello stereotipo del napoletano, tuttora vivo nel cinema, nella letteratura e persino nella pubblicità: quello del napoletano come “mangiamaccheroni”.

Emilio Sereni (1907-1977) storico e dirigente comunista, autore di saggi di politica agraria, di storia dell’agricoltura e del capitalismo italiani (Il capitalismo nelle campagne 1860-1900, 1947; Comunità rurali nell’Italia antica, 1955; Storia del paesaggio agrario, 1961; Agricoltura e mondo rurale, 1977).
Argo Editrice nasce a Lecce, nella demartiniana “terra del rimorso”, nel 1992, quando si fa netta la consapevolezza che la “periferia infinita” di uno dei sud del mondo tornava ad essere un brulicante crocevia di popoli e di culture. In un’antica terra di “migranti”, l’ansia di rimuovere macerie di muri decrepiti, fa riscoprire “la gioia di partire alla ricerca dell’altro”: era evidentemente giunto il momento di riprendere il mare.
Nasceva così, su un fondale di confusa globalizzazione, “Il pianeta scritto”, la prima collana di Argo, con il progetto di far conoscere al pubblico italiano la letteratura e la storia di popoli solitamente emarginati dal tronfio eurocentrismo dominante: i “vicini-remoti” d’oltre-Adriatico, ma in genere le varie genti dei Balcani, i maghrebini, dall’“altra” riva del Mediterraneo, e ancora gli armeni, i kurdi, i senza patria di sempre.
Argo però non navigava a vista: la sua bussola erano (e sono) le correnti di pensiero d’indirizzo antropologico che, nel secolo appena trascorso, hanno riformulato i termini stessi delle discipline umane.
Questo spiega la centralità occupata nel catalogo dall’opera di Ernesto de Martino: la pubblicazione degli inediti del grande etnologo napoletano è un segnale e al tempo stesso una scelta di politica culturale irrinunciabile per una casa editrice che non intende abdicare alla propria “meridionalità”.
Da questa fondamentale scelta di campo discende la creazione di collane come “Mnemosyne. Antropologia e storia del sud”, “Nuova Mnemosyne”, “A sud del Novecento”, “Biblioteca di Antropologia medica”.
Ma se procura grande gioia fare l’ingresso in “porti prima sconosciuti”, non è meno bello ripercorrere terre già note, vedendole però con l'occhio scaltrito dalla lunga navigazione: in questa direzione vanno le avventure culturali del “Vello d’oro” e della “Biblioteca barocca”. La collana di antichistica, infatti, se va alla paziente ricerca di tesori nascosti nel mondo del passato, lo fa soprattutto per documentare aspetti insoliti eppur rilevanti della civiltà antica, vista proprio nella sua concretezza antropologica, e “Biblioteca barocca”, svincolata da oziose dispute nominalistiche su un secolo vitalissimo e contraddittorio, si preoccupa essenzialmente di portare alla luce i dati, non solo letterarii, che fanno del Seicento un autentico seminario della modernità.

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