Lirio
Abbate ci rammenta che un tempo, in Sicilia, politici, procure, preti e
popolino negavano l’esistenza della mafia (Anno
Uno – La7, 4.12.2014). Negarne l’esistenza
sarà stato senza dubbio farle un favore, ma questo accadeva intenzionalmente? In
qualche caso, sì, d’altronde a negarne l’esistenza erano innanzitutto padrini e
picciotti, tuttavia non è difficile immaginare cosa spingesse tanti a definirla
un’invenzione letteraria: la mafia in Sicilia era un sistema che in parte si
sovrapponeva allo stato e in parte lo vicariava, sicché riconoscerla come
entità criminale avrebbe assunto di fatto una valenza eversiva. Accadeva, così,
che chiunque cadesse vittima della mafia, quando non potesse esser dato morto
ammazzato per questioni di corna, fosse considerato, ancorché tacitamente, uno
che non sapesse stare al mondo: era morto per questioni esistenziali, per non
aver voluto accettare la realtà per quello che non c’era altro modo di
immaginare potesse essere. Rigettare le regole di una società che la mafia
aveva costruito per secoli a sua misura era un torto imperdonabile, ben oltre l’essere
d’intralcio agli affari di Cosa Nostra: era un mettere in discussione la stessa
idea di potere, così come venutasi a costruire nell’intreccio tra stato e
mafia. Si negava l’esistenza della mafia per negare quell’intreccio, e a
negarlo erano sia quelli che consentivano vi fosse, sia quelli che non lo
vedevano perché del potere avevano un’idea sostanzialmente analoga a quella
mafiosa, quella della violenza istituzionalizzata, del diritto degradato a
favore, del privilegio esaltato a diritto, del cittadino corrotto a cliente o a
famiglio, dell’amministratore come feudatario.
Ci
sono voluti decenni, e molti morti per disagio esistenziale, ma che la mafia
sia esistita e ancora esista lo sappiamo, e sappiamo come vive, come pensa,
come agisce. Dopo aver sventato la tentazione di concepirla come entità
metafisica, sappiamo come nasce, come cresce e come si riproduce. Dopo averla
vista all’opera, e dopo alcuni tragici travisamenti della sua più intima natura,
sappiamo cosa le dia forza e cosa gliela tolga. Con ciò è venuta a costruirsi,
indagine dopo indagine, processo dopo processo, una vera e propria scienza
delle cose mafiose. Fallibile come ogni scienza, ovviamente, e come ogni
scienza in grado di correggere i propri errori.
Non
più connaturata alla sicilianità, come si voleva col confondere storia e
destino. Né più questione di teodicea, come si voleva col ritenerla
trascendente nel vederne gli stampi fuori dalla Sicilia. Patologia sociale, con
tanto di etiogenesi e patogenesi, con terapie assai valide, se correttamente
applicate, e a partire da una diagnosi accurata, possibilmente precoce, senza
dimenticare l’indispensabile ruolo della prevenzione e della profilassi. Lavoro
duro, ma almeno sembrano finiti i tempi in cui la peste sembrava dovuta alla
congiunzione di Giove con Saturno. Abbiamo perfino qualche vaccino. Superfluo
dire che la lotta durerà ancora a lungo, ma che a farcela perdere può essere
solo il non vedere la mafia dov’è, sottovalutarne il pericolo, lasciare che la
papula diventi bubbone.
In tal senso occorre denunciare come pericolo pubblico
chi si spende nel liquidare come inutile allarmismo il solerte intervento su un
focolaio. Non sarà untore, ma al pari dei politici, delle procure, dei preti e del
popolino che decenni fa in Sicilia negavano l’esistenza della mafia – de facto –
lavora perché la peste diventi endemica. «Secondo
me – dice – questa storia della
cupola mafiosa a Roma è una bufala… Forse tutto questo è abbastanza per una delle
solite retate nel mondo del delitto, ma non è un po’ poco per definire il
contenuto di un patto mafioso corruttivo nella capitale del paese?... Niente è
più credibile a Roma, città estranea antropologicamente a tutti quelli che ora
indagano su di essa, di una rete di piccola e media criminalità che si avvale
di complicità dei bassifondi politici o di alcuni pesci piccoli che vi nuotano.
Ma è allo stato delle cose totalmente incredibile la surrealtà di una cupola mafiosa,
sia pure in forma originale, che si sia impossessata della città per realizzare
fini di guida e orientamento politico della sua vita amministrativa nei modi e
nelle forme che sono suggeriti dal linguaggio delle intercettazioni e dalla sua
elaborazione nelle notizie relative all’inchiesta... Quella che vi stanno dando
non è informazione su un’associazione delinquenziale ma una coglionatura
ideologica per creduloni. » (Il Foglio,
4.12.1204).
È il fisiologico rosicchiar di topi dove c’è formaggio, insomma, e
si tratta di topi che ruggiscono come leoni, ma topi restano, e chi gli corre
appresso è un esaltato con la fissa dei safari. Er Cecato avrà un avvocato, ma
pure la cecataggine ne ha uno. Sì, il morto ha un sasso in bocca, ma era un fimminaro e l’avrà fatto fuori un marito
cornuto.
