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Fantasmi

Da Marcoscataglini
C'è stato un periodo, a cavallo tra il "secolo delle grandi aspettative" (il XIX) e il "secolo breve" (il XX), in cui i fotografi si dedicavano (tra le altre cose) a fotografare fantasmi. Si trattava di trucchi da due soldi, visti con gli occhi di oggi, semplici doppie esposizioni che permettevano di sovraimporre al soggetto ripreso (e pagante), e a sua insaputa, un'altra immagine trasparente, magari agghindata in modo fantasmatico e debitamente inquietante. All'epoca la gente ci cascava senza tante storie.
Fantasmi
E' la cosiddetta "Spirit Photography" che fece la fortuna di molti e in fondo consolò molti altri, visto che permetteva a chi aveva subito dolorose perdite (specialmente durante il periodo della Grande Guerra) di rimanere idealmente in contatto con l'anima del defunto. Niente sembra reale come l'illusione, e niente sembra reale come una fotografia, soprattutto. Da allora di tempo, e di tecnologia, ne è passata sotto i ponti, ma in fondo mi chiedo a volte se noi fotografi (a prescindere dal genere di immagini che produciamo) non abbiamo continuato a riprendere altro che fantasmi. Macerie, testimonianze di cose che non esistono più, esuvie prive di ogni realtà.
Fantasmi
Mi chiedo anche, e spesso, se non sia questo il vero ruolo della fotografia. Consolare, piuttosto che testimoniare, o peggio rivelare. Se noi riflettiamo su ciò che è davvero il tempo, una sorta di macchina tritatutto, simile a quelle che a volte si vedono sulle strade che tolgono l'asfalto vecchio trasformandolo in graniglia, ci potremo rendere conto che l'attimo, anche quando lo fermiamo perché è così bello - per dirla col Faust di Goethe - è pur sempre la trasformazione di una realtà viva in un fantasma, in qualcosa che è esistito e più non esiste, e di cui resta traccia grazie a un artificio tecnologico. Ancor più immateriale oggi che il digitale impera, e non ci sono più "veri" granuli d'argento, ma semplici bit elettronici. 
Più che fotografi, Ghostbusters, direi...

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