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Fenoglio: una Cortese Questione di Cuore

Creato il 15 giugno 2012 da Dietrolequinte @DlqMagazine
Postato il giugno 15, 2012 | LETTERATURA | Autore: Manuela Marascio

Fenoglio: una Cortese Questione di CuoreIl mio respiro, sempre più corto, si mescola ai polmoni affaticati di Milton, quando arrivo all’ultima, fatale parola che segna il culmine di una storia di passione breve, eppure lunghissima, che solo la giovinezza può esperire. La sua corsa disperata verso l’amore, e lontano dalla morte, si ribalta, per assumere la sinistra fisionomia di un suicidio privativo, ma essenziale, una rinuncia alla dolcezza dei ricordi per andare incontro all’annullamento di quella parte di sé che non può sussistere senza di Lei. Solo un visionario come Calvino poteva paragonare Una questione privata (letta nell’edizione Einaudi 2006) all’Orlando furioso, per la medesima “geometrica tensione” in cui si sviluppano intrecci all’insegna di follia amorosa e inseguimenti cavallereschi. Geniale. Ma la genialità, che merita tutto la mia ammirazione, risiede, soprattutto, nella penna tenera e sanguigna di un combattente scrittore come Beppe Fenoglio, e nella sua duplice prova di coraggio: prima, sul campo della Resistenza, poi, su quello altrettanto minaccioso della pagina bianca. Sì, perché lo scrittore piemontese, rispetto alle riflessioni concettose sul senso dell’esistere tanto elaborate dal conterraneo Pavese o da Vittorini, riversa sul foglio una composizione di memorie degne di essere raccontate, memorie di un vissuto autentico, restie a staccarsi dalla mente di un ex studente universitario buttato, da un giorno all’altro, in mezzo alla barbarie della guerra civile. E, nelle sue opere meno estese, il bello – non riesco a trovare un aggettivo meno banale, anche se appropriatissimo – risiede proprio in quell’alone di nostalgia sospesa sopra l’incompiutezza, come se, plasmando personaggi con l’inchiostro di poche righe, volesse sviscerare in pillole la propria esperienza militante senza ricadere completamente nel passato. E, qui, Milton appare in tutta quella spontaneità, non più fanciullesca, ma non ancora adulta, che potrebbe identificare qualsiasi altro ragazzo protagonista di molti racconti partigiani. Fenoglio sembra particolarmente affezionato all’immagine candida del giovane liberatore della patria, che lotta per conservare la propria purezza nonostante le macchie di sangue e fango fin dentro l’anima. Anche Milton è un ragazzo che la guerra ha strappato troppo presto al tempo della spensieratezza, e sarà proprio la commistione di puerile impulsività e maturo spirito intraprendente a spingerlo verso un’impossibile ricerca della verità.

Fenoglio: una Cortese Questione di Cuore

Il primo amore, Fulvia, continua a risplendere nel suo cielo interiore, una singolare donna-angelo con trecce di bambina; i ricordi sono così fervidi da confondersi con il piano della narrazione, mentre una canzone proveniente dall’oltreoceano, Somewhere Over the Rainbow, fa da colonna sonora al flusso di coscienza. L’odio accumulato durante le lotte, quell’odio che l’ha portato a scappare e inseguire, piangere e ridere, uccidere e veder uccidere, non ha mutato un sentimento così semplice e doloroso; la bruciante gelosia verso colui che potrebbe avergli sottratto l’amore, genera delle fisiologiche reazioni a catena, che vanno dal bisogno impellente di rivedere gli occhi di Fulvia, alla bramosia di toccare con mano il motivo della propria disperazione. Una tenerezza commovente ci induce all’empatia più solidale, e vorremmo quasi abbracciare questo ragazzino magro che fatica ad addormentarsi a causa dei troppi pensieri: «C’era di mezzo la più lunga notte della sua vita. Ma domani avrebbe saputo. Non poteva più vivere senza sapere e, soprattutto, non poteva morire senza sapere, in un’epoca in cui i ragazzi come lui erano chiamati più a morire che a vivere». Milton non riesce ad accettare il presente, si ostina a tenere in vita il passato, e, di conseguenza, non potrà mai avere un futuro: amore e giovinezza diventano la sintesi di una vita, che, necessariamente, si esaurisce nella durata di una stagione. Il fascista rappresenta un’entità nemica di minore importanza rispetto al rivale, Giorgio il bello. Piano della storia e piano individuale, che procedevano in parallelo, si biforcano nel momento in cui Milton decide di costruirsi la rovina con le proprie mani, contemplando come unico obiettivo il compagno traditore: perde senso il contesto della lotta collettiva, tutto viene sacrificato in nome del bene superiore, la riconquista di Fulvia. Non si arriva alla follia di Orlando, forse, ma nemmeno a un’incontenibile menis achillea. Avulsa dalle contingenze della Resistenza, la vicenda avrebbe le sembianze di un quotidiano regolamento di conti tra rivali; ma quella violenta tensione di impulsi opposti, eros e thanatos, amore e morte, mi fa riflettere sul profondo valore che quei ragazzi coraggiosi davano alla vita, anche se di breve durata. E non vorrei esagerare dicendo che Fenoglio ha condensato, in questo romanzo, tutto ciò che manca a molte delle odierne storie d’amore: odio, odio vero, ribollio tangibile di sangue, fatica stremante, e, soprattutto, la rinuncia a tutto come dono sacrificale per la persona amata. Del resto, mi basta leggere una frase a caso estratta da un libro di Fabio Volo, per rendermi conto dell’aria fritta che, ahimé, ci tocca respirare: «L’amore per sé è il ponte necessario per arrivare all’altro». Per un uomo in preda alla crisi di mezza età, sicuramente; ma sono certa che un qualsiasi giovane alter ego di Fenoglio non avrebbe esitato un istante a raggiungere la disaffezione di sé per vivere, un ultimo istante, del pensiero della donna amata: «Fulvia, non dovevi farmi questo […] Tu non devi sapere niente, solo che ti amo. Io invece debbo sapere, solo se io ho la tua anima […] Lo sai che se cesso di pensarti, tu muori istantaneamente? Ma non temere, io non cesserò mai di pensarti». È il neoplatonismo più diretto e spontaneo, l’immagine da brivido dell’amante-ladro che ruba l’animo all’amata, la quale continua a vivere nella sua mente. Un unico amore per tutta la vita, un unico amore che è la vita stessa.



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