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Georgia O’Keefe – Grey Blue and Black Pink Circle

Creato il 15 marzo 2012 da Zirconet @zirconet

Non tanto tempo fa, in un’inaspettata disquisizione culturale, mi è stato detto che Georgia è un’artista di nicchia. L’abile retore con il quale stavo discorrendo mi giustificò la sua affermazione con la scusa (neanche tanto inventata) che noi Europei facciamo fatica ad accettare come artisti i colleghi d’Oltreoceano. Io, che non possiedo grandi doti dialettiche, ma che fatico a starmene zitta, gli ho detto, senza mezzi termini, che secondo me non la conosceva soltanto perché la Georgia non è un Giorgio, perché, d’altronde, quest’artista è stata ospitata in mostra da ottobre a gennaio a Palazzo Cipolla grazie alla Fondazione Roma. Mi spiegherò meglio, molta gente fa meno fatica a ricordarsi la farfallina di Belen Rodriguez piuttosto che in che cosa sia laureata Rita Levi Montalcini o, artisticamente parlando, che Rosalba Carriera non ha niente da invidiare a Giambattista Tiepolo. Non aprirò parentesi, ma per questo mese di marzo voglio celebrare la donna che non ha bisogno di ometti oliati come se fossero polli pronti da infornare per sentirsi tale e stare bene con sé stessa. 

Georgia O’Keefe(Sun Prairie, 1887 – Santa Fé, 1986), la Signora degli Iris e delle Petunie: non èRitratto (foto di A. Steiglitz) difficile capire chi fosse dati i ritratti fotografici che le fece suo marito, il famoso fotografo Alfred Steiglitz. Magra, ossuta ma non malata, intrinsecamente sensuale, l’eccellenza dell’American beauty, della donna libera e fatale. Contrariamente a quanto si può leggere in giro per il web, non soffriva “di nervi”, piuttosto di emicrania cronica e, forse anche per questo, non aveva un carattere facile ( era nevrotica, inquieta, emotiva: un cavallo pazzo), tuttavia apprezzava le cose semplici e diceva che era l’interesse a muoverle la vita poiché la felicità era troppo effimera per esserlo. Per tutta la vita negò che l’influsso di suo marito fu basilare nel suo sviluppo artistico, sebbene, non solo si conobbero ad un vernissage, ma fu proprio lo Steiglitz ad inserirla nell’American Artists Society. Tra l’altro, dato che è noto che due artisti non possono condividere lo stesso tetto come due cuori e una capanna, fu proprio suo marito a fare in modo che la critica interpretasse la sua opera in una chiave direzionata solo verso all’esibizione sessuale (questo vendeva di più, anche a i tempi). In verità, lei voleva far passare solo un’arte fortemente espressiva che, con il suo potere, voleva anche, ma non solo, includere una sessualità pura.

Georgia O’Keefe – Grey Blue and Black Pink Circle

1929 - 92x122 cm ca. - olio su tela - Museum of Art (Dallas)

Il volersi riallacciare all’arte giapponese e all’astrattismo spirituale di stampo kandiskijano non passa inosservato, sebbene l’OK’s Style lo reinterpreti. In una maniera del tutto femminile, viene unita la figurazione (è chiaramente intuibili che i soggetti sono dei fiori) all’astrazione (perché i fiori vengono trasfigurati e, così, diventano simboli di qualcosa di più grande). Ciò che rende possibile questo dualismo è il nuovo punto di vista: i fiori vengono rappresentati macroscopicamte, creando un’atmosfera surreale di panteismo intensificato.

Questa tela arriva al culmine della ricerca che la O’Keefe compie per realizzare la serie floreale newyorchese che la rese famosa, la sua firma. i pistilli, al centro della composizione, richiamano i copricapi dei ballerini tribali (lei amava i popoli selvaggi, specie questi Hopi Kachina, e , in questo, ricorda P. Gauguin). L’esplosione di colore che abbraccia l’intera scena suggerisce il movimento frenetico della cerimonia speculare al ritmo dell’Universo. L’artista, sebbene non ne fosse un membro, ammirava gli ideali del gruppo degli American Trascendental Painters per iquali era importante e necessario rappresentare l’energia positiva ecostruttiva della natura. In particolare, in questo quadro, viene catturata l’essenza della febbrile danza tribale che culmina in una specie di vortice di luce e colori. Cromaticamente, la rappresentazione è d’impatto. forte ed incisiva, nonostante la trasparenza luminosa. i colori sono netti ed intensi e, tra tutti, spicca il blu dell’indistruttibile, l’acciaio inox della tavolozza, quello che resta dopo la tempesta. Le forme arrotondate e colorate con u colori dell’arcobaleno sembrano un collage di colori pastello o vivaci dove solo i pistilli ricordano la forma di un fiore. e’ un vortice, un’immagine caleidoscopica, lirica nella sua armonia. La pittrice sosteneva di odiare i fiori, ma che li rappresentava visto che erano più economici e meno moventi delle modelle. può essere, ma è certo che la O’Keefe rivoluzionò la tradizione della pittura floreale. avevamo visto le nature morte del Cinquecento, nate con Caravaggio e perfezionate dai fiamminghi, ferme e dettagliate, la magia degli stagni di ninfee di monet, però mai fiori giganti e sensuali poichè parte della natura. Georgia vuol dire che non è la Natura ad essere grande, ma la Donna, essere del tutto privilegiato a priori: non serve smanare per farlo capire, è già una verità di fatto!

Georgia O’Keefe – Grey Blue and Black Pink Circle

Blue Flowers - 1918

Questa intepretazione (detta in poche parole: i fiori sono metafore di vagine), più volte negata dall’artista come fine a sé stessa,più palese in alcune opere rispetto ad altre, è, per me, un tributo all’Origine du Monde di Courbet. Tuttavia, in questo caso, è una donna a parlare di sessualità ed emancipazione (una che s’era potrata a casa quel Marcantonio dello Steig sapeva bene cosa voleva dire essere una donna, lasciatemelo dire). In particolare, la pittrice era molto legata al fiore dell’Iris: fiore lungo e trilobato simbolo di fiducia, promessa e longevità…che fanno pensare proprio al ventre femminile. Tra l’altro, i Navajo utilizzavano l’iris come analgesico: Georgia visse molti anni nel Messico e può darsi che avesse provato anche questo contro le crisi emicraniche. Perciò, colei che venne definita la regina dei fiori, con le corolle a tutta tela, con gli steli sinuosi e i petali increspati, fiori o “fiori” che siano, sta dicendo che essere donne è già bello, perché perdersi nel volgare? Perché lasciare che siano i maschi a vincere?

Dicono che le donne non possono essere grandi pittrici. Io non l’ho mai pensato. Io dipingevo e basta – Georgia O’Keefe

Buona Primavera a tutte le Cittadine Imperfette!


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