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Germania

Creato il 24 maggio 2012 da Rosebudgiornalismo @RosebudGiornali

Germaniadi Daniela Manca. “L’ho già sentita questa storia” gli soffio in faccia, sporgendomi sopra il tavolino ingombro di bottiglie e bicchieri, che traballa pericolosamente.

“Sei ubriaco” mi dice. Una considerazione così banale che mi fa infuriare, forse perché sono ubriaco davvero, e molto.

“Guarda che ti spacco la faccia anche da ubriaco” gli faccio notare, è vero e lui lo sa, è a disagio e cerca il modo di prendere tempo. Gli altri ragazzi del bar si sono avvicinati senza interferire, pronti a intervenire se la discussione prende una brutta piega; sono quasi tutti miei amici. Lui si guarda intorno sperando di trovare una soluzione che gli eviti lo scontro fisico, io invece vorrei saltare tutti gli insulti e i preliminari di rito, fare subito a cazzotti, darli e prenderli, non vedo l’ora.

Non è la prima volta che mi provoca ma stavolta mi ha trovato dell’umore giusto, sono deciso a chiarire la faccenda una buona volta. Una volta è stato con la mia ragazza e anche se Erica e io non stiamo più insieme, continua a tormentarmi con questa storia. La racconta in ogni occasione, con diverse varianti. Se ci sono io cambia i nomi dei protagonisti ma la storia è sempre quella. Deve essere stata la più grande impresa della sua vita, visto che la racconta in continuazione, in più ha capito che mi manda in bestia; oggi però ha passato il segno e se n’è accorto in ritardo.

Siamo in un tavolino esterno del bar, sulla piazzetta del paese, e anche se gli altri eviterebbero probabilmente che gli faccia male sul serio, lo guardano in maniera ostile e disapprovano il suo modo di fare. Io sono deciso ad assestargli bene la prima scarica perché so che poi ci separeranno.

Mentre insisto perché la smetta di parlare e si faccia sotto, sento un rumore in lontananza, è inconfondibile, è la macchina di Pilimu: Sferragliante. Per il momento l’ho sentita solo io, cerco di approfittare dei minuti che mi restano prima del suo arrivo ma non c’è niente che lo smuova, ha troppa fifa. Poco dopo anche lui riconosce il rumore, lo vedo ringalluzzirsi, “vai, vai che sono venuti a ritirarti.”

Lo invito a venire dietro il locale per sistemare i conti una volta per tutte, sono calmo e determinato quanto basta per esigere una risposta. Tutti ci guardano, lui ha paura, ha l’occasione per salvare la faccia ma prudentemente sceglie di salvarsi il culo, prende tempo, finché Sferragliante si accosta al marciapiede. “Sali” mi dice Pilimu senza neanche sporgersi dal finestrino.

 Non serve fare discussioni, non posso che salire accanto a lui facendo contorsioni poco eleganti per riuscire a richiudere la portiera, con le ginocchia che mi sfiorano la faccia. Partiamo, il silenzio che si è creato fra i ragazzi del bar è straziato dal casino che produce l’auto, assolutamente sproporzionato alle sue dimensioni e al suo aspetto.

Guidando lentamente Pilimu conduce il suo catorcio fuori dalla piazza e dal paese. Non dice una parola e so che è veramente infuriato. Il calo di tensione dopo lo scontro di poco fa mi fa sentire la portata dell’ubriacatura che mi grava addosso; la posizione scomoda mi dà nausea. Sbircio il volto di Pilimu, è severo e ostile, mi lancia un’occhiata di traverso con un’espressione che mi mette a disagio.

“Cosa c’è,” gli dico adirato, “ti danno fastidio le persone ubriache?” Da parte mia è una cattiveria di cui mi pento subito, perché Pilimu è stato semialcolizzato fino a non molto tempo fa.

“Per niente, ma non sopporto i testa di cazzo!”

Comincio a lagnarmi con tono petulante: “Tu non sai¼”

“So tutto quello che c’è da sapere” taglia corto lui.

Continuiamo ad avanzare attraverso la spoglia campagna di fine inverno, lentamente. Non faccio domande, so già che mi sta portando a Serra Tidoris, al suo ovile. Ci sono già stato diverse volte da quando sono tornato ad abitare in paese dopo anni trascorsi all’estero: in Germania (esperienza che mi ha fruttato il sopranome col quale ormai mi chiamano tutti), e a Milano. Da bambino ci stavo sempre perché il terreno apparteneva a mio padre, ma ci sono poi tornato volentieri e ho dato una mano a Pilimu a governare gli animali.

Lo guardo di sottecchi, il viso è rugoso e rinsecchito, non so neanche quanti anni ha, l’ho sempre conosciuto così, mi sembra, fin da quando ero bambino e lui lavorava con mio padre. A un tratto si volta e mi pianta gli occhi in viso, “Cosa ti ho insegnato quando eri piccolo?” mi chiede in modo brusco.

Pilimu non è uno che parla a vanvera, e mai più del necessario. Se fa una domanda pretende una risposta. Non so cosa dirgli, non sono lucido ed è una domanda talmente generica¼ So, però, di dover rispondere, ho in questo momento la raggelante certezza che da questa risposta potrebbe dipendere la nostra amicizia e mai come ora mi sono reso conto di quanto significhi per me l’amicizia di Pilimu.

Nel merdaio della mia testa cerco uno straccio di risposta plausibile al quale aggrapparmi, tento: “Mi hai insegnato tutto; tutto quello che so.”

Fa un cenno di approvazione, quasi impercettibile e io respiro di sollievo. Continua: “Quando andavamo a caccia, cosa ti ho insegnato?”

Col suo suggerimento, più fiducioso, rispondo: “A non sparare a casaccio. A scegliere la preda giusta e tentare di prendere quella, in nessun caso a catturare una preda di scarso valore o di una specie qualsiasi solo per non tornare a mani vuote.”

 “Sì, giusto. Ti ho insegnato così” approva.

A parte il sollievo per aver trovato una risposta soddisfacente, so che la domanda non è fine a se stessa. Conosco Pilimu, la maggior parte delle volte non mi fa domande per ottenere delle informazioni ma per indurmi a riflettere sulle risposte. In modo vago e confuso la mia mente suggerisce che la preda cui si riferisce Pilimu è qualcosa che io sto cercando di ottenere e dietro la quale sto perdendo tempo; ma ora non sono proprio in condizioni di pensare con lucidità e accantono la cosa.

Intanto siamo giunti all’ovile. Pilimu si accinge alla mungitura, anch’io entro nel recinto, ignorando una sua occhiataccia. I miei movimenti bruschi e scoordinati mettono in agitazione le pecore; inoltre, stare chinato provoca nella mia testa un effetto simile al rumore prodotto da un fiasco pieno per metà di ghiaia e che venga inclinato. Alla fine mi dice chiaro di uscire e di andare ad aspettarlo a casa.

Attraversare lo spiazzo per raggiungere la casa è peggio che percorrere un piano inclinato ricoperto di melma. Quando arrivo al muro esterno mi assale la nausea e vomito fuori tutto quello che ho bevuto, lì di fianco alla porta, poi mi lascio andare e sto seduto sulla soglia. Mi vergogno da morire, mi sento come la volta in cui, da bambino, mi sono pisciato addosso a scuola, avevo la febbre e non me ne ero reso conto. Vorrei tirare una secchiata d’acqua per ripulire ma mi rendo conto di non essere in grado di muovermi, rimango seduto immobile, ad aspettare che Pilimu finisca.

Quando arriva dà una rapida occhiata alla chiazza umida ai piedi del muro e mi fa cenno di entrare. Mi isso incerto sulle gambe e lo raggiungo dentro, dove occupo una sedia discosta da tavolo.

Dopo essersi lavato si prepara per cenare. Stende sul tavolo una tovaglietta a quadri rossi e vi dispone sopra pane e ricotta secca, una bottiglia di vino e due bicchieri. “Mangia” mi dice, faccio cenno di no con la testa ma non mi fido a parlare. Il solo pensiero del cibo mi fa sentire in bocca odore di scoria di saldatura.

Lui prende un pezzetto di pane e ricotta, mastica lentamente, mangia sempre poco. Dopo un lungo silenzio mi dice: “Voglio farti una proposta,” aspetto il seguito in silenzio. Riprende “Vieni a lavorare con me, insieme come compagni. È chiaro che dovremmo organizzarci e acquistare altri capi; inoltre dovresti vivere qui e siccome non intendo cambiare le mie abitudini, dovresti costruirti una casa tua e procurarti una macchina adatta.”

Mi dice queste cose come se facesse commenti sul tempo, con aria completamente calma e distaccata. Io involontariamente mi sono raddrizzato sulla sedia e mi avvicino al tavolo, ascolto in silenzio. Sento come una leggera scossa elettrica che mi fa formicolare la nuca, dove i capelli mi si drizzano come tante spine di un riccio di castagna. Non è una sensazione sconosciuta, mi capita di tanto in tanto, quando mi trovo a dover prendere decisioni davvero importanti o quando, come diceva mio nonno, il destino mi sta facendo uno sgambetto.

“Volendo ci può essere lavoro per due, e secondo me se ne potrebbe trarre il ricavo sufficiente a campare due famiglie. Io mi posso accontentare di molto meno ma preferisco partire da una base di parità.”

Per ingoiare queste informazioni ho cominciato a mangiare. L’ubriacatura mi è passata all’istante e ascolto con la massima attenzione.

“Secondo me” continua, “per fare le cose bene dovrai investire un bel po’ di denaro, più o meno, ho calcolato¼” mi dice la cifra e io rimango sbalordito, non per la quantità in sé, che pure è una bella somma, ma se me l’avesse semplicemente chiesta gliela avrei data, certamente, senza neanche voler conoscere il motivo. No, non è questo, la cosa che mi lascia di stucco è il fatto che quella è, abbastanza precisamente, la somma di cui dispongo. Quando sono rientrato l’ho depositata in banca e non l’ho più cercata. Nessuno sa quanti soldi ho, se non forse l’impiegato che ha accettato il deposito. È una coincidenza davvero singolare, penso. A questo punto i miei pensieri cambiano corso e mi lascio trascinare dai ricordi. È per via della ricotta che sto mangiando, ha un sapore intenso, sa vagamente di affumicato e mi riporta alla mia infanzia. Quante volte con Pilimu ho fatto merenda o cenato, o anche fatto colazione con pane e ricotta secca? È una sensazione che mi coinvolge totalmente. Finiamo di mangiare in silenzio.

“Domani ti darò la risposta” gli dico, anche se potrei dargliela subito, lui approva con un cenno del capo, in realtà ho solo voglia di pensarci con calma. Gli chiedo il permesso di stare qui da lui per questa notte e acconsente, anzi mi dice che se sono disposto a cominciare da solo la mungitura, domani mattina, lui ne approfitta per andare in chiesa ad assistere alla prima messa. Mentre si prepara per partire mi confida che secondo lui pioverà durante la notte; di solito non sbaglia in queste previsioni.

È partito, vado un po’ fuori al buio, l’aria è mite e ferma, mentre faccio pipì, rovescio la testa e guardo il cielo stellato, sembrerebbe sereno ma sa ia ‘e paxa[1] s’interrompe a un tratto, verso sud, forse è nascosta dalle nuvole in lontananza. Torno a casa e mi corico nella branda di Pilimu. Penso alla sua offerta ma in modo discontinuo e incoerente. Mi domando perché me lo abbia proposto, è vero, i soldi da investire sono i miei ma per Pilimu i soldi non hanno importanza. Cosa ci guadagna e quanto rischia? Sta bene così, non ha interesse a cambiare le cose, mi dico, tranne per il fatto che se ci sono qui io può andare alla prima messa la domenica¼ Se lo fa è per me, per me e per riconoscenza nei confronti di mio padre.

 Provo a immaginare la mia vita a Serra Tidoris, mi vengono in mente una quantità di immagini di quando ero bambino. Lascio vagare i pensieri, non tento di ordinarli o di guidarli, li osservo con distacco, come in uno schermo, come se li vedessi dall’alto uscire dalla mia testa e vagare nel buio della stanza. Sono come tante pecore che lasciano la stalla e si sparpagliano a pascolare tutt’intorno, senza fretta. Si forma anche il pensiero di Erica, non lo trattengo e vaga indisturbato con gli altri.

Sento cadere le prime gocce, il silenzio è assoluto, penso che solo la nebbia produce un silenzio simile ma non mi voglio alzare per controllare. La pioggia aumenta appena di intensità, sciacqua via tutti i miei pensieri. Rannicchiato nel letto di Pilimu mi sento sicuro e protetto, come se riposassi nell’utero della terra. Mi stringo le mani fra le cosce e mi addormento.

Mi risveglio dopo qualche ora, ascolto per alcuni minuti la pioggia. Ho una strana sensazione, come un vuoto dentro, una sorta di vertigine¼ non proprio; è come quando fai un gran salto con la moto o quando, in altalena, ti spingi al massimo dell’altezza e per un momento resti sospeso prima di ridiscendere. È come un brusco cambiamento di direzione. Mi riaddormento.

[1] Strada di paglia = via lattea

Estratto da “Germania” di Daniela Manca, Autore Libri, Firenze.

Featured image, Goethe, 1786/1787 di Johann Heinrich Wilhelm Tischbein.


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