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Gioie e dolori dei carrelli virtuali

Creato il 17 febbraio 2012 da Sulromanzo

Gioie e dolori dei carrelli virtualiTutto è cominciato dalla mia malsana abitudine di utilizzare il carrello di Amazon come “parcheggio” per i libri di cui sto facendo decantare l’acquisto. Con un solo click, titoli recensiti in rete, dibattuti nei supplementi del weekend, “twittati” con hashtag del tipo “#ioleggo”, “#toread” o “#fridayreads”, oppure consigliati da amici in carne e ossa di fronte a una tazza di tè, finiscono in un luogo sempre accessibile. Ma avendo io già fatto acquisti su Amazon, e avendo la libreria più grande del mondo già memorizzato la mia carta di credito, con un solo click (il famigerato 1-click buy) mi sono ritrovata circa 300 euro in meno sul conto e venticinque libri sullo zerbino il pomeriggio seguente (questa la potenza di Amazon Prime). Nell’inserire l’ennesimo libro nel limbo digitale ho acquistato, per errore, l’intera vendemmia in decantazione! A nulla sono valsi i tentativi di annullare l’ordine perché l’efficientissimo Amazon lo ha preso in consegna all’istante, invalidando la possibilità di recesso. Almeno una dozzina di titoli li avrei prima cercati in biblioteca e una parte di me si sente anche colpevole per aver alimentato la concorrenza sleale di Amazon e simili. È vero che da settembre scorso la Legge Levi ha messo un freno agli sconti selvaggi che regnavano online, ma la vetrina digitale offre ancora notevoli vantaggi in termini di visibilità. Fioccano i 3x2, i buoni sconto, le spedizioni gratis, e i saldi invernali pescano da un inesauribile bacino di remainders. Spezzo però una lancia a favore di Amazon, che recapita libri in ottimo stato, per quella che è stata la mia esperienza. A differenza di un altro gigante, di cui non faccio il nome, che spedisce copertine con effetto craquelésotto un dito di polvere. Il che diventa affascinante se la polvere e le orecchie sono tue, ma non se hai speso 15 euro per un libro nuovo.
Non so se “più sconti = più lettori”. Di certo c’è il lento affossamento dei librai (grandi e piccoli). E sto deliberatamente evitando di inoltrarmi nel ginepraio degli e-book! C’è poesia nell’acquistare un libro cartaceo su internet? Senza l’esperienza tattile e olfattiva? Senza la sbirciata alla dedica e all’incipit? Punti di vista. Versatile e sempre accessibile, però, il mondo virtuale è un ottimo alleato per individuare e tenere traccia di libri che ci incuriosiscono. E qualcuno si chiederà infatti, perché non ho usato le wishlist, le liste dei desideri, invece del carrello. Anobii, ahimè, si “pianta” continuamente e accedere alla propria wishlist è un’impresa. Senza contare che stampata vien fuori un triste elenco con titolo e autore ma senza casa editrice, anno o copertina. La wishlist di Amazon è pubblica di default e solo ora ho capito che si può rendere privata. A Goodreads, il nuovo social network letterario di Google, mi sono appena iscritta e pare difficilissimo trovare libri in italiano da caricare sulla propria libreria/wishlist digitale. Ma, soprattutto, chi ce l’ha ora il tempo di compilare la libreria digitale con quei venticinque libri che mi aspettano? Forse inizierò proprio da “Una cosa divertente che non farò mai più” (David Foster Wallace, Minimum Fax, 2010), il libro galeotto, quello che si è trascinato dietro tutto il carrello. In questi tempi di super processi alle navi da crociera mi sono ricordata di questo “reportage” sulle lussuose città galleggianti. Il resto della selezione, vi avviso, è prettamente tricolore, e non onora neppure il monito di Schopenhauer secondo il quale occorre leggere solo i classici e semmai rileggerli due, tre, quattro volte, perché la vera letteratura «produce in un secolo, in Europa, solo una dozzina di opere durature». Ma, come dice una mia amica lacaniana, ogni tanto uscirà anche qualche nuovo classico. O no?
Gioie e dolori dei carrelli virtualiDi Foster Wallace, suicidatosi nel 2008, ho preso anche il postumo “Il re pallido” (Einaudi, 2011). Poi un tris di casi letterari che, lo confesso, non ho ancora avuto tempo di leggere (e che avrei voluto prendere in prestito dalla biblioteca): “Mia sorella è una foca monaca” (Christian Frascella, Fazi Editore, 2009),“Acciaio” (Silvia Avallone, Rizzoli, 2010) e “Bianca come il latte, rossa come il sangue” (Alessandro D’Avenia, Mondadori, 2010). Mi mancava una copia personale di “Norwegian Wood. Tokyo Blues” (Murakami Haruki, Einaudi, 2006), che avevo preso in prestito. Stesso discorso vale per“Con le peggiori intenzioni” (Alessandro Piperno, Mondadori, 2005), a cui ho aggiunto il recente “Persecuzione” (Mondadori, 2010), ancora da leggere. Desideravo invece approfondire la scrittura di Sandro Veronesi di cui avevo amato “La forza del passato” e “Caos calmo”. Ho preso l’osannato “Venite venite B-52” (Bompiani, 2007). E poi “Baci scagliati altrove” (Fandango, 2011), la sua raccolta di racconti uscita da poco. Di Marco Missiroli invece non ho letto nulla. E così il mouse ha selezionato il suo esordio, “Senza coda” (Fanucci, 2009), che nel 2006 ha vinto il Campiello Opera Prima. Incuriosita, ho messo da parte anche “Bianco”(Guanda, 2009).
Ammaniti è stata l’infatuazione del liceo, con il suo “Branchi” e l’immenso “Ti prendo e ti porto via”. Nella speranza di ritrovare quella magia non me ne sono persa uno (ma quella magia non l’ho più trovata). Dopo la deludente accozzaglia di “Che la festa cominci” devo poter dire la mia sul breve “Io e te” (Einaudi, 2010). A occhi chiusi ho “cliccato” sull’ultimo di Andrea Vitali, “Zia Antonia sapeva di menta” (Garzanti, 2011), perché dell’erede lacustre di Piero Chiara ho letto tutto. Stessa costanza verso Tullio Avoledo. Con il mastodontico “Le radici del cielo”(Multiplayer.it Edizioni, 2011) lo scrittore friulano ha partecipato al progetto Metro 2033 Universe, un network internazionale di narrazione post-apocalittica lanciato dai romanzi del russo Dmitry Glukhovsky.
Benedetta Cibrario non l’avevo capita con “Rossovermiglio” e ho voluto provare il recente “Lo scurnuso” (Feltrinelli, 2011). Poi faccio tre salti nel buio: “Tetano”, di Alessio Torino (Minimun Fax, 2011), “L’uomo e il suo amore”, di Alcide Pierantozzi (Rizzoli, 2008) e “Baci a colazione”(Marsilio, 2011), di Gaetano Cappelli. “Trilogia della città di K.”(Agota Kristof, Einaudi, 2000) mi è stato consigliato da un grande scrittore, mentre “22/11/63” (Sperling & Kupfer, 2011), di Stephen King, l'ho preso per mia madre. “Finché c’è prosecco c’è speranza” (Fulvio Ervas, Marcos y Marcos, 2010) mi ha sedotto già dalla splendida ristampa per i trent’anni della Marcos y Marcos, oltre ad aver letto che il giallista Ervas sta al Veneto come Vichi alla Toscana e Malvaldi alla costa tirrenica. “La simmetria dei desideri” (Eshkol Nevo, Neri Pozza, 2010) dovrebbe saziare la mia voglia di una saga di amicizia. Mi aspetto una specie di “Un giorno” in salsa di “Un’avventura a Budapest”. Ma la selezione più casuale viene dai remainders, complice una strofa che quel giorno non mi toglievo dalla testa: “un vile ti rubò serenità e talento”, tratta dal tributo di Battiato a Maria Callas. Per questo “Una festa di compleanno”(Panos Karnezis, Guanda, 2008), ambientato su un’isola privata del Mar Egeo (la mitica Skorpios?) e ispirato alla figura di Aristotele Onassis, ha trovato posto nel mio carrello. Ah, dimenticavo, avevo anche parcheggiato “Il GGG” (Roald Dahl, Salani, 2010), da regalare al mio nipotino, come una mappa del tesoro.

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