Giulio Andreotti, l’ultimo immortale

Creato il 07 maggio 2013 da Giulianoguzzo @GiulianoGuzzo

La notizia mi è piovuta nel telefonino a pranzo: «Andreotti è morto». Appurato che non si trattava dell’ennesima bufala mi sono chiesto: e adesso? Una reazione spontanea e credo difffusa, dato che la presenza parlamentare dell’ex collaboratore di De Gasperi era talmente abituale da essere, per molti, diventata ovvia: del resto il Nostro sedeva in Parlamento, ininterrottamente, dal 1946. Naturale quindi crederlo immortale o quasi. Ad ogni modo, ora che non c’è più, pare opportuno ricordare chi era, questo monumento vivente dell’Italia repubblicana.

La vita

Raccontare la vita di Giulio Andreotti, ciò che ha visto, saputo e compiuto quest’uomo è impossibile. Non a caso, come memorie, ci lascia un monumentale archivio composto da 3.500 faldoni giganti: auguri di lunga vita a chi potrà e saprà studiarseli con cura. Ciò che qui possiamo dire – e che forse non tutti sanno – sono alcuni aspetti della sua storia; per esempio che era il nipote di un cappellaio di Segni, Francesco Andreotti, che si sposò all’età di trent’anni con tale Clotilde Colabucci e i due, nell’aprile 1858, divennero genitori di Alfonso Filippo Mario: il futuro babbo del Divo [2]. Che si congedò da questo mondo quando il figlio non aveva ancora tre anni. Il piccolo Giulio rimase dunque solo con mamma Rosa, quando non era all’asilo dalle suore, asilo di cui non gradiva la cucina: «Mi danno da mangiare la terra», si lamentava.[3]

Dettagli utili, questi, perché sbugiardano il mito secondo cui o si è figli di nobili oppure in politica – e più in generale nella vita – non si può combinar nulla. La vita di Giulio Andreotti, che ebbe le origini che abbiamo ricordato, dice l’esatto contrario. E fu la vita di un uomo certamente illustre e saggio, cui vennero affidati, politicamente, incontri e problemi da risolvere sin dal Dopoguerra. Correva l’anno 1947, per esempio, quando al Divo, allora Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, venne affidata la risoluzione di una spinosa controversia che vedeva Torino, a partire dal suo primo cittadino, Celeste Negarville, chiedere il trasferimento in Piemonte della direzione dei programmi Rai [4].

Ciò nonostante, la proverbiale abilità politica di Andreotti e la sua saggezza – celebri, al riguardo, i suoi aforismi – non furono sempre apprezzati. La compianta Margaret Thatcher (1925-2013), pur stimandolo, per esempio di Andreotti non apprezzava lo stile: «Vedeva la politica come un generale del XVIII secolo vedeva la guerra: un vasto e complesso scenario di manovre da parata per eserciti che non si sarebbero mai impegnati in combattimento, ma avrebbero dichiarato vittoria, capitolazione o compromesso a seconda di ciò che dettava la loro forza apparente, per poi collaborare nel vero e proprio affare di dividersi le spoglie» [5].

E’ tuttavia certo e unanimemente riconosciuto che Andreotti fosse uomo di grandissima intelligenza. Uomo capace persino di stupire, col suo proverbiale acume, chi lo conosceva bene e lo frequentava da molto tempo. A questo proposito, scriveva di lui Indro Montanelli: «Andreotti non è soltanto furbo. E’ intelligente. Anzi, intelligentissimo […] De Gasperi, insospettito dalla sua intelligenza, parlando di lui, disse una volta (credo a Scelta):“Questo è un ragazzo talmente capace a tutto, che può diventare capace di tutto» [6]. Memorabili poi le sue battute, sue di Andreotti, che modulava la brillantezza dell’umorista e la precisione di chi conosceva i retroscena. Oltre a quanto diceva, Andreotti prestava poi parecchia attenzione anche a ciò che, specie in aula, dicevano gli altri; al punto da arrivare a redigere sull’argomento spassosi volumi, quali ad esempio Onorevole, stia zitto (Rizzoli 1987) e Onorevole, stia zitto. Atto secondo (Rizzoli 1992).

II processo per mafia

L’aspetto più controverso della storia di Andreotti riguarda i rapporti con Cosa Nostra. Il 2 maggio 2003, com’è noto, venne assolto dalla Corte di Appello di Palermo dall’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa (anche in primo grado, nel ’99, era stato assolto); sentenza poi confermata dalla II sezione penale della Corte di Cassazione, la quale aveva tuttavia richiamato il concetto di «concreta collaborazione» - concetto in verità già presente nel dispositivo di Appello – con esponenti di spicco di Cosa Nostra fino alla primavera del 1980, precisando che il reato ravvisabile non era però più perseguibile per sopravvenuta prescrizione, e quindi era stato dichiarato il «non luogo a procedere».

Ora, al di là di note di merito che qui non abbiamo lo spazio di approfondire, non si possono non rilevare alcune anomalie, in questa ormai definitiva verità processuale. Per esempio l’idea che larga parte del successo Divo fosse dovuta all’influenza politica di Salvo Lima (1928-1992), il quale controllava il 25% degli iscritti DC in Sicilia, è confutata dal fatto che Andreotti «è stato un importante ministro anche prima della sua alleanza con Lima» [7]. Del resto, la fortuna politica del Nostro iniziò, com’è noto, nel Dopoguerra a Roma grazie alla vicinanza con De Gasperi e non già in qualche oscura località siciliana, fra lupare e pizzini.

Inoltre se Andreotti fosse stato in «concreta collaborazione» con Cosa Nostra fino alla primavera del 1980, è curioso che la criminalità organizzata, tutto ad un tratto, abbia scelto di fare a meno di un simile interlocutore politico. Negli Ottanta, infatti, Andreotti fu prima Ministro degli Esteri e poi Presidente del Consiglio: per quale assurda ragione la mafia avrebbe allora scelto di fare a meno di un collaboratore tanto potente? E se invece si pensa sia stato lui a sottrarsi a quella «concreta collaborazione», com’è che non ha subito clamorose rappresaglie, minacce o tentati omicidi? Le tragiche fini di altri, fra ufficiali delle forze dell’ordine e magistrati, dimostrano che la presenza di scorte di qualità non costituiva un problema, per le azioni di Cosa Nostra.

Questo per stare sul generale. Perchè se invece andiamo a spulciare lo svolgimento del “processo del secolo” le anomalie divengono un’infinità: dal mai ritrovato vassoio d’argento che Andreotti avrebbe regalato alla figlia di Nino Salvo per nozze, al misterioso – mai ritrovato neppure questo – dipinto che i Salvo avrebbero regalato al Divo, dall’impossibile presenza di Andreotti all’anzidetto matrimonio della figlia di Salvo (si trovava a Merano, Andreotti), alla scarsa affidabilità di molti sedicenti pentiti, a partire da Balduccio di Maggio – che pure in veste di “pentito”, si scoprirà poi, tornerà a delinquere alla grande -, fino a quel famigerato bacio fra Andreotti e Riina, bacio che non convinceva neppure Giovanni Brusca, l’uomo più vicino a Riina [8]. La verità storica, insomma, potrebbe essere diversa da quella – già poco lineare – emersa nei processi.

Anche perchè quanti, e sono tanti, vedono nel grande vecchio della Prima Repubblica il simbolo del potere corrotto dimenticano come sotto i suoi governi furono varati importanti provvedimenti contro Cosa Nostra. E dimenticano pure che con Andreotti ebbe «concreta collaborazione» – senza il benché minimo dubbio, in questo caso - un certo Giovanni Falcone (1939-1992), il quale, per la cronaca, arrivò perfino ad incriminare per diffamazione sedicenti pentiti che chiamarono in causa il Divo Giulio senza fornire adeguati riscontri. Delle due l’una: o il giudice Falcone, della cui onestà nessuno discute, era così sprovveduto da non sapere che Andreotti, col cui esecutivo collaborava, era quel losco individuo che molti oggi pensano, oppure, molto semplicmeente, il sette volte Presidente del Consiglio non era quel cattivone che taluni, ed anche talune sentenze, vogliono lasciare intendere.

I segreti

«A parte le guerre puniche mi viene attribuito veramente di tutto», ironizzava il Divo Giulio. E forse è vero. All’uomo che ieri ci ha lasciato vengono attribuite, fra piccole mascalzonate e inenarrabili nefandezze, tutte le possibili malefatte dell’Italia repubblicana. Sulla base delle risultanze processuali c’è chi vide in lui non solo un collaboratore di alcuni esponenti mafiosi, ma persino un pezzo da novanta, un vertice della Cupola. Altri lo ritennero addirittura il vero capo della Loggia P2. Sia come sia, è pacifico che decenni di ininterrotta permanenza ai vertici delle Istituzioni possano aver messo Giulio Andreotti nelle condizioni di conoscere – direttamente o tramite testimonianze ascoltate – praticamente tutti i segreti reali e presunti della nostra storia recente.

Tuttavia è altrettanto chiaro come, specie negli ultimi anni, il suo mito di immortale custode di misteri fosse stato largamente scalfito da molteplici eventi.«Ormai – ricorda Massimo Franco – le schegge del mito venivano smontate una ad una. Era stato profanato persino in luogo più inquietante del suo potere: l’archivio di via Borgognona. Il misterioso, buio seminterrato, dove si allineavano sugli scaffali i faldoni della memoria vendicativa del “Capo” aveva subito l’onta di un’incursione del comico Piero Chiambretti, accompagnato da una troupe televisiva di Rai3. La verità simbolica di quel piccolo episodio era che i segreti di Andreotti non erano poi così inaccessibili. Di colpo, anche quell’ultima oasi immersa nelle tenebre era stata illuminata impietosamente, e di fatto smitizzata» [9]. Ciò non toglie che possano essere effettivamente parecchie le confidenze che il sette volte presidente del Consiglio si porterà nella tomba anche se, magari a breve, alcune verranno rese pubbliche.

Ma forse le pagine più critiche della sua lunga carriera – al di là di tanta dietrologia e del solito complottismo – riguardano le decisioni che, da uomo di Stato, si trovò ad affrontare. Non ultima quella di firmare la Legge 194/’78, decisione di cui Andreotti in più occasioni, se non palese pentimento, ammise quanto meno forte sofferenza, specificando che l’«effetto pratico non sarebbe cambiato perché una volta votata, la legge è al suo capolinea; ma personalmente sarei uscito dalla scena in modo limpido e coerente […] Forse giocò nel sottofondo anche l’ attaccamento al potere, personale e di partito, e ne faccio ammenda; ma prevalse la considerazione che passare la mano nel governo sommasse ad un danno un altro. D’ altra parte la pubblicazione della legge apriva la via al referendum abrogativo che si sperava potesse avere un esito meno avvilente di quello sul divorzio» [10].

Oltre a questo gli episodi controversi che si potrebbero ricordare sono molti, se non fosse già chiaro che un giudizio sulla figura di Giulio Andreotti risulta oggi un esercizio impraticabile: troppe le voci contrapposte e troppo alta la temperatura politica affinché sia formulata una valutazione obiettiva e che possa mettere d’accordo i più su chi veramente sia stato l’uomo che ieri, a 94 anni, ci ha lasciato. Comunque la si pensi, dinnanzi ad una storia umana e parlamentare tanto ricca ed estesa come quella del Divo Giulio, una cosa la possiamo comunque dire. Ed è questa: se è vero che nessuno sa se senza l’Italia Andreotti sarebbe diventato Andreotti, è altrettanto vero che senza Andreotti l’Italia – quella che conosciamo oggi, almeno – non sarebbe stata la stessa.

Le sue orme dunque rimangono, Divo Giulio, e pure belle evidenti. La loro qualità sarà materia di dibattito fra storici, ma intanto quelle orme ci sono. E rappresentano, nel bene e nel male, la nostra storia.

Note: [1] Cfr. Andreotti G. Visti da vicino. Seconda serie, Rizzoli Editore, Milano, 1983, pp. 235; [2] Cfr. Navarra B. Cuore della Diocesi – Supplemento del Bollettino diocesano di Velletri e Segni, 11/11/1988; [3] Andreotti G. cit. in. Franco M. Andreotti – La vita di un uomo, la storia di un’epoca. Oscar Storia Mondadori, Milano 2008, p. 10; [4] Cfr. “Domani si risolve”, dichiara l’on. Andreotti, «La Stampa», 14/12/1947, p. 2; [5] Thatcher M. cit. in. Franco M. Andreotti – La vita di un uomo, la storia di un’epoca. Oscar Storia Mondadori, Milano 2008, p. 194; [6] Montanelli I. (1984) La mia eredità sono io. Pagine da un secolo. (a cura di Paolo di Paolo) Bur, Milano 2008; [7] Stille U. Andreotti, Mondadori, Milano 1995 cit. in Farrell J. (a cura di) Understanding the mafia, Manchester University Press, 1997 p. 88; [8] Jannuzzi L. Il processo del secolo, Mondadori, Milano 2000, p. 22; [9] Franco M. Andreotti – La vita di un uomo, la storia di un’epoca. op.cit. , p. 226; [10] Andreotti G. cit. in. «La Repubblica», 29/1/1994, p. 21.


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