Il nuovo film di Moretti è destinato ad essere oggetto - e lo è già stato - di dibattiti sui significati reconditi della sua opera, appagando o deludendo i suoi stessi sostenitori, posti di fronte ad un'opera che conserva retaggi tipici della cinematografia del regista e suoi vezzi più o meno graditi, ma che denotano un suo ulteriore intento di approfondimento del percorso psicanalitico che ha sempre attraversato il suo cinema.Ormai, ogni nuovo film di Moretti viene debitamente o meno definito quale opera matura come già avvenuto per Il caimano, oggetto di revisioni critiche e ideologiche da parte della stessa Sinistra che a suo tempo vi intravide un vessillo da brandire contro Berlusconi e il berlusconismo, per poi reputarlo oggetto controproducente per la fazione politica stessa, seppur sia rimasto impresso nelle retine dei suoi spettatori il profetico finale.Habemus Papam è, nella sua maturità almeno cronologica, un film sul peso delle responsabilità di un uomo destinato ad incarnare un ruolo carico di oneri schiaccianti per ogni essere umano cosciente dei propri limiti.La figura di un Papa così umano appare forse l'immagine più efficace per coloro che avrebbero voluto un film più dissacrante e mordente nei confronti dell'autorità ecclesiastica, laddove l'immaginario di un Vaticano piegato alle nevrosi e ai giochi d'autore del suo regista pare essere meno ben visto dai suoi detrattori, perché vi si ritrovano le caratteristiche tipiche del regista-attore Moretti, perché riesce ad esprimere dubbi e ripensamenti che solo in parte la Chiesa ha saputo immaginare e vedere in questi anni, ma che in fondo si possono attribuire a qualunque uomo di potere incaricato di simili compiti.L'umanità trasudante dal volto e dalle parole di Piccoli che sogna il teatro di cui lui stesso nella vita reale è stato interprete di indubbio valore come nel cinema, lo fa assurgere a figura commovente e amabile, che saprà compiere un percorso di autoanalisi, in cui alcuni vi hanno visto una sorta di percorso politico e di timore per lo stesso, intrapreso dallo stesso regista ai tempi dei Girotondi.Le implicazioni politiche e sociali negli ultimi due film di Moretti appaiono quasi imprescindibili nell'analizzare il suo cinema attuale, ma ad ogni modo permangono anche questa volta immagini dense di senso e significato come l'assenza, il vuoto creantesi dopo la nomina del Papa, figura, la cui assenza costituisce una mancanza di rilevante peso nell'universo film in cui ci vuole immergere il suo autore e che solo superficialmente può ricondursi al suo precedente film La messa è finita, cui è accostabile solo apparentemente per le figure di riferimento, ma che affrontano ambiti ben diversi e problematiche che dal personale sembrano essersi elevate a riflessioni ben più globali, ma non per questo distanti dal nostro essere e sentire personale di individui pregni di dubbi e domande.
Magazine Cinema
Il nuovo film di Moretti è destinato ad essere oggetto - e lo è già stato - di dibattiti sui significati reconditi della sua opera, appagando o deludendo i suoi stessi sostenitori, posti di fronte ad un'opera che conserva retaggi tipici della cinematografia del regista e suoi vezzi più o meno graditi, ma che denotano un suo ulteriore intento di approfondimento del percorso psicanalitico che ha sempre attraversato il suo cinema.Ormai, ogni nuovo film di Moretti viene debitamente o meno definito quale opera matura come già avvenuto per Il caimano, oggetto di revisioni critiche e ideologiche da parte della stessa Sinistra che a suo tempo vi intravide un vessillo da brandire contro Berlusconi e il berlusconismo, per poi reputarlo oggetto controproducente per la fazione politica stessa, seppur sia rimasto impresso nelle retine dei suoi spettatori il profetico finale.Habemus Papam è, nella sua maturità almeno cronologica, un film sul peso delle responsabilità di un uomo destinato ad incarnare un ruolo carico di oneri schiaccianti per ogni essere umano cosciente dei propri limiti.La figura di un Papa così umano appare forse l'immagine più efficace per coloro che avrebbero voluto un film più dissacrante e mordente nei confronti dell'autorità ecclesiastica, laddove l'immaginario di un Vaticano piegato alle nevrosi e ai giochi d'autore del suo regista pare essere meno ben visto dai suoi detrattori, perché vi si ritrovano le caratteristiche tipiche del regista-attore Moretti, perché riesce ad esprimere dubbi e ripensamenti che solo in parte la Chiesa ha saputo immaginare e vedere in questi anni, ma che in fondo si possono attribuire a qualunque uomo di potere incaricato di simili compiti.L'umanità trasudante dal volto e dalle parole di Piccoli che sogna il teatro di cui lui stesso nella vita reale è stato interprete di indubbio valore come nel cinema, lo fa assurgere a figura commovente e amabile, che saprà compiere un percorso di autoanalisi, in cui alcuni vi hanno visto una sorta di percorso politico e di timore per lo stesso, intrapreso dallo stesso regista ai tempi dei Girotondi.Le implicazioni politiche e sociali negli ultimi due film di Moretti appaiono quasi imprescindibili nell'analizzare il suo cinema attuale, ma ad ogni modo permangono anche questa volta immagini dense di senso e significato come l'assenza, il vuoto creantesi dopo la nomina del Papa, figura, la cui assenza costituisce una mancanza di rilevante peso nell'universo film in cui ci vuole immergere il suo autore e che solo superficialmente può ricondursi al suo precedente film La messa è finita, cui è accostabile solo apparentemente per le figure di riferimento, ma che affrontano ambiti ben diversi e problematiche che dal personale sembrano essersi elevate a riflessioni ben più globali, ma non per questo distanti dal nostro essere e sentire personale di individui pregni di dubbi e domande.
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