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Creato il 13 febbraio 2013 da Ifilms

closed-curtain-locandinaChi temeva che non avrebbe più potuto ammirare il lavoro di Jafar Panahi, uno dei più importanti esponenti del cinema iraniano, può tirare un sospiro di sollievo: la creatività e la voglia di lavorare di questo regista, condannato nel 2010 a sei anni di arresti domiciliari e a vent’anni di interdizione da ogni attività artistica per proteste contro il regime di Ahmadinejad, sono più forti dell’ingiustizia di un potere oppressivo. Se l’edizione 2011 della Berlinale lo vedeva nelle vesti di giurato “virtuale”, quella attuale registra addirittura la partecipazione in concorso di Closed Curtain, girato con il collaboratore Kamboziya Partovi.
Ovviamente l’opera è stata realizzata in semiclandestinità, così come la precedente, This Is Not a Film (2011), documentario nel quale l’autore di Il cerchio raccontava allo spettatore la sceneggiatura della pellicola che non gli era stato permesso di girare.


Anche Closed Curtain è inevitabilmente ispirato allo status di Panahi: un uomo si nasconde all’interno di una casa dalle tende chiuse per scrivere una sceneggiatura. Improvvisamente irrompono un ragazzo e una ragazza, che si rifiutano di andarsene nonostante le sue insistenze.
Ci troviamo di fronte a un piccolissimo film che non può che risentire di tutti i limiti produttivi insiti in un progetto di questo tipo: eppure, Panahi e Partovi realizzano un’opera di grande fascino, non priva di un ritmo sinuoso e che può essere letta attraverso diverse interpretazioni. Nelle svolte narrative e nei dialoghi è evidente il legame con l’opera di Samuel Beckett, e in particolare con il cortometraggio Film, diretto da Alan Schneider nel 1965 e scritto dal drammaturgo irlandese, che vedeva come protagonista il grande Buster Keaton.
La finzione è svelata nella seconda parte della pellicola, quando appare sullo schermo Jafar Panahi stesso che, inizialmente, si mette a guardare con nostalgia le locandine dei suoi film, ricordi di un passato artistico sepolto dall’assurdità di una condanna iniqua. Quindi, il regista racconta in dettaglio la sua attuale condizione e ci rivela di aspettare speranzoso la possibilità di un cambiamento. Comprendiamo così come i personaggi che si insinuano nella casa dalle tende chiuse non siano altro che creature cinematografiche (lo sceneggiatore, l’attrice) creati dalla mente dell’autore: Jafar è tornato a giocare con il linguaggio filmico come quando era un uomo e artista libero, e ora sappiamo che probabilmente non smetterà mai di farlo.


Voto: 2,5


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