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I Forconi e la “marcia su Roma”

Creato il 17 dicembre 2013 da Libera E Forte @liberaeforte

forconi

Recensendo l’ultimo libro del politologo Carlo Galli, “Itinerario nella crisi”, Stefano Folli (“Per un’indignazione positiva”, sul Sole 24 ore del 15 dicembre) riflette sul termine “indignazione”, che sta acquistando sempre più spazio soprattutto nell’ambito della protesta politica.

Il termine, dal significato senz’altro nobile, va però calato nel contesto attuale. In un’epoca in cui “apparire” è divenuto sinonimo di “essere”, la retorica dell’espressione può presentare sotto false vesti concetti e intenzioni nascoste. Bisogna quindi mettersi d’accordo sul significato della parola. Se per “indignazione” si intende “risentimento vivo soprattutto per cosa che offende il senso di umanità, di giustizia e la coscienza morale” (dal vocabolario Treccani) accettiamo il termine senza riserve e anche noi ci definiamo indignati davanti al teatrino senza fine della politica a cui siamo costretti ad assistere.

Se però il suo significato scivola verso la nozione di “deriva populista”, come sembra trasparire dal suo recente utilizzo, allora dobbiamo prendere atto che c’è una differenza sostanziale di opinioni.

Da Grillo ai Forconi il movimento di chi è mosso da questo tipo di indignazione ci appare in discesa nei confronti del rispetto dei valori democratici. Enrico Letta ha affermato che a capo del movimento dei Forconi c’è “gente che sta da un’altra parte rispetto a tutti i valori che cerchiamo di rendere forti qui in Italia”, e questo in riferimento ai collegamenti con Casa Pound – che, ricordiamo senza sorprenderci troppo, ha dilagato durante l’amministrazione di Alemanno –, i cui esponenti hanno dichiarato di avere preso parte all’iniziativa fin dall’inizio. A quanto pare qualcuno ha deciso di sostituire “mediaticamente” i fasci con i forconi, e adesso si prepara alla “marcia su Roma”…

Riflettere sull’uso che si fa dei simboli e delle parole è un atto culturale che ci può rendere più attenti a quello che si cela dietro la “facciata” e può farci acquisire maggiore capacità di discernimento. Se a ciò aggiungiamo l’attività fondamentale di mantenere viva la memoria storica, forse riusciremo a evitare gli errori del passato.

Siamo d’accordo con Folli quando, citando l’osservazione conclusiva del libro di Galli in cui l’autore propone di rivolgere il senso di indignazione anche contro noi stessi e contro le nostre debolezze, il giornalista afferma che rinunciando alla “tentazione di abbandonarsi alla vendetta e alle persecuzioni, il sentimento può assumere caratteri positivi”, anche se per ottenere un vero cambiamento c’è bisogno di “partiti rinnovati, responsabili e per una volta dediti al bene comune. Che significa un’idea dell’Italia civile”. Dunque sì all’indignazione, ma diffidiamo delle imitazioni…

Marco Cecchini


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