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I libri quando diventano film (e un consiglio per un regalo)

Creato il 18 dicembre 2014 da Diletti Riletti @DilettieRiletti

 

Iniziamo dal consiglio: la casa editrice Valigie Rosse ha da poco pubblicato uno stuzzicante libro che trovo perfetto come regalo ad un amico che non legge molto, a uno che legge moltissimo, o ancora ad una persona appassionata di cinema: “Ho visto il film -Capolavori senza tempo raccontati a chi ha poco tempo“.

Ho visto il film, Dario Pontuale - Valigie Rosse Ed., 2014

Ho visto il film, Dario Pontuale – Valigie Rosse Ed., 2014

L’autore, Dario Pontuale, riesce a raccontare con leggerezza e passione alcuni “suoi”classici (Camus, Rigoni Stern, Zola e Orwell, FlaubertSalgari) rivolgendosi a chi degli stessi magari ha visto la trasposizione cinematografica, senza averne mai aperto pagina.

La settima arte ha infatti attinto -fin dai suoi esordi- a storie già narrate su carta, ma la differenza di mezzi, linguaggio e pubblico tra cinema e letteratura ha spesso creato problemi nella trasposizione, stravolgendo o comunque modificando profondamente l’opera d’origine: per questa ragione gli scrittori tendono oggi a controllare in maggior misura l’operato di sceneggiatori e registi.

E a volte con risultati apprezzabili in termini di collaborazione e soddisfazione: Alice Sebold partecipa alla stesura della sceneggiatura di “Amabili resti”; lo stesso fa Kathryn Stockett per il pluripremiato “The Help”, che appare in un cameo con una bella cotonatura d’epoca. Anche Stephenie Meyer apprezza la trasposizione cinematografica

Il prigioniero di Azkaban, J.K.Rowling - Salani Ed.

Il prigioniero di Azkaban, J.K.Rowling – Salani Ed.

del best-seller “Twilight”, è anzi talmente d’accordo da voler comparire nel film in diverse riprese, esattamente come J. K. Rowling, celeberrima autrice della serie di “Harry Potter“.

Un atteggiamento più equidistante è invece all’origine di un apparente “distacco” dell’autore dalla sua opera, distacco che pare comprendere le differenti necessità e modalità di narrazione di quel mix di immagini e parole che è esclusivo della settima arte. Don DeLillo volutamente evita di intervenire sul copione di “Cosmopolis” di Quentin Tarantino, affermando “era il mio romanzo, ma era anche il suo film”.

Gli sarà costata fatica trattenersi? Non lo sapremo mai, temo.

Tuttavia, non sempre gli scrittori riescono a conservare questa nonchalance né tutto fila così liscio: un esempio notevole è il film “Shining” di Stanley Kubrick. Chi non ricorda la magistrale interpretazione di Jack Nicholson nei panni di Jack Torrance? Eppure Stephen King  è stato del tutto in disaccordo con la lettura del suo best-seller da parte del regista, che aveva sottolineato l’aspetto soprannaturale come causa della paranoia omicida, mentre l’autore la attribuisce in prevalenza all’alcolismo del protagonista.

Il film è freddo, e io non sono un tipo freddo. Penso che una delle cose che la gente trova nei miei libri è il calore umano. Con Kubrick ho sentito che era tutto molto freddo, noi guardiamo queste persone, ma come formiche in un formicaio.

Dopo questa bella dichiarazione, King ha deciso di fornire di Shining la “sua” versione, lavorando all’adattamento per una mini-serie televisiva che rispettasse i “suoi” personaggi.

Agota Kristof ammette di aver discusso a lungo con Silvio Soldini per l’adattamento del suo racconto “Ieri” da cui è tratto il film “Brucio nel vento”:

Nel complesso mi è piaciuto molto, ma trovo che alla fine ha rovinato tutto. Ho discusso molto con lui quando è venuto qui, da me, a causa di questo happy end che nel libro non c’è, e gli ho detto che non andava bene; comunque ha fatto come voleva lui ed è peccato perché è diventato come se fosse un altro film.

Molto esplicita, vero? Al contrario, Muriel Barbéry, autrice de “L’eleganza del riccio” – caso editoriale forse sopravvalutato del 2006- ha preso le distanze con un silenzio sdegnoso dal film di Mona Achache (ma una scritta cubitale in chiusura sottolinea come il film sia “liberamente ispirato” al romanzo). Alcuni insinuano che tale silenzio sia dovuto ad un contratto poco remunerativo stipulato prima del successo editoriale, ma io preferisco pensare che il motivo sia prettamente artistico.

La schiuma dei giorni, Boris Vian - Marcos y Marcos

La schiuma dei giorni, Boris Vian – Marcos y Marcos

A volte invece tradurre un universo letterario può portare ad un vero e proprio flop, come ben sa Michel Gondry, che ha affrontato un lungo, costoso e fallimentare adattamento pur di trasformare in immagini il mondo psichedelico-romantico e delicatamente folle de “La schiuma dei giorni” di Boris Vian: i botteghini hanno letteralmente pianto. E questo nonostante gli eredi abbiano scrupolosamente seguito la stesura della sceneggiatura e le scelte del regista per evitare che fosse tradito lo spirito dell’opera di Vian.

Insomma, il rapporto tra la pellicola e la carta stampata sembra ricalcare gli alti e i bassi di una coppia di lungo corso, ma il problema non sorge soltanto tra autori e realizzatori; le cose come sempre peggiorano quando ci si mette di mezzo il terzo incomodo, cioè noi, i lettori/spettatori. In questa duplice veste chissà quante volte abbiamo criticato la trasposizione di un libro che abbiamo amato, vedendo traditi i tratti dell’eroe che abbiamo sì immaginato a nostro piacimento, negando però al regista la nostra stessa libertà.


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