Il buio della violenza

Da Sharatan

In questi giorni è utile riflettere su quanto la violenza sia insita nell’essere umano, infatti negare che l’uomo abbia questa tendenza prodotta dalla sua arroganza mentale potrebbe essere un rischio con cui sottovalutiamo una delle tendenze più basse che abbiamo. Se valutiamo l’atto più estremo di violenza, cioè la guerra, sappiamo dagli storici che, nell’Ottocento, abbiamo circa 5 milioni e mezzo di morti mentre, nel Novecento, si hanno dai 14 ai 16 milioni di vittime per la 1. Guerra mondiale, e dai 37 ai 44 milioni di morti nella 2. Guerra mondiale: nel corso di un secolo abbiamo avuto l’incremento del 1000 % della cifra delle vittime.
Chiaramente le cifre sono in ribasso sul numero reale, per cui dobbiamo aggiungere le cifre dei morti delle persecuzioni etniche, delle stragi interne ai paesi i calcoli sulla 2. Guerra mondiale assommano a 58 milioni di vittime. Se a questi numeri uniamo le vittime della 1. Guerra mondiale arriviamo alla vertiginosa cifra di 167 o 188 milioni di persone per cui, la violenza umana sembrerebbe un dato innegabile. Certo è ironico che la nostra civiltà abbia saputo tecnologizzare anche lo sterminio in modo tanto efficace.
L’eliminazioni violenta dell’avversario è una tendenza arcaica dell’essere umano, e non è affatto vero che in questo aspetto l’uomo assomiglia alla specie animale. Conrad Lorenz, in base alla sua esperienza pluridecennale su varie specie animali, afferma in “Il cosiddetto male” che l’animale ha formidabili zanne, artigli e altre armi naturali di distruzione per cui potrebbe infierire sul suo nemico fino a finirlo, ma lui se ne astiene. Nessun animale cerca di danneggiare seriamente il suo nemico nel corso del combattimento, infatti è sufficiente che il nemico sia vinto.
La lotta per il dominio, nelle specie animali, è sempre una forma rituale in cui si deve definire la supremazia nel gruppo, ma non è necessario eliminare fisicamente il nemico, invece l’uomo trova inconcepibile iniziare la guerra senza pensare di vincere distruggendo l’esercito dell’avversario. Comunque possiamo dire che l’uomo moderno ha creato infinite forme di distruzione con le sue tecnologie che si spingono fino alle guerre chimiche e batteriologiche, infatti l’uomo ha sempre fretta sia nel conseguimento del suo bene come del suo male.
La lotta esiste da sempre nella storia umana, e il conflitto è insito nella convivenza sociale, infatti nei tempi antichi si condivideva un sistema di regole in cui, il rispetto per l’avversario era considerato un fatto naturale che non era necessario scrivere, poiché ognuno lo osservava naturalmente, e tutti seguivano dei principi di eroismo, di correttezza e di onore. L’onore era una qualificazione morale suprema che poteva essere perseguita indipendentemente dalla condizione di nascita, per cui era una virtù sommamente ambita.
Leggendo l’Iliade di Omero vediamo due campioni che si fronteggiano per definire le sorti della guerra di Troia, e nessun conflitto avviene mentre Ettore e Achille si fronteggiano anzi, entrambi gli schieramenti avversari seguono immobili l’esito del duello tra gli eroi. In molte guerre antiche esiste la regola del duello dei campioni avversari, infatti gli antichi strateghi avevano ben compreso come una guerra è un fatto psicologico prima che cruento, come pure conoscevano l’importanza dell‘atteggiamento mentale con cui si affronta una battaglia: in tanti esempi vediamo delle guerre interminabili che danneggiano le forze di entrambi gli avversari.
Nel modo con cui l’uomo affronta una guerra si definisce la sua eccellenza morale e fisica, per cui dobbiamo rivedere l’ideale dell’eroe forte e sprezzante con cui l’uomo crede di affermare se stesso, per cui ricorre alla violenza per vincere con delle ragioni che non hanno altra forza che la forzata imposizione o dell’eliminazione fisica dell’avversario. Noi dovremmo invece ricordare che la violenza è una manifestazione di debolezza di chi non ha altre risorse per affermare le sue ragioni per cui, il codardo opprime i deboli e gli indifesi.
Spesso noi crediamo che, nei tempi antichi, vi fosse la mancanza di progresso mentre, piuttosto, tante forme di inciviltà peggiori sono maggiormente diffuse nella nostra società che definiamo civile e avanzata. Indubbiamente, stimolare il senso dell’onore è stato anche strumentale al potere per assicurarsi il braccio di valorosi idealisti, eppure gli ideali della cavalleria medievale erano diffusi come il massimo culto di generosità e capacità di fare bei gesti, come ideale gentile e corretto. Vi era, nell’animo del cavaliere, una cortesia quasi femminile, affermano gli storici, infatti la difesa dell’onore della donna amata era il solvente con cui il duro animo del combattente si raffinava della sua asprezza.
Senza dubbio, l’onore e le regole cavalleresche diventavano un escamoutage sociale per contenere le guerre troppo cruente in tempi in cui la vita umana era tanto labile e incerta, per cui l’istinto umano veniva moderato con un argine sociale e morale. Nessuno onore vi era nel ricorrere a gesti che non fossero nobili, infatti il conflitto doveva avvenire in contesti in cui vi fossero regole certe ma, è evidente, che è sempre stato difficile far rispettare le regole all’essere umano: infelice e sfortunata è la società che dimentica di riflettere sui problemi dell’etica, e sul rispetto delle regole.
In tanti esempi dei tempi antichi noi vediamo generali che rinunciano alle posizioni di vantaggio personale per non contravvenire alle regole di correttezza, e non cadere nella condizione di vergogna e di disonore militare. Nell’uomo moderno vi è la commiserazione leggendo di queste ingenuità, per cui irridiamo ai ridicoli idealisti che accettano di rischiare per un’idealità superata: oggi perdere l’onore non è un difetto se ciò che si ottiene è vantaggioso, infatti si insegna che è sufficiente stabilire un prezzo per ottenere tutto ciò che si vuole.
Si crede che l’onore sia una frivolezza, che le regole siano un noioso intralcio, e che le qualità morali siano delle stupide limitazioni formali, infatti viviamo in un mondo di enorme aridità spirituale in cui i duelli avvengono con i media e i giornali, ma sono più incivili delle sanguinose guerre antiche. L’uomo ha tecnologizzato anche i suoi conflitti, e li ha ottimizzati al punto che possiamo diffondere la violenza con la velocità di un incendio tra le stoppie. Forse siamo evoluti ma, nei tempi primitivi, se il nemico cadeva da sella, l’altro combattente scendeva dal suo cavallo per duellare in parità, e si continuava a lottare entrambi appiedati.
Nel vivere odierno vi è la riduzione delle caratteristiche umane migliori che vengono ridicolizzate, perchè desuete, e si globalizza anche la nostra pochezza morale e umana. In realtà il nostro mondo che soffre dell'enorme miseria intellettuale e morale che rende l’uomo un essere pericoloso per i suoi simili. La condizione d'ignoranza etica può divenire una deriva inquietante per il nostro futuro: io credo che dobbiamo sempre prendere l’esempio dai migliori e non dai peggiori di noi, poiché sono i maestri, e non i furfanti che vengono per insegnare.
Io credo che l’uomo ignorante diventa un arrogante, che l’essere immorale sia un uomo anti sociale, che l’individuo che ricorre alla violenza e alla prevaricazione sia un debole che può reagire in modo incontrollabile, proprio perché non ha la forza della determinazione interna, e che un utile strumento per riflettere sulla stupidità della violenza umana è il saggio di Luigi Zoja “Contro Ismene: considerazioni sulla violenza” con cui impariamo che non possiamo insultare impunemente gli animali attribuendogli dei difetti di cui solo la specie umana dovrebbe vergognarsi.
Buona erranza
Sharatan

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