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Il Capitano Mario (XVII)

Da Fabry2010

di
Maria Frasson

(puntate precedenti: I, II, III, IV, V, VI, VII, VIII, IX, X, XI, XII, XIII, XIV, XV, XVI)

Il 1943

Tutti gli anni cominciano generalmente con qualche speranza. Così avvenne all’alba del 1943. Per noi la più grande era pur sempre quella di ritrovarci insieme alla fine della guerra.

Mario era ad Atene, all’Ospedale Chirurgico. Le sue lettere, come ho detto, arrivavano con ritardi anche maggiori delle precedenti: più gravi difficoltà di assestamenti? o di comunicazioni? Forse. Comunque vi traspariva un’aria più serena. Faceva l’aiuto-chirurgo: attività certo gratificante per lui. Si trovava fra colleghi medici e crocerossine. E poi gli piaceva Atene “coronata di violette”: comuni ricordi classici che riaffioravano inevitabili. Mi descriveva i tramonti che accendevano di luce l’Acropoli, di una luce tutta particolare, diceva, che ne giustificavano l’appellativo poetico: proprio come l’avevamo sempre immaginata. E se si attardava ad ammirarla ascoltando il Valzer Triste di Sibelius, che era la sua musica preferita, voleva dire che il lavoro all’Ospedale gli permetteva dei margini di distensione, forse anche di serenità.

Sopra tutto gli sorrideva la speranza dell’attesa licenza di un mese. Che poi si protrasse a lungo.
Comunque la speranza si comunica e io cercavo di dimostrargli la stessa serenità, che non era del tutto autentica. Ma quanto, quanto, desiderio di pace! Come nei versi che avevamo entrambi studiato al liceo, in greco:

“O di Cipride bella
e delle Cariti gentili
compagna, o Pace,
com era bello il tuo volto
e non ce ne accorgevamo!”

Pensavo di cercare una casa per quando fosse tornato, meno disagiata e più vicina a Pavia, perché le comunicazioni si facevano ogni giorno per noi più difficili e si intensificavano i bombardamenti sulle città. Ma era tutt’altro che facile perché gli sfollati ormai erano masse. E si continuava a morire.

Intanto i villici facevano affari. Tanto che mi sdegnai, una volta, con una occasionale vicina di viaggio che lamentava – la zoticona – con un’amica, la presenza ingombrante degli sfollati nel suo paese tranquillo. Le dissi, con energia, che aveva un bel coraggio a parlare così con le tasche impinguate proprio a spese di quei poveracci degli sfollati! Ci fu un silenzio generale per tutto il resto del viaggio. Ora ne sorrido a ripensarci, perché poveri noi se non ci avesse accolto il verde paesello, nella silenziosa e tranquillante distesa della campagna, allora fiorita nella primavera rinascente. Scrivevo infatti a Mario press’a poco così: “Le contadine vanno al mercato vestite bene perché qui non c’è calmiere e guadagnano parecchio con la borsa nera che noi riempiamo tirando la cinghia. Hanno le uova e il pollo che bolle in pentola e il vino che vien su dalla propria cantina. Tutto questo io lo constato senza livore, anzi mi mette allegria, e li invidio i contadini, col rimpianto di non esser nati contadini anche noi due: lavoreremmo insieme mentre le bambine andrebbero scalze nei prati e starebbero sempre all’aperto, io saprei fare il pane e alleverei i polli “pio, pio…”, tu strofineresti i fiammiferi sui pantaloni di fustagno per accendere la pipa e ti sputeresti sulle mani prima di usare la zappa. Ma non dovrei andare a rischio di offenderti, proprio adesso che stai per diventare un gran chirurgo, del quale – scherzi a parte – sono sinceramente orgogliosa.

Ma varrebbe proprio la pena che io avessi imparato soltanto a fare il pane mentre potrei citarti Cicerone in una lettera alla moglie: “Cura, quoad potes, ut valeas et sic existimes me vehementius tua miseria quam mea commoveri”? Eterni infatti sono i sentimenti umani e io ho in te, dopo la fede, o meglio, insieme con la fede nella Provvidenza, la mia forza più grande. Tu mi dici che forse dalle difficoltà della nostra vita potremmo trarre grandi risorse morali. Io non ne dubito, come non dubito del sentirci anche più spiritualmente uniti.”

Comunque il momento difficile che stavamo attraversando non poteva lasciarci indifferenti, né chiuderci in noi stessi: si viveva tutti in una tale e così prolungata sofferenza che ci era necessario affrontarla con grande coraggio. Era difficile ed era tuttavia il coraggio della speranza.

Con questi sentimenti attendevo le sue lettere sia a Rivanazzano che a Pavia, mentre affrontavo quei continui viaggi che divenivano ogni giorno sempre più avventurosi. Condividevo la consueta lotta ferroviaria con una cara amica, mai più dimenticata, una signora anziana energica e combattiva con cui ci facevamo coraggio a vicenda e a volte salivamo di prepotenza vicino ai macchinisti in un angolo accanto al carbone, cercando di farci piccole e di occupare il minor posto possibile. Loro non ci respingevano e noi non finivamo mai di ringraziarli per la loro pietà. Tutto sommato sarebbe stato anche divertente in ben altre circostanze.

Finché un giorno alla fine di marzo, a Pavia, tornando dalla scuola, trovai una lettera di Mario in cui mi diceva di essere stato operato d’urgenza, nel suo ospedale, di appendicite perforata. Non era ancora alzato, ma stava molto meglio. Inutile dire quello che provai! Corsi dai miei suoceri piangendo ma poi, rileggendo la lettera mille e mille volte, mi resi conto che il pericolo maggiore era passato ed ebbi anche la trepidante speranza di riaverlo, abbastanza presto, finalmente a casa. Ero combattuta fra la speranza di rivederlo e la preoccupazione per i disagi del lungo viaggio che avrebbe dovuto affrontare, chissà in quali condizioni. E gli scrivevo ogni giorno per raccomandargli insistentemente di portare pazienza fin che non si fosse completamente ristabilito. Del resto gli stessi medici, suoi colleghi e amici, che lo curavano con ogni premurosa attenzione glielo avrebbero impedito. Seppi più tardi che la sera dell’operazione, dopo che lui stesso aveva raccomandato: “Fate presto!” nessuno era riuscito a cenare e tutti piangevano. Poveri cari ragazzi! Scomparso il pericolo, mi mandarono delle fotografie per dimostrarmi che si alzava – sia pure sorretto dalle crocerossine – e in seguito che usciva in giardino. Ma quanto dimagrito! Io pensavo con angoscia a quanto doveva aver sofferto prima e dopo l’operazione, mentre io ero all’oscuro di tutto. Angustie retroattive, comunque: in realtà la convalescenza durò parecchio tempo. Infatti quando alla fine di aprile morì d’infarto il Professor Ciapessoni – grande dolore mio e nostro – Mario non era ancora tornato. Non glielo dissi se non, poco dopo, al suo ritomo.

Venne finalmente quel giorno.

Quando lo vidi scendere dal treno, mentre per la trepidazione il cuore mi batteva fin quasi a togliermi il respiro, in verità lo trovai totalmente ristabilito.

“Grazie – dissi dentro di me – Signore, della Tua presenza accanto a me, piccola tua creatura sperduta nel tuo immenso universo. Grazie della Tua presenza felice della mia piccola e grande felicità, come sei stato presenza rassicurante nelle prove, consolante nel dolore, incoraggiante nella fatica del vivere, infinitamente prodigo dei tuoi doni divini nella tua amorosa pietà”.

Quasi due anni e mezzo erano durati quei lunghissimi giorni di dolorosa separazione. Ora la lunga attesa era finita, sfociata nell’intensa commozione di uno stupore felice, quasi di un sogno. E dopo tante pene sofferte, rifioriva meravigliosamente la gioia del vivere insieme.

(continua…)



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