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Il Capitano Mario (XXI)

Creato il 17 ottobre 2010 da Fabry2010

di
Maria Frasson

(puntate precedenti: I, II, III, IV, V, VI, VII, VIII, IX, X, XI, XII, XIII, XIV, XV, XVI, XVII, XVIII, XIX, XX)


Ferruccio Parri (Maurizio)


Mario dal suo studio riceveva ordini e trasmetteva informazioni al suo grande amico Ferruccio Parri, il personaggio di primo piano nella Resistenza che aveva organizzato e dirigeva da Milano ed era detto “Maurizio”. La sua figura emerge e si afferma nel momento cruciale della lotta per la libertà a cui conferisce prestigio sopra tutto per la coerenza della sua vita esemplare, la sua alta statura morale, oltre che l’esperienza tecnico-militare acquisita come ufficiale di stato maggiore durante la prima guerra mondiale, più volte decorato.

Veniva dal Partito d’Azione a cui aveva dato l’impronta di ultimo partito del Risorgimento, non classista, che fu sciolto subito dopo la liberazione quando Parri divenne presidente del Consiglio, essendosi esaurito il compito delle formazioni combattenti di Giustizia e Libertà.
Così gli sbandati dell’8 settembre, raccolti insieme da tutte le ideologie e da tutte le classi sociali formarono un’unica rete, o meglio un esercito, pur essendo sparsi in vari nuclei ciascuno col proprio comandante e col proprio nome di battaglia. Io ne conobbi alcuni soltanto col nome che s’erano dato. Ricordo, ancora divertita, la vigorosa stretta di mano che mi ebbi da un vice-capostazione, il quale, quando gli fui presentata, dopo avermi detto il suo vero nome, aggiunse, con fierezza: “Primula rossa”. Ottima scelta per passare inosservato!

Presso la Clinica Psichiatrica c’era un gruppo, per lo più di medici e infermieri, guidato dal dott. Franco Andreani che era detto “la Checca”.

Questi nomi li sentivamo spesso ripetere da Radio Londra, dal colonnello Stevens, quando eravamo in campagna però, dove nessuno ci sentiva ed eravamo esenti dal pericolo di essere arrestati, perché ascoltare Radio Londra era severamente proibito. I rischi comunque erano ben altri e ben più gravi, ma li affrontavamo come una specie di sfida che forse era orgoglio, ma anche incoscienza. Forse è così in ogni momento della vita, quando sono gli avvenimenti che ci trascinano.

A volte abbiamo avuto paura: dico abbiamo al plurale, ma se io ne avevo sempre moltissima, il Capitano Mario stava “come torre ferma che non crolla” e non ne lasciava trapelare neppure l’ombra, sempre incrollabilmente padrone di sé. Spesso, superato un pericolo, ne seguivano momenti di distensione, di sollievo, di pace persino lieta. Come di Renzo quando sente scorrere, tra le fronde di un bosco il vicino mormorio dell’Adda. Allora eravamo portati anche a fare dell’umorismo.

Ci fu un episodio, uno dei tanti, in proposito: erano riuniti in casa nostra, una sera tre “di quei capi un po’ pericolosi” i quali cominciavano ad essere sospettati. Io ero in campagna. Loro sfidavano clandestinamente ogni pericolo. Erano tre medici, Mario con loro non parlava certo di argomenti professionali, quando sentirono suonare il campanello. Di sera? Chi può essere? Uno corse a nascondersi sotto un letto, un altro si infilò nella cappa del camino, chiudendone lo sportello, Mario si diede la maschera dell’indifferenza e andò coraggiosamente ad aprire. Era l’inquilino del piano di sotto che avvertiva di uno stillicidio d’acqua in casa sua proveniente dal nostro bagno dove un rubinetto era rimasto aperto per disattenzione. Conseguenti risate e “Sia lodato il Signore”.

Questi episodi non erano infrequenti. Nel palazzo attiguo alla nostra casa c’era la caserma della milizia fascista, con un milite sempre di guardia sul portone. A Mario fu rubata la bicicletta, la sua fida, amata bicicletta di marca che avrebbe riconosciuta tra mille. La vedevamo dall’alto del nostro terrazzino all’ultimo piano, appoggiata laggiù al muro, con aria di sfida, perché la vedessimo, nel cortile della caserma, e là rimase per più di un anno: nessuno certo sarebbe andato a reclamarla, varcando quel temuto portone. Mi fu mandata, a quell’epoca, una domestica: ci sono sempre le persone gentili che ti danno una mano nelle necessità. E possono essere spie. Era un tipo di donna piuttosto provocante, sicura di sé, brava e svelta. E anche ladra. Ben presto, per fortuna, qualcuno mi avvertì che era una spia, moglie di un milite della caserma di fianco. Aveva dunque incarichi ben precisi. Esisteva pur sempre il controspionaggio, e così potei liberarmene, fingendo una partenza improvvisa della famiglia. Sapevamo di essere controllati: ma ci andò bene.

Avevamo in quel tempo due grandi motivi di consolazione: quello di essere riuniti dopo i lunghi anni di lontananza e quello di poterci incontrare ogni giorno con i nostri amici più fedeli a cui ci sentivamo ogni giorno sempre più uniti, più solidali.

Oggi il dramma dell’esistenza per ciascuno di noi è quello della solitudine interiore, “Ognuno è solo sulla faccia della terra…” Sono fin troppo noti i versi di Quasimodo, e fin troppo veri. Non si parla, tra noi, con l’anima. Allora tutto ci univa: le idee e i sentimenti, le paure, le trepidazioni per le nostre famiglie, la volontà comune, i propositi audaci.

Io a scuola, entrando in sala dei professori, quando avevamo entrambi la stessa ora libera, incontravo un collega che era amico di un nostro amico, gli sorridevo e lui mi sorrideva, con aria di complice intesa. Ma non una parola tra di noi, perché anche i muri avevano orecchie.

Il nostro comune amico veniva da noi ogni sera. Aveva combattuto in Spagna contro Franco: primo atto di resistenza armata: ce ne parlava con l’accoramento della sconfitta. Lui, così sensibile, ne era tornato disfatto e con la percezione che, nonostante tutti i nostri sforzi, la libertà non si potesse mai più ricuperare. La sua fragilità psichica non resse: si uccise. e io provo ancora oggi l’amaro rimorso di non aver saputo dargli coraggio, piangendo quella bella giovane e ricca intelligenza stroncata così. Povero Peccerini, che Dio ti accolga nel suo seno, e nella sua pace.

Un altro carissimo amico era Teresio Olivelli. Io avevo taciuto a Mario, quando era in Grecia, la morte improvvisa del nostro protettore Ciapessoni, il Rettore del Collegio Ghislieri nell’aprile del 43. La seppe al suo ritorno.

Gli successe come rettore Teresio Olivelli.


Teresio Olivelli


Andavamo insieme ogni giorno a prendere il tè da lui, accanto al camino, nel salone affacciato sul giardino: erano ore indimenticabili. Ben raramente ho incontrato nella mia vita un uomo di così alta spiritualita. Lo guardavo e lo ascoltavo con ammirazione stupita. Mi sembrava un predestinato; e lo fu. Mi dava l’impressione di uno di quei santi guerrieri con la spada in pugno che ho sempre ammirato. Un santo: chissà se e quando lo proclameranno beato. lo posso dire di averlo visto, immaginandolo con le grandi ali bianche e con la spada fiammeggiante di luce celeste. Aveva fondato “Le fiamme verdi”, organizzazione clandestina cattolica antifascista, radunava dei giovani, faceva stampare volantini, ed era instancabile in quest’opera a cui si donava con più ardore che prudenza, come è proprio dei santi. Mi pareva di vedere in lui uno dei profeti dell’Antico Testamento.

Scriveva: “Mai ci sentimmo liberi come quando ritrovammo nel fondo della nostra coscienza la capacità di ribellarci al fatto brutale, di insorgere contro il bovino aggiogamento allo straniero, di risorgere a una vita di intensa e rischiosa moralità. Dai viluppi dello stato, dal groviglio degli interessi, dall’atmosfera soffocante della quotidiana contaminazione, dalla tentazione degli affetti uscimmo liberi, con l’anima dilatata e fervida”. Su questo motivo scrisse il suo capolavoro: “La preghiera del ribelle”: “Signore, che tra gli uomini drizzasti la tua croce, segno di contraddizione, che predicasti e soffristi la rivolta dello spirito contro le perfidie, la sordità inerte e gli interessi dei dominanti, a noi, oppressi da un giogo numeroso e crudele, che in noi e prima di noi, ha calpestato Te, fonte di libera vita, dà la forza della ribellione”. Questo è soltanto il solenne esordio di quella “preghiera” che ha l’antico vigore e la densità del linguaggio biblico.

Povero Olivelli: sognava un mondo nuovo nato dalle macerie della guerra: una società più libera più giusta, più solidale più cristiana. Esortò alla lotta ideale gli intellettuali cristiani riuniti in un convegno a Milano in cui condannava il mito della necessità della guerra, ma anche gli odi di classe e il clericalismo in politica, pur affermando la missione educativa della Chiesa. E si rivolgeva sopra tutto ai giovani: fermento di libera cultura. Ma non poteva una voce così libera alta e pura non destare sospetti e fu arrestato e deportato in uno dei più famigerati campi di concentramento, a Mauthausen [Teresio Olivelli fu in realtà deportato dapprima a Fossoli, nel giugno ’44, e da lì a Bolzano, al campo di Flossembürg in Baviera e infine a a quello di Hersbruck, dove trovò la morte il 17 gennaio 1945. N.d.c.], dove si seppe che anche laggiù fu instancabile nell’aiutare, nel proteggere, nel difendere, nel dedicare tutto se stesso ai compagni di prigionia, con quel suo febbrile ardore di carità che lo consumò fino alla fine. Sfinito dai patimenti, morì a furia di bastonate, andando a raggiungere nelle sfere celesti i martiri cristiani di ogni terra e di ogni tempo.


(continua…)



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