Il Clitoride, questo misconosciuto

Da Unaltrosguardo @maurovillone

Strategie del piacere e della sofferenza – Testo e foto: Mauro Villone

Donna che prega nel Gange

Se c’è un elemento del corpo femminile che ho sempre trovato particolarmente affascinante, questo è il clitoride. Se non proprio tutti, moltissimi sanno di cosa si tratti: una sorta di minipene per lo più interno si presenta come una escrescenza posta nella parte superiore della vagina, dotata di terminazioni nervose molto sensibili, la cui funzione sembra sia “solamente” quella di dare piacere. D’altra parte non è qualcosa di cui si parli moltissimo, al punto da poter essere considerato, persino al giorno d’oggi, tutto sommato un tabù. Tanto è vero che il parlarne, o lo scriverne, così come il semplice titolo di questo mio articolo, possono risultare una provocazione. In effetti lo è, ma se ci pensate bene, solo nella misura in cui l’argomento è considerato tabù. Ovvero un tema di cui è meglio non parlare in pubblico e nemmeno troppo in privato.

I frangenti nei quali può essere citato sono fondamentalmente tre. In primo luogo nell’ambito medico e della sessuologia, poi in qualche sporadica discussione da salotto sull’orgasmo femminile e infine a proposito delle barbariche pratiche chirurgiche popolari, di alcune culture, sugli organi genitali femminili. Ma andiamo per ordine.

Anzitutto per quale ragione lo trovo così affascinante. Nonostante Wikipedia liquidi l’argomento con poche righe scontate, dice su di esso una cosa importantissima. Si tratta dell’unico organo umano destinato solo ed esclusivamente al piacere. Opportunamente stimolato può far raggiungere alla donna un orgasmo che viene definito appunto orgasmo clitorideo. Sigmund Freud, continua Wikipedia, e come è ben noto, dall’alto del suo scranno, eretto in un periodo culturale nel quale erano presenti forti convinzioni su quello che fossero il bene e il male, sentenzia che si tratta di un orgasmo “immaturo” a differenza di quello vaginale che definirebbe “maturo”. Anzitutto, senza trovarsi su uno scranno alcuno, ma usando il semplice buon senso, non si capisce per quale ragione la natura avrebbe dovuto dotare un organismo di un elemento destinato a far vivere un’esperienza immatura. Più logico pensare che debba trattarsi di due funzioni complementari per provare un piacere più profondo e intenso, così come, anche se in maniera molto meno evidente, si può notare una differenza tra la sensibilità della punta del pene, il prepuzio, e tutto l’organo genitale maschile nel suo insieme.

Sadhu – Varanasi

Quello che trovo invece affascinante è proprio questo: il clitoride serve solo, soltanto ed esclusivamente per godere, e non è dotato di nessuna altra funzione. Non si potrebbe ammettere con umiltà, anziché emettere sentenze, che la natura segua il suo corso armonico, forse addirittura “sapendo” cosa fa? E che si sia preoccupata di “creare” qualcosa destinato a dare un piacere così intenso da permettere a un essere umano di “abbandonarsi” ad esso come può accadere per l’estasi spirituale o sciamanica?

Ma andiamo avanti.

A differenza di quanto comunemente si sia portati a credere la repressione del piacere non è un’insana attività solo di matrice cattolica. La si può trovare in molte altre culture, come quella islamica, alcune africane e altre ancora. In Africa per esempio sono stranamente presenti diversi tipi di atteggiamenti nei confronti di questo argomento. Tanto per avere un’idea in merito, ad esempio in Nigeria viene praticata la circoncisione del clitoride, pratica applicata alle neonate e destinata addirittura a far provare più agevolmente piacere in futuro. Mentre in alcuni paesi dell’Africa orientale sono usate pratiche chirurgiche barbare e sommarie che vanno dall’infibulazione (la cucitura delle grandi labbra della vagina) al taglio delle grandi labbra stesse, fino all’escissione del clitoride, ovvero la sua totale asportazione. Queste due ultime operazioni possono portare alla completa incapacità di provare l’orgasmo e quindi in ultima analisi, a godere del piacere in maniera profondamente intensa.

Nella repressiva cultura cattolica invece la negazione del piacere è operata sul piano più strettamente psicologico con un programma addirittura secolare di repressione così efficace da riuscire a mettere in imbarazzo se non chiunque, una vasta fetta di popolazione nel parlare di queste cose. Semplicemente, per lo più, non se ne parla e basta. Tanto per fare un esempio avete mai trovato nei programmi scolastici qualcosa che si avvicini anche solo minimamente al tema della stimolazione orale o manuale dei genitali per provare godimento? L’educazione sessuale ancora oggi, sempre che esista, si limita a spiegare che il pene penetra nella vagina per procreare e che bisogna fare attenzione se non si vogliono avere figli e a non prendersi l’AIDS. Finito.

Ci sono alcune culture sul pianeta che invece vedono le cose in una maniera completamente diversa. Per esempio alcune culture centro e sudamericane. Ma anche, nonostante a livello popolare si tratti anche qui di una cultura repressiva soprattutto nei confronti della donna, nelle più alte espressioni spirituali della cultura indiana e orientale in generale.

Una storia buddista della tradizione tibetana racconta di un viaggiatore che attraversava le meravigliose e deserte valli dell’Himalaya, il quale venne ospitato per una notte in un monastero, dove si trovavano sia monache che monaci. A un certo punto durante la notte, nell’oscurità, dalla finestra il viaggiatore vide un bagliore intensissimo che si sprigionava da una delle celle dei monaci. Non seppe resistere alla curiosità, uscì, e si avvicinò per vedere di cosa si trattasse. Erano una monaca e un monaco che stavano facendo l’amore in modo così intenso da produrre una luce così forte da inondare la camera e sprigionarsi fin fuori dalla finestra.

Anima – Varanasi

Nichiren Daishonin, un maestro buddista giapponese del XIII secolo sosteneva che “se un uomo e una donna recitano Nam-Myo-Ho-Ren-Ge-Kyo* durante il rapporto sessuale, i desideri terreni si trasformano in illuminazione e le sofferenze di nascita e morte si trasformano in Nirvana”.

Nella tradizione Hindu Kama è il Dio del desiderio, uno degli innumerevoli dei del Pantheon induista. Il Kama Sutra è il Sutra o Libro del desiderio e non un libro sulle posizioni dell’amplesso. Bensì un profondo trattato che spiega come raggiungere l’illuminazione attraverso la soddisfazione dei desideri. Il Tantrismo è una pratica, talvolta anche molto difficile, che serve per cercare di raggiungere un’estasi profonda che unisce le persone.

La stessa parola sanscrita Yoga significa unione. Unione con l’assoluto, unione con l’universo, con gli altri, ma soprattutto con se stessi. Tutta la costruzione spirituale Hindu è basata sull’unione del Lingam, simbolo dell’organo sessuale maschile e pene del Dio Shiva, con la Yoni, simbolo dell’organo sessuale femminile e vagina di Shakti, l’energia cosmica, manifestazione femminile di Shiva. Shiva è un Dio multiforme che rappresenta molte cose, talvolta la distruzione e la morte, talvolta la rinascita, talvolta il sonno, talvolta le lacrime. Si dice che l’induismo abbia trentatré milioni di Dei. È perché per gli Hindu qualsiasi cosa è una manifestazione del divino.

Organi biologici destinati solo al godimento sono una ennesima manifestazione divina da usare con rispetto, venerazione, profondità. Culture che negano la femminilità, il godere, l’estasi, la luce che può derivare dall’unione sessuale, per vivere ogni cosa, inclusi il piacere e l’orgasmo come prodotti da consumare, per giunta di nascosto, sono probabilmente destinate ad esaurire le loro energie, come puntualmente sta accadendo. Il petrolio e le altre risorse succhiate alla terra lasciano cavità vuote, così come sono svuotate le persone che sfruttano il proprio corpo come una fonte di piacere usa e getta. Molta gente, molti giovani persino, sono costretti a bere, stordirsi, ingerire sostanze, assumere Viagra, eccitanti, narcotici e stimolanti, per poter rinnovare continuamente un piacere vacuo e incompreso nella sua profondità, perché da una parte represso e dall’altra svuotato della sua sacralità. Fame chimica, sonno chimico, orgasmo chimico, oblio chimico. Sono l’assicurazione dei narcotrafficanti di tutto il mondo, gli unici che non sentono crisi. Anzi si fregano le mani per la povertà di spirito del genere umano.

Tutto ciò potrebbe generare il sospetto che vivere con serenità e abbandono qualsiasi esigenza del proprio corpo e abbandonarsi totalmente, senza pregiudizi a qualsiasi esperienza di piacere potrebbe abbattere la dicotomia cartesiana spirito-materia. Per portare a quello che i tibetani chiamano “pace della mente e visione profonda”. Ecco perché Shiva sarebbe il Dio della Distruzione e della Rinascita e anche il Dio del Sonno. E l’unione tra Shiva e Shakti, tra materia ed energia le quali, come ci insegna la fisica quantistica, sono la stessa cosa, abbatterebbe l’apparente dualità per dare luogo alla monade assoluta: il Brahma. Là dove scompare la sensazione “io e il resto” per lasciare spazio solo più al Sé transpersonale.

Una cultura che vive con profonda consapevolezza la gioia e la sofferenza, il godere e il desiderio in assoluto abbandono e naturalezza, senza sensi di colpa e di dovere, sarebbe forse la via d’uscita dall’impasse in cui ci troviamo. Per correre una volta per tutte verso i meravigliosi paesaggi che ancora ci attendono.

*Nam-Myo-Ho-Ren-Ge-Kyo è un mantra (o un’invocazione) che, in estrema sintesi, significa: Mi affido (o mi abbandono o mi dedico) alla Legge Mistica di Causa ed Effetto dell’Universo tramite vibrazione. Ma la sua funzione e il suo significato sono estremamente articolati  e profondi.



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