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Il contratto asociale

Da Danielevecchiotti @danivecchiotti

Il contratto asociale

foto:flickr

 

Due sere fa, La7 ha mandato in onda la prima puntata di una nuovo, rivoluzionario programma televisivo a metà tra il reality, il talent e “Giochi senza frontiere”, in cui tre candidati a un posto di lavoro venivano seguiti nelle fasi finali del loro percorso di stage presso un’azienda, al termine del quale solo uno dei pseudoconcorrenti avrebbe avuto l’onore di firmare il contratto di lavoro a tempo indeterminato.
Ho cercato di resistere davanti alla tivù il più possibile, per capire se questo progetto televisivo fosse più vicino alla docufiction, alla trasmissione di reportage o al cinico spettacolo costruito sulle disgrazie altrui; ma dopo dieci minuti non ce l’ho fatta e ho schiacciato il pulsante off sul telecomando, devastato dal senso di smarrimento sociale che usciva dal mio venti pollici.
L’idea non sarebbe neanche stata brutta, e chissà, forse impostata in tutt’altro modo avrebbe potuto servire a portare alla luce uno spaccato che, pur facendo sempre più parte del quotidiano di tutti noi, sembra non riguardarci affatto. Ma messa così, con gli aspiranti a un posto di operatore telemarketing che si atteggiano a fabrizicorona prendendo tutte le tristi mossette di falsa sicurezza in se stessi tipica dei naufraghi della S-Ventura, lo scenario si è volgarizzato abbassandosi alle regole dello show di bassa lega, perdendo qualunque credibilità.
Interviste in cui al candidato viene chiesto qual è un suo sogno ricorrente, e lui spavaldo risponde “mi capita spesso di fare sogni erotici” non hanno nulla a che vedere con la realtà del mondo del lavoro, e rischia di rendere ancora più confuse le idee della già abbastanza obnubilata massa di disoccupati italiani alla disperata di punti di riferimento, retributivi e comportamentali.
E poi quel famigerato contratto esposto sul leggio di plexiglass in studio come fosse la mappa dell’isola del tesoro, trasformato in feticcio e caricato di un simbolismo mitologico che non dovrebbe certo avere, sembra una definitiva dichiarazione di resa, l’avvenuta trasformazione di un caposaldo della dignità umana in un trofeo-patacca.
Pensare di dover gareggiare con gli altri, e usare magari il fascino, il sex-appeal e l’astuzia tipiche da casa del Grande Fratello solo per poi finire a fare l’operatore di call center non è una prospettiva granché entusiasmante.
Suonerà forse un po’ anacronistico e irrimediabilmente vintage, ma dal lavoro ci si aspetterebbe di essere ancora uno strumento di coesione e costruzione pubblica, non di metterci l’uno contro l’altro in una specie di gioco al massacro a beneficio del pubblico a casa e in nome di un contratto asociale. Andando avanti di questo passo, mi aspetto di vedere in un prossimo futuro trasmissioni tivù con Barbara D’Urso che mette l’una contro l’altra due famiglie di disoccupati che si sfidano per vincere un pasto completo.

 


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