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Il giovane Holden - J.D. Salinger

Creato il 23 settembre 2010 da Alboino
Il giovane Holden - J.D. Salinger
Si hanno percezioni diverse nella lettura di un libro a seconda dell’età in cui si legge, delle esperienze che uno si porta addosso, della vita vissuta. E poi proprio del testo le circostanze, i contesti storici in cui appare. Così se durante i miei 15/16 anni “Il giovane Holden” di J.D. Salinger mi era parso come un testo fondamentale, rileggerlo ora alla soglia dei 50 anni mi è sembrato un testo di maniera, per nulla inedito e provocatorio come sembrava 30 anni fa. Il fatto è dovuto a quel linguaggio giovanile che se negli anni settanta poteva apparire dirompente, oggi difatti è completamente superato, così come quello stile asciutto, tagliente, veloce per quel tempo oggi è normalità per tanti romanzi giovanilistici. Eppure “Il giovane Holden” pubblicato per la prima volta nel 1951, continua a rappresentare nell’immaginario collettivo, l’americano medio, le sue aspirazioni, le paure, i sogni e le sublimi mediocrità. Di più Holden Caulfield protagonista assoluto del romanzo di Salinger, quintessenza del fallimento della classe media americana, continua a rappresentare l’archetipo di tanti protagonisti dei romanzi minimalisti d’oggi. Holden può essere a ben vedere il progenitore di Clay protagonista del fortunato romanzo di Bret Easton Ellis “Meno di Zero”, oppure parente stretto del mai citato protagonista de “Le mille luci di New York” di Jay McInerney e ancora di tanti altri personaggi che riempiono i romanzi delle nuove generazioni di scrittori.
Holden Caulfield “essere ossuto e fragile, eroico e terrorizzato”, come lo definì Manganelli in una memorabile recensione del 1962 in L’Illustrazione Italiana, è da considerarsi un “irregolare” come lo si definirebbe oggi immerso in un bildungsroman in cui l’America più pura e profonda fa da sfondo alle vicende narrate. Rappresenta la disillusione collettiva del mito americano che si trasforma in mera solitudine (e nella nostra epoca nell’individualismo sfrenato) e si abbarbica dietro al “fatale destino”. Ognuno di noi, quindi, può essere il giovane Holden di Salinger o meglio Holden può essere la parte oscura di noi stessi, quella che non vogliamo vedere, che teniamo ben nascosta per convenzione e convenienza ma che sappiamo bene esistere. Non per niente il giovane Holden è da considerarsi un pazzoide, uno che nasconde a malapena la “pazzia del disagio”, uno che pensa cose strampalate che non stanno né in cielo né in terra ma pur sempre uno che pensa con la propria testa senza farsi inibire dai media con i loro pensieri confezionati e prestabiliti. Holden con i propri pensieri, giusti o sbagliati che siano, altisonanti o semplicistici è l’essere umano che esiste, l’essere umano che diviene “unico” anche se è una unicità da schifo.
Questo prototipo dell’adolescente ribelle e confuso in cerca della propria dimensione al di fuori dell’artificiosità adulta ha rappresentato e per molti continua a rappresentare il disagio giovanile con tutta la difficoltà che ne consegue ad esprimere i propri sentimenti; un disagio che è figlio del vuoto esistenziale prodotto dal “sogno americano”. L’incapacità di adattarsi ad un mondo inaccettabile, banale e disumano è qui ribaltata in nota di merito: Holden incapace com’è di dare importanza a valori come il denaro o l’apparire ai quali è consacrata la società, con la sua volontà di evadere dall’appiattimento e dal conformismo, rappresenta la quintessenza dell’autenticità dell’essere umano che cerca di liberarsi dalle false costrizioni e dalla superficialità.
La trama in se non è granché interessante: Holden, sedicenne figlio dell’agiata borghesia newyorchese, viene seguito in alcune sue giornate. Si scopre così che è stato cacciato per l’ennesima volta da un college a causa del suo scarso profitto ma ancor più dalla abulia ad impegnarsi in qualsiasi cosa e non avendo il coraggio di affrontare per l’ennesima volta i genitori, per qualche giorno vagabonda per la città di New York. Cerca così di apparire, a chi lo incontra, più grande, adulto, maturo; beve e fuma come un dannato e si circonda di personaggi equivoci: ballerine, vecchi professori gay, prostitute, il tutto solo per far passare il tempo. Cerca di incontrare e ci riesce, la sorellina Phoebe, l’unica a cui vuole veramente bene e dopo averla incontrata decide che non tornerà più a casa ma si darà alla fuga senza destinazione. Però Holden si ammala improvvisamente e veniamo così a scoprire che è stato ricoverato in un sanatorio da dove racconta la sua storia.
Il tutto è raccontato con un lessico e una sintassi che riproducono la lingua parlata e in particolar modo le forme espressive del linguaggio giovanile, siamo dalle parti del racconto orale, una invenzione di Salinger con le esclamazioni, gli improperi, le ripetizioni che hanno il merito di coinvolgere il lettore e farlo complice della narrazione. Dicevo all’inizio di come la percezione di un testo può variare a seconda dell’età in cui viene letto e niente di più vero può essere rappresentato da questo libro. Infatti caposaldo per le generazioni adolescenziali, letto nell’età della piena maturità appare come un romanzo poco interessante poiché una volta usciti dalla fase adolescenziale l’essere adulto non si ricorda più come è stato e quindi tutto diventa brutto e insignificante. Ammetto infine di aver avuto quasi noia e in alcuni momenti scoramento per portare a termine la lettura di un testo che da ragazzo ho divorato come un cannibale.


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