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Il mio nome e Khan

Da Zaffira01

In questo post non voglio parlare di un libro, ma di un film che mi ha particolarmente colpito: " Il mio nome e Khan", beccato per caso su Sky Cinema Passion. Devo dire che all'inizio le aspettative non erano alte: la maggior parte dei film che da sky o sono vecchi, e quindi visti e rivisti, o incentrati prevalentemente sul sesso. Alcuni film, poi, sembrano usciti letteramente dalla mente di un drogato. E il divieto di visione per i minori di 12 anni non faceva certo pensare bene. Tuttavia questa è stata l'eccezione.
Devo dire che è stato un film che mi ha piacevolmente - e anche tristemente, visto che in più di un'occasione mi sono venuti gli occhi lucidi- sorpeso. Un film sicuramente molto più educativo ed impegnato di quelli che vengono proposti ai giovani solitamente o per cui i giovani vanno pazzi, e senza dubbio molto più di quei film che vengono oltremodo pubblicizzati, per poi rivelarsi pieni di messaggi subliminari, sesso, alcool e trasgressione no-limits. E' il tipo di film che dovrebbe essere fatto vedere anche nelle scuole, perché affronta una pluralità di temi che saranno sempre attuali e sicuramente, fa pensare. Un osservatore e un ascoltatore attento si troverà a riflettere molto.
I temi trattati sono molti: la diversità, l'amore, la fobia contro i musulmani e gli stranieri in America dopo l'attentato alle torri gemelle, il dolore, l'odio, ma sopratutto la speranza. Tutti punti che trovano il loro tempo nei 150-160 minuti di durata del film.

 

Il mio nome e Khan

"Il mio nome è Khan, e non sono un terrorista"

Questa è sicuramente una delle frasi più importanti e significative di tutto il film, che apre e chiude questa storia commovente e carica di significati. Ma partiamo dall'inizio.

Rizwan Khan è un indiano musulmano affetta da autismo. Orfano di padre, la sua vita non è facile a causa della sua diversità, che non gli consente di esprimere i propri sentimenti nè di capire quelli inespressi degli altri. Khan però può contare sull'affetto incondizionato della madre, che gli insegna a distinguere il bene dal male e riesce anche a trovargli un maestro disposto a dargli lezioni. Khan infatti non è stupido, ma molto intelligente: sa riparare quasi tutto ed è in grado di memorizzare un sacco di informazioni. Rizwan continua a vivere in India anche dopo la partenza del fratello minore, con cui però non è in ottimi rapporti a causa della gelosia del fratello.
A seguito della scomparsa della madre, Rizwan raggiune il fratello in America. E' la moglie di quest'ultimo, insegnante di psicologia, che dà un nome alla diversità che da sempre lo contraddistingue: sindrome di Asperger. Khan ha paura del giallo, dei rumori forti, delle persone che non conosce. Ecco allora che, per aiutarlo, la moglie del fratello gli regala una videocamere: in questo modo, Khan può vedere il mondo come se lo stesse guardando in televisione, senza perciò rimanere terrorizzato.
Rizwan trova anche un lavoro: grazie al fratello, diventa un rappresentante di prodotti di bellezza. Proprio grazie al suo lavoro, Khan fa la conoscenza di Mandira, una parrucchiera di fede hindu molto solare e allegra, che conquista subito il cuore di Khan, che le chiede più volte di sposarlo. Per Mandira, la diversità di Rizwan non rappresenta un problema e alla fine, sarà lei stessa a chiedere a Khan di sposarla.

  
Il mio nome e Khan

I due quindi si sposano, ignorando il divieto del fratello di Rizwan: Mandira infatti, oltre ad essere divorziata e ad avere già un figlio, Samhir, è di fede hindu, mentre Khan è musulmano. La loro unione sarebbe quindi un sacrilegio, ma Rizwan, rinunciando all'accoglienza del fratello, ignora il suo divieto. Inizia così un periodo felice per la coppia e per il giovane Samhir, che ha ora assunto il cognome dell'unico padre che abbia mai avuto.
Dopo l'attentato alle Twin Towers, però, le cose cambiano. In America si diffondono pregiudizi e paure nei confronti dei musulamani e di tutti coloro che sono diversi per fede o per colore della pelle. Una sorta di persecuzione di cui rimarrà vittima il piccolo Samhir, a causa del suo nuovo cognome musulmano. Quando Samhir muore, picchiato fino all'estremo da un gruppo di giovani americani, Mandira, straziata dal dolore, allontana Rizwan Khan, accusandolo della morte di suo figlio. Samhir infatti non era musulmano, ma è stato ucciso perché portava il cognome Khan. Rizwan viene cacciato di casa, e alla sua domanda " Mandira, quando posso tornare?", si sente rispondere che potrà fare ritorno solo se riuscirà a far sapere a tutti che suo figlio non è un terrorista, o quando sarà riuscito a dirlo allo stesso presidente degli Stati Uniti.

Comincia così il viaggio di Rizwan Khan alla ricerca del presidente, per poter riabilitare la memoria di suo figlio, ed è proprio in un aereoporto che la storia comincia. Mandira invece, logorata dalla rabbia e dal dolore, cerca di venire a capo della morte di Sam per consegnare alla giustizia i colpevoli.

Il viaggio di khan non è semplice: deve fare i conti con la mancanza di soldi, a cui supplisce grazia alla sua abilità di riparare quasi ogni cosa, e anche alla fobia anti-musulmana. Conoscerà anche persone di buon cuore, come una mamma di colore e il suo bambino che vivono a Wilhelmina, in Georgia, e che lo accoglieranno nella loro casa e nella loro comunità, malgrado la differenza di religione.
Lasciato questo piccolo paese, il nostro protagonista riprende il suo viaggio sulle tracce del presidente, con cui però non riesce mai a parlare. Durante una sua visita, tentando di avvicinarsi Rizwan Khan pronuncia le parole " Non sono un terrorista", che però vengono completamente fraintese, tanto che viene incarcerato e torturato ingiustamente proprio come un terrorista, fino a che un gruppo di giovani giornalisti, presenti al momento dell'arresto, con l'aiuto di un volto noto della tv non riescono a dimostrarne l'innocenza. Il viaggio di Rizwan è ancora lungo, lo riporterà in Georgia, durante l'uragano, per assicurarsi che i suoi amici siano salvi, e la sua storia coinvolgerà non solo appartenenti alla comunità islamica, ma anche persone comuni, che cominciano a sostenere la sua causa.

Alla fine, quando la giustizia per Samhir sarà stata fatta, Mandira si riavvicinerà al marito, che finalmente, alla fine, riuscirà a mantenere la sua promessa.

 

Il mio nome e Khan

 

Molte cose si potrebbero dire su questo film, che può vantare anche una colonna sonora davvero bella, ma credo che mi concentrerò soltanto su alcune, perché esaminarle tutte sarebbe davvero troppo lungo.
"Mi chiamo Khan e non sono un terrorista": una frase che in questo film non è soltanto una specie di motto del protagonista, ma a mio avviso, diventa il grido di tutti quei musulmani americani vittime dei pregiudizi. In poche parole, ciò che si vuole affermare è che musulmano non vuol dire terrorista. E lo rappresenta bene Khan, che con la sua bontà di cuore e forse anche ingenuità, rappresenta il lato più docile, più "tranquillo" di questa religione. Khan è fedele ad Allah e lo prega senza preoccuparsi del giudizio degli altri, perché come dice lui stesso, " Quando si prega non è importante il luogo, ma la fede". Una fede che non cede al fondamentalismo, tanto è vero che Rizwan denuncerà senza remore all'FBI un suo "fratello" intenzionato ad organizzare un attentato terroristico.  Khan ha un dio per certo aspetti diverso da quello cristiano, ma viene accolto dalla piccola comunità della Georgia con naturalezza e spontaneità. Una delle scene più belle del film è forse proprio quella in cui, durante una messa in suffragio dei morti in Afghanistan di Wilhelmina, a cui è stato aggiunto anche il ricordo di Samhir, i fedeli si mettono a cantare "We shall over come", accompagnati da Khan, che canta nella sua lingua. E' una scena che a parer mio ha molti più significati di quelli che emergono ad un'osservazione superficiale.

Uno degli aspetti che più mi è piaciuto di questo film, è proprio questo: la mancanza di condanne. Viene trattato il tema dell'odio americano nei confronti dei musulmani, e, anche se molto di striscio, quello della vendetta contro questi pregiudizi, ma nessuno viene indicato come colpevole: non gli americani, tanto è vero che poi il neo presidente Obama modificherà il suo percorso di parata per parlare con Khan, non i cristiani, che lo accolgono senza farsi problemi per la sua cultura, e non la gente comune: sarà proprio due giovani giornalisti, americani, ad impegnarsi in prima linea per aiutare Khan.

Un film che insegna molto, dunque, che coinvolge e affascina, facendo scappare magari anche qualche lacrimuccia nei momenti più toccanti.
Alla fine, uno dei messagi di questo film è quello di fermarsi, di conoscere le persone e di esaminarle, prima di dare giudizi affrettati o di cedere ai pregiudizi, perchè si rischia di mettere in carcere e di torturare un terrorista che terrorista non è, alimentando così odi e rancori che non fanno distinzioni su chi vanno a colpire.

 

 


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